Viaggio andata e ritorno nell’arcipelago della Poesia Greca

testo e traduzioni di Chiara Catapano
intervento presentato a Marina di Pisa nel luglio 2021


Per questo breve ma affascinante viaggio alla scoperta della poesia greca contemporanea, ho optato per un approccio diverso: poiché per l’uomo greco poesia e musica sono realtà complementari, mi sono detta che forse era questo il modo più bello per traghettare qui stasera un pezzetto di questo mondo, così — ahimè — ancora sconosciuto. La musica, nella tradizione poetica greca, è assai più di un accompagnamento alla lettura, è invece la sostanza ritmica dell’immagine che trova nel poeta il suo traduttore nel linguaggio magico della parola.

Perché in questo arcipelago di versi, in profondità le acque della poesia e della musica si mescolano, creando letteralmente la navigazione, “donandoci il viaggio” per parafrasare Kavafis e la sua poesia più conosciuta, Itaca.

Procediamo con ordine. Tutto ebbe inizio, ci racconta il mito, con quella “danza del capro” o “danza intorno al capro”, il cui sfortunato protagonista fu Icario. Dioniso aveva insegnato a Icario a curare le piante di vite; un giorno egli vide un capro mangiarne le foglie e, infuriato, lo uccise. Era quello il gesto che precedeva l’altro, quello in cui Icario stesso sarebbe stato il capro. Icario scuoiò la bestia, ne indossò la pelle e improvvisò una danza intorno ai resti dell’animale: la tragedia era nata.

Una sera Icario offrì del vino a certi pastori, la bevanda sconosciuta li fece cadere in un sonno profondo; questi risvegliandosi iniziarono a sospettare di Icario, lo circondarono e iniziarono a colpirlo con pietre, finendolo con uno spiedo.

Dioniso, mi si potrebbe dire, è però un dio anomalo. A suo fratello Apollo fu consacrata la musica. Ma guardando il mito dall’interno, scopriremmo con non poco stupore che Dioniso e Apollo sono in realtà due facce della stessa medaglia. Le loro storie sono, al di là di ogni apparenza, sovrapponibili, se non addirittura la stessa storia, raccontata in altro modo.

La tragedia è un componimento in versi, dove musica e coro sono il nucleo, l’anima nel corpo della parola.

E l’inscindibilità delle due manifestazioni – parola, musica – ci risulterà più chiara se pensiamo al binomio spostandolo di pochi gradi soltanto, nel tragitto della nostra navigazione: suono, musica.

I poemi omerici e i successivi poemi del ciclo troiano furono composti e recitati in canto da “aedi”, cantori. La poesia monodica e corale dei secoli successivi (VII-VI) furono espressione di parola e musica assieme. E così, arrivando ai nostri giorni, iniziamo a comprendere com’è che la poesia, in Grecia, non è un’espressione separata da altre arti, come non lo sono altresì la musica o la recitazione. Le radici sono profonde, la memoria è profonda.

Ludovico Lipparini

Cominciamo, si diceva, dall’inizio. La nascita dello stato greco. È il 1829, dopo una guerra dura e sanguinaria — si festeggia quest’anno il centenario della rivoluzione contro l’occupazione turca, durata 400 anni — quando la Grecia viene dichiarate indipendente. Nel 1864 la nazione può cantare il proprio inno: sono le prime due strofe della poesia “Inno alla libertà” (1823), del poeta nazionale Dionysios Solomòs. Una curiosità: Solomòs è originario di Zante, ed è di vent’anni più giovane di Foscolo. I due si sono conosciuti, si sono frequentati anche in Italia; e lo stesso Solomòs compose versi in lingua italiana.

Σε γνωρίζω από την κόψη
του σπαθιού την τρομερή,
Σε γνωρίζω από την όψη,
που με βια μετρά[ει] τη[ν] γη.

Απ’ τα κόκαλα βγαλμένη
των Ελλήνων τα ιερά,
Και σαν πρώτα ανδρειωμένη,
χαίρε, ω χαίρε Ελευθεριά.

*

Ti conosco dal taglio
terribile della tua spada,
ti conosco dal volto
che con intensità misura la terra.

