La mano che canta

«Voyez, allez, apprenez, c’est le chemin de la vie que vous devez mener, bâtir, terrasser, inventer. Moi, je broute ma vie autour de mon rocher. Mais c’est ma vie-empreinte que je veux vous donner, recevez ces pierres aussi vides que les étoiles, recevez».

Yves Bergeret

Utensili, impronte, mucca

Tratto da Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta.

Scritto il 16 giugno 2022, con tre disegni che Soumaïla Goco Tamboura ha realizzato nel febbraio 2007 a Nissanata, nel Sahara a nord del Mali, su carta ordinaria di formato A4, tranne uno in formato A5.

La tua esistenza è sabbia, granelli di sabbia, sabbia, servaggio. Stracci sulla tua pelle secca; nelle tue mani pezzi di legno strappati da una fenditura nella roccia. Con quei pezzi di legno che sfreghi e lucidi e sfreghi e intagli, costruisci stampelle da donare alla vita, alla tua vita, e tu la frusti questa vita da asino, questa vita sotto stelle pungenti e nella sabbia che stride sotto le tue palpebre.

Prendi il foglio a quadretti, è la tua zattera sulla sabbia, la tua tavola di vita, il tuo calendario di riti e di navigazione nel naufragio continuo, il naufragio che ti trascini sulle spalle e mostri sul viso quando si levano il vento sabbioso e l’uragano che ancora verrà a travolgere tanti dei tuoi e a metterli in ginocchio nella schiavitù. Povero fragile foglio di carta, non sai come e a chi destinarlo. Hai chiesto delle matite colorate e due penne a sfera. Appoggi le loro punte sul foglio, sono pali da tenda, la tenda che sopra il foglio innalzi prontamente contro il cielo, contro il sole e contro le stelle che non sanno indicarti un sentiero dove il mistero possa dissolversi.

Raschi la carta, raschi con la penna, con la matita. Afferri la tenda del cielo, afferri i venti infuocati e furiosi e disponi tutto in modo uniforme sul foglio. La tua vita sul piccolo foglio, in piano, piatta come la pelle della lucertola che schiacci vicino allo stagno prosciugato.

La tua comunità di oggetti di legno, distesi a una medesima distanza l’uno dall’altro, è il tuo venerato sacrario, la folla di braccia della tua collera, la quiete inerte del sonno della terra dove i tuoi piedi vanno nudi, paralleli.

Dopo la notte, la notte dura come le tue scapole adagiate nel sonno, dura come la tua pelle diventata un vero e proprio grido tra due montagne, prendi il secondo foglio e cominci a suddividerlo, a partire da un asse centrale, in piccoli quadrati di cui incroci le minuscole diagonali rosse, rosse come tanti sputi nel vivo di un’evocazione, quando gonfia per il tanto gridare la tua gola vomita saliva mescolata a polvere e sangue. Sputi. Il tuo sputo ripetuto all’infinito ricuce le due parti della vita, una parte per gamba, per occhio, per mano.

Al centro del foglio dipingi a matita la scacchiera in cinque colori; la rifinisci dandole la forma di un rombo e la posizioni sulla punta. Scavi nel cuore piatto del foglio il pozzo del tuo pensiero. E’ profondo, il pozzo. Non ha nessuna profondità. Sei tu il suo fondo dove gorgoglia l’acqua della libertà. Non c’è nessuna acqua che si riflette, perché la libertà non esiste. Ruoti di 90 gradi tutti i quadratini colorati, la terra si capovolge, tu resti saldo, lasci andare come cani rabbiosi la tua biro rossa e la biro blu, corrono in tutte le direzioni, saltano sul posto, hanno afferrato nel bel mezzo del tuo sonno tutte le stelle che sono lassù di notte e sono le radici rinsecchite dei nomi di coloro che hanno popolato la tua terra da sempre, con capre e mucche, pezzi di legno, stracci sporchi e sontuosi. Corrono, saltano sul posto le impronte di tutti. Non si scontrano mai. Non si calpestano mai.

Dove galleggiano le impronte sul tuo secondo foglio, che è un piccolo stagno asciutto, un oceano appena nato sopra tutte le sabbie della tua vita?

Tracci due enormi trampoli su entrambi i lati dell’asse centrale, è il tuo grande uccello senza testa, pure lui caduto e appiattito sul foglio; due trampoli, da levante a ponente, dal sottosuolo allo zenit, due zampe palmate schiacciate nella parte bassa del foglio, di cui il pozzo a forma di rombo è il corpo, il cuore palpitante. L’uccello acefalo sei tu, che agiti le ali per un volo che non comincia mai. Le tue due ali sono minuscole, mio povero amico, poste in alto, di due colori; la tua testa è piccola, perché ti è sfuggita, mio povero amico, no, galleggia trenta centimetri sopra il foglio, mentre tu disegni a corto di fiato, misero acefalo, inebriato dall’aver smarrito il senso.