Risollevata dalle ossa
sacre dei Greci,
e valorosa come prima,
ti saluto, libertà.

Tutta la storia della poesia greca s’intreccia a doppia mandata con la tradizione musicale. A quanti di voi che si sono seduti in riva al mare, in una taverna, su qualche isola dell’Egeo o dello Ionio, oppure a Plaka, nel quartiere di Atene sottostante l’Acropoli, sarà capitato di farsi trasportare dal ritmo familiare e allo stesso tempo sconosciuto del bouzouki (il mandolino greco)! E certo, spesso si sarà trattato di qualche successo, i cui versi altro non erano se non poesie dei più importanti poeti, dei premi nobel Seferis o Elytis, o del grande Gatsos. In Grecia la poesia si canta. La cantano gli anziani e la cantano i bambini. la danzano nelle taverne, nelle feste patronali, e ultimamente anche durante qualche flashmob.

Accade che nel corso del ‘900, un connubio profondo e continuativo tra compositori e poeti, regala al mondo greco un linguaggio combinato: a volte sono i compositori che si cimentano nella messa in musica di versi di poeti non più in vita, altre è una collaborazione voluta e cercata da entrambe le parti.

I compositori più importanti, in questo senso, sono stati Mikis Theodorakis, Manos Hatzidakis, Ghiannis Markòpoulos e Dimitris Papadimitrìou. E le voci che venivano scelte, anche queste non erano certo a caso: Grigoris Bithikòtsis, Maria Farandoùri, Nàna Moùschouri, Eleftherìa Arvanitàki, Ghiorgos Dallàras, Nikos Xiloùris (per citare i più conosciuti) sono i cantanti e le cantanti di riferimento per i compositori sopracitati.

Per questo genere musicale si adopera la parola “èntechno tragoùdi”, potremmo tradurlo con “canzone d’autore”. Si tratta di un genere che affonda le radici nella canzone popolare, là dove questo per la Grecia ci riporta ai canti di Smirne e al rebétiko (i canti di deportazione dall’Asia Minore), ai poemi “akritici” (per la difesa dei confini) di epoca bizantina; il tutto avvicinato ai ritmi classici, alla musica “alta” di tradizione europea.

Di Mikis Theodorakis alcuni di voi forse sanno più di quanto immaginino. Vi ricordate la canzone “Il ragazzo che sorride”, cantanta da Al Bano, nel 1968? Bene, la musica era di Mikis Theodorakis (il testo originale è di Brendam Beham, poeta e scrittore irlandese, e fu scritta per Michael Collins, caduto per l’indipendenza dell’Irlanda).

Seferis a Parigi nel ’22

Mikis Theodorakis ha musicato alcune poesie del premio Nobel Ghiorgos Seferis. Sono, alla maniera di Theodorakis, evocative e a tratti epiche, per poi ricongiungersi al paesaggio, tornare elemento tra gli elementi. Sono inni per l’uomo comune. L’operazione di Theodorakis fu quella di avvicinare una tradizione musicale diciamo più ‘popolare’ , unendola alla potenza magmatica del verso greco.

Dalaras in “Dentro le grotte marine”

Μέσα στις θαλασσινές σπηλιές

Μέσα στις θαλασσινές σπηλιές
υπάρχει μια δίψα υπάρχει μια αγάπη
υπάρχει μια έκσταση,
όλα σκληρά σαν τα κοχύλια
μπορείς να τα κρατήσεις
μες στην παλάμη σου.

Μέσα στις θαλασσινές σπηλιές
μέρες ολόκληρες σε κοίταζα στα μάτια
και δε σε γνώριζα μήτε με γνώριζες

*

Dentro le grotte marine
dalla raccolta “Progetti per un’estate”, 1937

Dentro le grotte marine
v’è una sete v’è un amore
v’è un tal rapimento,
tutto è solido come conchiglia
puoi tenerlo
nel palmo della tua mano.

Dentro le grotte marine
per giorni interi t’ho guardato negli occhi
e non ti conoscevo e non mi conoscevi.

Una giovanissima Maria Faranduòri interpreta “Sulla spiaggia nascosta”

Στο περιγιάλι το κρυφό

Στο περιγιάλι το κρυφό
κι άσπρο σαν περιστέρι
διψάσαμε το μεσημέρι
μα το νερό γλυφό

Πάνω στην άμμο την ξανθή
γράψαμε τ’ όνομά της
Ωραία που φύσηξε ο μπάτης
και σβήστηκε η γραφή

Με τι καρδιά, με τι πνοή,
τι πόθους και τι πάθος
πήραμε τη ζωή μας· λάθος!
αλλάξαμε ζωή.

*

Negazione (Sulla spiaggia nascosta)
dalla raccolta “Svolta”, 1931

Sulla spiaggia nascosta
e bianca come colomba
eravamo assetati a mezzogiorno
ma l’acqua era salmastra

Sulla bionda sabbia
abbiam scritto il suo nome
Come soffiava bene il Batis
e la scritta si cancellò

Con che cuore, che respiro,
che desiderio e pathos
abbiam preso la vita: errore!
e abbiam cambiato vita.

Theodorakis canta “Ancora un poco”

Λίγο ἀκόμα

Λίγο ἀκόμα
θὰ ἰδοῦμε τὶς ἀμυγδαλιὲς ν’ἀνθίζουν
τὰ μάρμαρα νὰ λάμπουν, νὰ λάμπουν στὸν ἥλιο
κι ἡ θάλασσα νὰ κυματίζει

Λίγο ἀκόμα,
νὰ σηκωθοῦμε λίγο ψηλότερα.

*

Ancora un po’
dalla raccolta “La cisterna”, 1932

Ancora un po’
vedremo i mandorli fiorire
i marmi luccicare, luccicare al sole
e il mare spumeggiare

Ancora un po’
ci ergeremo un po’ più in alto.

Odysseas Elytis e Mikis Theodorakis

Con Theodorakis e con Papadimitrìou ha collaborato l’altro premio Nobel (1979), Odysseas Elytis, cimentandosi nella scrittura di canzoni, raccolte ne “Le erre di amore” (1972), una raccolta di canzoni-poesie nate, almeno alcune di queste, assieme alla musica. Scrive a introduzione di questa raccolta Elytis:

Gli angeli cantano. E ugualmente gli innamorati. Dietro ad ogni elevazione spirituale, ad ogni intensa gioia, una chitarra attende pronta di catturare le parole e viaggiare sulle labbra di bocca in bocca. Questo non è poco. È la gioia di dar gioia agli altri, è ciò che ci sorregge nella vita. Per questo, accanto alla poesia, mi sono cimentato nella scrittura di alcune canzoni, e neanche lontanamente lo considero un genere minore. In un modo o nell’altro, si parla sempre delle stesse cose che si amano, e di lì in poi la parola va a quelli che le ascolteranno. Si dice che il genere segue determinate regole. Non le conosco e, comunque, non mi interessava né ho provato a seguirle. Ognuno lavoro per come sente. E il mare è sconfinato, gli uccelli miriadi, le anime tante quante le combinazioni che possono far nascere i suoni e le parole, quanto l’amore e il sogno tramontano assieme.”

Da “Le erre di amore” sono stati incisi diversi dischi. Assieme ad altre di Elytis, la canzone “Agamennone” fa parte dell’album “Canzoni per i mesi” (1996) su musiche di Dimitris Papadimitrìou.

Eleftherìa Arvanitàki in “Agamennone”

Αγαμέμνων

Γρήγορα που σκοτεινιάζει, φθινοπώριασε,
Δεν αντέχω τους ανθρώπους άλλο, χώρια εσέ.
Που μιλάς και η νύχτα κλαίει σαν το σκύλο σου
Προδομένος απομένει ποιός; ο φίλος σου.

Αγαμέμνων Αγαμέμνων άμοιρε που σου-
που σου ‘‘μελλε να το βρεις απ’ τη γυναίκα σου.
Και το ένα σου Αγαμέμνων και το δέκα σου
θα μετράει στα δάχτυλά της η γυναίκα σου.