Poi sul terzo foglio, che fa a meno della quadrettatura, che è demente, che è un mezzo foglio, che è un mondo tagliato in due, che è uno solo dei tuoi polmoni, che ha posto termine alla gemellarità del tuo respiro e del tuo battito cardiaco, ecco comparire il nero. Un nero compatto. Unico. Lo sminuzzi e lo tratteggi e lo riprendi e ripeti come fosse, così mi sembra, un antipioggia, una pioggia. Qui stai disegnando la tua montagna, a quanto pare.

In basso, qualche arbusto dal cui legno ricavi gli attrezzi che sistemi in piano sul primo foglio. Poi la massa della tua falesia. E ancora, a destra, il picco cavo dove vive il grande genio spietato che perseguita chiunque non lo veneri; e, proprio alla sua sinistra, in sei piccoli denti, i resti del villaggio degli antenati, ai quali pensi continuamente ma sempre in silenzio; infine, all’estrema sinistra, le tre alte cime della tua montagna sulle quali nel 2000 è salito un poeta in grado di scrivere e di leggere anche la montagna più strana.

Hai catturato alcune stelle e hai allineato le loro impronte dal basso, girando intorno alla montagna fino alla strozzatura tra il picco cavo del genio feroce e le rovine degli antenati. “Guarda, vai, impara, è questo il cammino della vita che devi percorrere, costruire, sostenere, inventare. Io resto a pascolare la mia vita intorno alla mia roccia. Ma è la mia vita-impronta che voglio donarti, accogli queste pietre vuote come le stelle, accoglile”.

Il piccolo foglio, come i primi due, giace piatto sulla sabbia. Proviamo a cambiarne la posizione. L’alto va in basso. Il picco cavo del genio mortale pende a sinistra, è la coda gigantesca della mucca. Così possente che dopo quella coda ha sei mammelle, qualcuna magra, ma proprio sei mammelle. All’estrema destra la sua testa abbassata bruca un’erba che non esiste nella sabbia. Bruca. È tenace, ostinata. Inventa. L’erba crescerà. Crea. Il flusso di gocce del suo latte fuoriesce dalla strettoia tra la coda e le mammelle, il flusso del suo latte-racconto che scorre fino alle stelle vuote, un racconto fatto di tante impronte in fila che passo dopo passo tu segui, crei e nomini con la tua mano, con la tua mano nella quale la tua gola si raccoglie e comincia a cantare.

***

Outils, empreintes, vache

Ecrit le 16 juin 2022, avec trois dessins que Soumaïla Goco Tamboura a créés à Nissanata, dans le Sahara au nord du Mali, sur papier ordinaire de format A4, sauf un en format A5, en février 2007.

Ta vie est sable, grains de sable, sable, servitude. Sur ta peau sèche des guenilles ; à tes mains des bouts de bois arrachés à une fissure dans le rocher. Avec les bouts de bois que tu frottes et polis et frottes et tailles tu fais béquilles que tu donnes à la vie, à ta vie et tu la fouettes, cette vie d’âne, cette vie sous étoiles piquantes et dans sable grinçant sous tes paupières.

Tu prends la feuille à petits carreaux, c’est ton radeau sur le sable, ta table de vie, ton calendrier de rites et de navigation dans le continuel naufrage, le naufrage que tu trimballes sur tes épaules et relèves sur ton visage si se lèvent le vent de sable et la tempête qui va accabler encore tant des tiens et les mettre à genoux dans l’esclavage. Pauvre feuille de papier frêle, tu ne sais comment l’approprier ni à qui. Tu as demandé des crayons de couleur et deux stylos à bille. Tu poses leurs pointes sur la feuille, ils sont des poteaux de tente, la tente qu’immédiatement au dessus de la feuille tu dresses contre le ciel, contre le soleil et contre les étoiles qui ne savent pas t’indiquer un sentier où se dissolve le mystère.

Tu grattes le papier, tu grattes au stylo, au crayon. Tu attrapes la tente du ciel, tu attrapes les vents brûlants et sauvages et tu mets tout cela à plat sur la feuille. Ta vie sur la petite feuille, à plat, à plat comme la peau du lézard que tu écrases près de la marre asséchée.

Ta population d’objets ligneux allongés les uns à égale distance des autres, c’est ton cimetière aimé, la foule des bras de ta colère, la paix de la terre en son sommeil de brute où vont, parallèles, tes deux pieds nus.