Άσ’ τον άνεμο να λέει άσ’ τον να φυσά
κάποιος θα ‘ναι ο Αγαμέμνων κάποια η φόνισσα.
Κάποτε κι εσύ θα φτάσεις – ποιος ο νικητής;
αλλά βασιλιάς μιας χώρας ακατοίκητης

Αγαμέμνων Αγαμέμνων άμοιρε που σου-
που σου ‘μελλε να το βρεις απ’ τη γυναίκα σου.
Και το ένα σου Αγαμέμνων και το δέκα σου
θα μετράει στα δάχτυλά της η γυναίκα σου.

*

Agamennone

Subito la sera scende. Quasi autunno è
non sopporto più gli uomini. A parte te

Che parli e la notte piange come il cane tuo
rinnegato è diventato – chi? L’amico tuo

Agamennone Agamennone ah misero tu
in che guaio ti caccerà la signora tua
e dall’uno tuo Agamennone al dieci tuo
conterà sulle sue dita la signora tua

Lascialo parlare il vento lascialo infuriar
chi sarà Agamennone e chi lo fa assassinar

Poi un giorno giungerai – ma chi? A vincere
ma sovrano di un paese inabitabile

Nell’album “Piccole Cicladi” (1972) sono andate a convergere altre canzoni di Elytis, su musiche di Theodorakis:

Afroditi Mànou in “Al piccin Borea”

Του μικρού βοριά

Του μικρού βοριά παράγγειλα,
να ‘ναι καλό παιδάκι
Μη μου χτυπάει πορτόφυλλα
και το παραθυράκι

Γιατί στο σπίτι π’ αγρυπνώ,
η αγάπη μου πεθαίνει
και μες στα μάτια την κοιτώ,
που μόλις ανασαίνει

Γεια σας περβόλια, γεια σας ρεματιές
Γεια σας φιλιά και γεια σας αγκαλιές
Γεια σας οι κάβοι κι οι ξανθοί γιαλοί
Γεια σας οι όρκοι οι παντοτινοί

Με πνίγει το παράπονο,
γιατί στον κόσμο αυτόνα
τα καλοκαίρια τα ‘χασα
κι έπεσα στον χειμώνα

Σαν το καράβι π’ άνοιξε
τ’ άρμενα κι αλαργεύει
βλέπω να χάνονται οι στεριές
κι ο κόσμος λιγοστεύει

*

Al piccin Borea

Al piccin Borea si ordinava
di essere un buon bambino
di non ferir la finestra
di non spirar vicino

Perché io in casa veglierò
l’amor che sta morendo
e tra le lacrime vedrò
il suo respir profondo

Mi stringe l’infelicità
perché in questo mondo
l’estate sempre passerà
e giungerà l’inverno

Come la barca se ne va
Veleggia e prende il largo
Vedo le coste allontanar
del mondo solo un lembo

Addio abissi addio bei giardini
Addio baci arrivederci abbracci
Addio ai capi e ai biondi lidi
Addio promesse eternamente qui.

Nikos Gatsos (sx) e Manos Hatzidakis (dx)

Il sodalizio più famoso è quello tra Nikos Gatsos e Manos Hatzidakis.

Di Gatsos in Italia si sa praticamente nulla, se non quel po’ tra le magre fila degli studenti di neogreco negli atenei sparsi per il paese; il corso di studi è peraltro a rischio continuo, l’ultima a chiudere è stato qualche anno fa quello di Trieste.

Gatsos scrisse un unico poema, “Amorgos”, la più blu delle Cicladi. Ne scrive, senza esserci mai stato. E lo stupore del viaggiatore è quello di ritrovarla precisa, roccia dopo roccia, come se… Come se, diremmo noi, nei versi vi fosse travasata l’anima del luogo. E in effetti è così. Nulla di strano, per chi è avvezzo al paesaggio greco, al sussurro dell’Egeo che per Elytis da migliaia d’anni va ripetendo “è questo che tu sei”.

La produzione di Nikos Gatsos ammonta a più di 300 canzoni, raccolte nello splendido volume “Tutte le canzoni” (ed. Patakis), dal 1958 alla morte, nel 1992.

In Italia non lo conosciamo, eppure è stato uno dei più importanti traduttori di Lorca, una personalità poetica che ha lasciato un segno talmente profondo nella cultura recente della Grecia, da essere continua materia di studio per molti filologi e musicologi a livello mondiale. La prima traduzione italiana del corpus di testi musicati da Hatzidakis lo si deve ad una collega e amica d’infanzia, Martina Bradaschia, nella sua tesi di laurea, agli inizi del 2000. Molti progetti sono circolati intorno a questo lavoro, ma non siamo stati in grado di trovare un editore abbastanza lungimirante da comprenderne l’importanza.

E sia, noi siamo il paese dei ritardi. Un paese troppo immobile e spesso confuso dalla propria storia, così come denunciava già agli inizi del ‘900 il ligure Giovanni Boine.

Come Papadimitrìou e Theodorakis, anche Hatzidakis ha il suo accento, ha il suo riconoscibilissimo tono. Durante il periodo dei Colonelli (’67-’74) vi fu la necessità per questi artisti di camuffare il contenuto dei testi, per non incappare nell’implacabile censura (così poco impariamo dalla storia!) e spesso nel confino (destino che colpì il più noto a noi Ghiannis Ritsos, per ben due volte; e pure alcuni attori, come Mimis Fotòpoulos, del quale per due anni la famiglia non seppe più nulla, e che ritornò un giorno dai campi di concentramento allestiti in Egitto).

Di Gatsos vi proporrò tre canzoni, tra le più famose, per quanto difficile sia il compito di scegliere, in un magma di tale potenza e bellezza. Della prima, “L’incubo di Persefone”, ebbi modo di parlare con la compagna del poeta, Agathì Dimitrùka, nel 2018, ad Atene: fu scritta negli anni ’80, quando il turismo di massa ancora non era conosciuto. La Dimitroùka mi confessò che Gatsos aveva delle visioni improvvise. La canzone racconta lo scempio delle multinazionali, dei mozziconi di sigaretta lanciati da orde di turisti lì dove i sacerdoti un tempo si riunivano per parlare con gli dei.

Vassilis Lekkas in “L’incubo di Persefone”

Ο εφιάλτης της Περσεφόνης

Εκεί που φύτρωνε φλισκούνι κι άγρια μέντα
κι έβγαζε η γη το πρώτο της κυκλάμινο
τώρα χωριάτες παζαρεύουν τα τσιμέντα
και τα πουλιά πέφτουν νεκρά στην υψικάμινο.

Κοιμήσου Περσεφόνη
στην αγκαλιά της γης
στου κόσμου το μπαλκόνι
ποτέ μην ξαναβγείς.

Εκεί που σμίγανε τα χέρια τους οι μύστες
ευλαβικά πριν μπουν στο θυσιαστήριο
τώρα πετάνε αποτσίγαρα οι τουρίστες
και το καινούργιο πάν να δουν διυλιστήριο.

Κοιμήσου Περσεφόνη
στην αγκαλιά της γης
στου κόσμου το μπαλκόνι
ποτέ μην ξαναβγείς.

Εκεί που η θάλασσα γινόταν ευλογία
κι ήταν ευχή του κάμπου τα βελάσματα
τώρα καμιόνια κουβαλάν στα ναυπηγεία
άδεια κορμιά σιδερικά παιδιά κι ελάσματα.

Κοιμήσου Περσεφόνη
στην αγκαλιά της γης
στου κόσμου το μπαλκόνι
ποτέ μην ξαναβγείς.

*

L’incubo di Persefone

Là dove cresceva il poleggio e la menta selvatica
e la terra sbocciava il primo ciclamino
ora i villani mercanteggiano il cemento
e gli uccelli cadon morti nell’altoforno.

Lì dove univano le mani gli iniziati
con devozione prima di accedere al luogo del sacrificio
ora i turisti lanciano mozziconi di sigarette
e vanno a vedere la nuova raffineria.

Lì dove il mare diveniva benedizione
e preghiera erano i belati nel campo
ora camion trasportano nei cantieri
corpi vuoti ragazzi di ferro e lamiere.

Dormi Persefone
nell’abbraccio della terra
sul terrazzo del mondo
non riaffiacciarti più.

La seconda, “Piccola luna di carta”, è una dolcissima fiaba, un inno all’amore fanciullo e all’innamorato in attesa: è del 1958, una delle più antiche e delle più evocative.