*

Après la nuit, la nuit dure comme tes omoplates posées contre ton sommeil et comme ta peau tendue en vrai cri entre deux montagnes, tu prends la deuxième feuille et commences à la partager d’un axe central de petits carreaux dont tu croises les minuscules diagonales rouges, rouges comme autant de crachats au milieu de l’incantation quand gonflée de tant crier ta gorge crache salive mêlée de poussière et de sang. Tu craches. Ton crachat répété sans fin coud les deux parts de la vie, une part par jambe, par œil, par main.

En plein centre de la feuille tu colores au crayon en cinq couleurs le damier ; tu le bornes en forme de losange, tu le poses sur la pointe. Tu creuses dans le cœur plat de la feuille le puits de ta pensée. Il est profond le puits. Il n’a aucune profondeur. Tu es son fond où grouille l’eau de la liberté. Il n’y a aucune eau qui se reflète car la liberté n’existe pas. Les petits carrés colorés, tu tournes leur ensemble de 90 degrés, la terre chavire, tu ne chavires pas, tu laisses aller comme chiens fous ton stylo à bille rouge et le stylo à bille bleu, en tous sens ils courent, ils bondissent sur place, ils ont attrapé en plein milieu de ton sommeil toutes les étoiles qui sont là haut la nuit et sont les racines desséchées des noms de ceux qui ont peuplé ta terre depuis toujours, avec chèvres et vaches, bouts de bois, guenilles sales et somptueuses. Elles courent, elles bondissent sur place les empreintes de tous. Jamais ne se heurtent. Jamais ne se piétinent.

Où flottent les empreintes, sur ta deuxième feuille, petite mare sèche, océan nouveau-né par-dessus tous les sables de ta vie ?

Tu dresses deux échasses immenses, de part et d’autre de l’axe central, deux échasses, est-ce que ton grand oiseau sans tête est tombé à plat, à son tour, sur la feuille, du levant au couchant, du sous-sol au zénith, ces deux pattes palmées écrasées à plat en bas de la feuille, mais alors le losange-puits du centre de la feuille est le corps, le cœur palpitant. Ton oiseau acéphale, c’est toi, battant des ailes pour l’envol qui ne vient jamais. Tes deux ailes sont minuscules, mon pauvre, tout là-haut, bichromes, ta tête est infime, car elle t’a échappé, mon pauvre, non, elle flotte là au dessus de la feuille, à trente centimètres d’elle tandis qu’à bout de souffle tu dessines, pauvre acéphale, enivré d’avoir perdu le sens.

*

Alors sur la troisième feuille qui a jeté le quadrillage, qui est démente, qui est demi feuille, qui est monde coupé en deux, qui est un seul de tes poumons, qui a fini la gémellité de ton souffle et de ton battement de cœur, alors voici le noir. Un noir. Seul. Tu le haches et hachures et reprends et ressasses comme, je crois, une contre-pluie, une pluie. Ici tu dessines ta montagne, on dirait.

En bas quelques arbustes, du bois desquels tu tailles tes outils que tu ranges à plat sur la première feuille. Puis la masse de ta falaise. Puis à droite l’aiguille creuse où vit le grand génie impitoyable qui harcèle quiconque ne le vénère pas ; puis, juste à sa gauche, en six petites dents les restes du village des ancêtres auxquels tu penses sans cesse, mais toujours en silence ; puis tout à gauche les trois hautes pointes de ta montagne sur lesquelles a grimpé en 2000 un poète ayant l’écriture, ayant aussi la lecture de la montagne même la plus étrangère.

Tu as attrapé certaines étoiles et a aligné leurs empreintes depuis tout en bas, tournant autour de la montagne, allant à l’engorgement entre l’aiguille creuse du génie féroce et les ruines des ancêtres. « Voyez, allez, apprenez, c’est le chemin de la vie que vous devez mener, bâtir, terrasser, inventer. Moi, je broute ma vie autour de mon rocher. Mais c’est ma vie-empreinte que je veux vous donner, recevez ces pierres aussi vides que les étoiles, recevez. »

La petite feuille, comme les deux premières, est à plat sur le sable. Voilà, on la change de sens. Le haut en bas. L’aiguille creuse du génie mortel pend à gauche, c’est la queue géante de la vache. Tellement puissante qu’après cette queue elle a six pis, quelques-uns maigres, six pis, oui. Tout à droite sa tête baissée broute l’herbe qui n’existe pas dans le sable. Elle broute. Elle est tenace, têtue. Elle invente. L’herbe poussera. Elle crée. Le flot des gouttes de son lait file de l’engorgement entre sa queue et ses pis, flot de son lait – récit qui file aux étoiles vides, récit-empreintes en file que pas à pas tu parcours, crées et nommes de ta main, de ta main dans laquelle ta gorge se ramasse et va chanter.

*

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