Nàna Moùschouri in “Piccola luna di carta”

Χάρτινο το φεγγαράκι

Θα φέρει η θάλασσα πουλιά
κι άστρα χρυσά τ’ αγέρι
να σου χαϊδεύουν τα μαλλιά
να σου φιλούν το χέρι

Χάρτινο το φεγγαράκι
ψεύτικη ακρογιαλιά
αν με πίστευες λιγάκι
θα ‘σαν όλα αληθινά

Δίχως τη δική σου αγάπη
γρήγορα περνά ο καιρός
Δίχως τη δική σου αγάπη
είναι ο κόσμος πιο μικρός

Χάρτινο το φεγγαράκι
ψεύτικη ακρογιαλιά
αν με πίστευες λιγάκι
θα ‘σαν όλα αληθινά

*

Piccola luna di carta

Uccelli porterà il mare
e stelle d’oro il vento
che t’accarezzeranno i capelli
che ti baceran la mano.

Era di carta la piccola luna
bugiarda la spiaggia
se m’avessi creduto almeno un po’
sarebbe stato tutto vero.

Senza il tuo amore
il tempo scorre veloce
senza il tuo amore
il mondo è più piccolo.

Era di carta la piccola luna
bugiarda la spiaggia
se m’avessi creduto almeno un po’
sarebbe stato tutto vero.

La terza, sempre della fine degli anni ’50, per chiudere con un tono d’allegra rievocazione, è un canto per la bianca e difficile Atene, “gioia della terra e dell’alba”. Una gioia che neppure le tonnellate di cemento da pochi mesi scaricate sull’Acropoli per “facilitare l’accesso ai turisti” (quasi a completamento dell’incubo di Gatsos-Persefone), neppure il tritacarne dei debiti riversati senza controllo sul popolo greco dalla UE, riesce a spegnere.

E forse per questo la Grecia è infinita. Perché nell’ucciderla mille volte, l’unica cosa che di volta in volta s’è ottenuto è un canto di dolore e assieme di gioia per la vita, che si leva con al sole, ogni giorno, ancora e ancora.

Αθήνα

Μ’ άσπρα πουλιά και σύννεφα
τον ουρανό θα ντύσω
και τ’ ονομά σου αθάνατο
στην πέτρα θα κεντήσω

Στο περιβόλι τ’ ουρανού
θα μπω για να διαλέξω
δάφνη μυρτιά κι αμάραντο
στεφάνι να σου πλέξω

Αθήνα Αθήνα
Χαρά της γης και της αυγής
μικρό γαλάζιο κρίνο
Κάποια βραδιά στην αμμουδιά
κοχύλι σου θα μείνω

*

Atene

Con bianchi uccelli e nuvole
vestirò il cielo
e il tuo nome immortale
nella pietra ricamerò.

Nel giardino di maggio
entrerò per scegliere
alloro mirto e amaranto
per intrecciarti una corona.

Atene
gioia della terra
e dell’alba
piccolo giglio azzurro.

Atene
una sera
sul bagnasciuga
diventerò una tua conchiglia.

Ghiannis Markòpoulos

Ghiannis Markòpoulos (1939) è nato a Heraklion, Creta. Si tratta di una delle personalità più interessanti nel panorama musicale greco. Chiamò la sua operazione “Ritorno alle radici”, e riuscì a fondere superbamente gli strumenti della tradizione musicale greca con quelli dell’orchestra sinfonica.

Tra le sue realizzazioni, canzoni come “Il nostro luogo è chiuso” (Seferis), “Quando sarà una notte piena di stelle” (tradizionale), “Sono nato” (K. H. Myris), “Diecimila onde” (K. H. Myris) e altre, sono divenute icone e miti musicati, nel continuo rifondare il mito della grecità sofferente e in cattività, in cerca della luce della libertà. La canzone “Zavarakatranèmia”, di Markòpoulos e con Xiloùris interprete, è stata scritta con parole-codice, proprio per sfuggire alla censura governativa: le parole ricordano, ammiccano, fan come se… Vi è nascosto un messaggio di libertà e rivolta. Canzone stupenda ed epica, intraducibile, se non con un apparato critico accanto, vi lascio un link, per poterla andare a cercare e ascoltare:

Nikos Xiloòuris in “Zavarakatranémia”

La voce di Nikos Xiloùris è quella che voglio proporvi, nell’interpretazione di uno dei sopracitati successi di Markòpoulos: voce del tredicesimo dio dentro l’uomo, dello scuotitore degli dei addormentati in noi. Anche lui cretese, condivide con il compositore il retaggio dell’isola forte e fiera, la sua storia e, appunto, il suo mito antico e quello recente.

Nikos Xiloùris in “Sono nato”

Γεννήθηκα

Γεννήθηκα στο βλέφαρο του κεραυνού,
σβήνω κυλώντας στα νερά.
Ανέβηκα στην κορυφή της συννεφιάς
σαλτάροντας με τις τριχιές
του λιβανιού,
πήρα το δρόμο της σποράς.

Κοιμήθηκα στο προσκεφάλι
του σπαθιού,
είχα τον ύπνο του λαγού.
Αγνάντευα την πυρκαγιά
της θεμωνιάς
αμίλητος την ώρα της συγκομιδής,
πήρα ταγάρι ζητιανιάς.

Αντάμωσα τον χάρο της ξερολιθιάς,
το άλογο στ’ αλώνι να ψυχομαχεί,
πήρα ταγάρι ζητιανιάς.

*

Sono nato

Sono nato nella palpebra del fulmine,
mi spengo scorrendo sulle acque.
Sono salito sulla cima della nuvola
saltando con le funi
dell’incenso,
ho preso la via della semina.

Mi sono addormentato sul guanciale
della spada,
era il mio il sonno della lepre,
contemplavo l’incendio
del granaio
silenzioso nell’ora del raccolto,
ho preso la sacca della mendicanza.

Ho incontrato la morte del muro a secco,
il cavallo in agonia nella corte,
ho preso la sacca della mendicanza.

Per concludere, ciò che è certo, è che l’arte – nel senso più esteso del termine – ha la capacità e il compito di smuovere coscienze. Di risvegliare. Non intendo qui, o non solo almeno, l’arte “civile”. Ma certo ciò che abbiamo passato in rassegna fino ad ora, è un’arte votata alla testimonianza e alla ricerca delle libertà e della bellezza. Parole, come si diceva, spesso criptate dentro il testo, per poter circolare e farsi veicolo di una rivoluzione prima di tutto umana.

In questi periodi cupi, nei nostri giorni, quanto ci manca un’arte così?

Ho deciso di chiudere questo incontro con un piccolo tilt, che qualcuno potrà forse interpretare come provocazione, e che io definirei piuttosto una constatazione. Nei giorni in cui sempre più libertà vengono negate, e la Grecia di nuovo è in prima linea nell’affrontare le restrizioni di un governo quanto mai discutibile, una voce si è levata, e dobbiamo prenderne atto: è la voce di un rapper, e s’è detto che per questo vale meno. Non è voce che risuona nei salotti buoni.

Eppure Mithridatis, questo il suo nome, ha scritto qualcosa di più d’una canzone. C’è chi l’ha definito manifesto, chi poema in musica. Non importa. Ciò che importa è che in pochi giorni è giunto a 1 milione di visualizzazioni, ed è diventato materia di studio, come fenomeno sociale, all’università di Salonicco. E non ha fatto nulla di diverso, rispetto ai poeti che si sono alzati in piedi per denunciare la distopia dello status quo.

Chiudo così con l’ascolto di “Για Να Μην Τα Χρωσταω”, “Per non dovervi nulla”, oppure “Per non essere in debito”, dove Mithridatis, davvero con intelligenza, per ben 12 minuti di “canzone” racconta la storia recente di Grecia. Non ha partiti alle spalle, nessuno lo ha sostenuto, ha detto tutto, per “non essere in debito” di verità, quando le acque si calmeranno.

E questo dobbiamo chiedere all’arte, qualsiasi arte (ricordiamo le parole di Elytis, quando affermava che lo scrivere canzoni non lo considerava qualcosa di meno dignitoso dello scrivere poesia): che ci scuota con intelligenza, ci faccia ragionare, ci proponga una lettura non allineata, a nostro vantaggio, ovvero per tornare a pensare liberamente qualsiasi pensiero.

Mithridàtis, Per non avere debiti

Governo con bandiera il cucchiaio e la forchetta
per tiranno all’improvviso ti ritrovi una fichetta
Una Primoministranza che sforna in abbondanza
qualsiasi ordinanza, la meno importante avanza
tutti uccelli di aristo e di funny
ok direi “amico forse sta scherzando, dai
il nostro Ludovico, il generale, l’anax”
se la gente non ingoiasse tutto il giorno Xanax
Ministro dello schifo e della primordialità
dà generose le lezioni di sovranità
Ma anche il Ministero dell’Unzione e della grotta
al senso di volgarità dà tutta un’altra rotta
Profumi e balocchi, sono i nostri diritti
automaticamente la notte dà profitti
passano leggi aborto, e a noi rimasti al verde
ciò che il vento porta, il vento poi disperde
Costituzional-ferocia senza onta
una situazia psicotròpa senza dopa
Otto ore di lavoro, è una banalità
e poi lo straordinario chi te lo pagherà
fuori dalla parrocchia, s’inginocchia il pellegrino
corteo di protesta? No, non si fa casino!
Per ogni tua questione, mettono su un plotone
popolo in distopia e in oppressione
Gruppi di repressione per la tua tranquillità
per la sorveglianza lo stato ha passionalità
e giubbe blu in facoltà con tutta l’anima
sopra gli studenti cadon botte e chimica
Ascolta questa qua, ti rassicurerà
trovarti poliziotti anche sotto il sofà
sì sai, sotto sotto al condizionatore
neppure l’antifurto dà così soddisfazione
Parla di sviluppo il foolie functional
si mette nel ridikulo international
e a Bruxelle affiorano ghigni genuini
mentre urtano i confini, nell’Egeo i vicini
così compra una fregata, il predestinato
il calamitoso, che vuoi plebeo ostinato?
“il più adattissimo” nel sondaggio comperato
per il medio-piccolo, mensile già azzerato…

Leggi il resto sul sito di Chiara Catapano


Chiara Catapano nasce a Trieste nel 1975. “L’aria natia tormentosa” ne influenzò di certo carattere e scelte: il sapore inizi ‘900 della città, il cui orologio s’era fermato e che pareva una parentesi tra Balcani ed Europa, le ha dato la possibilità di crescere sentendo parlare per le strade e nelle botteghe tedesco, croato, serbo, greco. Dopo il Liceo studia Filologia Bizantina e Neo greco presso l’Ateneo tergestino, con intermezzo di un anno trascorso ad Atene per la preparazione della tesi di laurea. Traduttrice e poetessa, ha pubblicato due raccolte poetiche (Thauma ed.). Suoi articoli, racconti e poesie sono comparsi in riviste italiane ed internazionali e tradotti in diverse lingue. Ha organizzato assieme ad prof. Andrea Aveto dell’Università di Genova la riedizione dei “Discorsi militari” di Giovanni Boine, curando in particolare l’antologizzazione dell’epistolario boiniano e la ricerca nelle emeroteche di Bologna e Roma. Il volume è stato pubblicato dalla Fondazione del Museo Storico del Trentino. Collabora in modo continuativo con la rivista internazionale “Traduzionetradizione” – http://www.traduzionetradizione.com/, con la rivista Poetarum Silva – https://poetarumsilva.com/, con l’Università di Atene, con diversi poeti greci di cui cura l’opera in maniera continuativa o sporadica: Ioulita Iliopoulou, Athinà Papadaki, Spyros L. Vrettòs, Liana Sakelliou, Christos Toumanidis, Sotirios Pastakas, e altri. In Italia collabora con Paola Minucci, Letizia Leone, Franca Mancinelli e altri. Studia presso la scuola di “Animologia Immaginale” di Trieste. È giurato e traduttrice per il Festival e Concorso Internazionale del Castello di Duino. Ama tradurre. Ama il greco. E forse questo è ciò che conta, nella sua biografia.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.