Impermanenza

nulla appeso in nulla
bianco e bianco preso in bianco
nulla ha peso in nulla

pedro xisto

Sebastiano Aglieco ha da poco sparso al vento “Impermanenza”, prima scomparsa di un diario, e di chi l’ha scritto. Nell’attesa di leggerlo, poiché a me le cose arrivano sempre per lunghissime vie traverse, mi sono avvicinato al vapore che Sebastiano sta intessendo sul sito Narcyso. Qui, potete scaricare i pdf della rivista “Da uno spazio bianco”.

Fra queste pagine, Sebastiano raccoglie pensieri, stralci di poesie, considerazioni e cose viste (o intraviste) un attimo prima del vento. Sfumature che io ho avuto fortuna s’impigliassero (per poco, pochissimo) nel ramo che sporge davanti alla porta di casa mia. Frammenti che, sparsi nel mondo, messi vicino costruiscono fra loro legami. Il frammento come l’atomo. Lo sciame di atomi che rincorre la forma del corpo.

Sebastiano specifica che “Impermanenza” è un’opera di “sparizione”. Non di “silenzio”, dice altrove. Fin quando esiste, nessuna scrittura può essere silenzio, non fosse altro perché è in sé stessa iscritto l’atto di incidere, e lo stridere prosegue, a distanza di millenni, anche in una tavoletta silenziosa. Eppure la cosa sciolta, evaporata, andata via – così come la parola cancellata – è una testimonianza del ritorno del silenzio. Ammesso e non concesso che noi si sappia cosa possa significare “silenzio”. Oggi più che mai.

Manifesto
di Sebastiano Aglieco
(da Narcyso)

La poesia è lingua destinata all’archivio, più di altre. Deve essere sottratta alla logica del macero e della mercificazione, all’uso e getta della letteratura spicciola, all’idea utopistica della vendita.

Per fare questo occorre ritornare a una parola scritta sulla corteccia degli alberi, sulla nuda pietra, sulla propria pelle. Occorre provare l’angoscia del non avere carta e matita.

Per restituirle un valore di necessità occorre che essa sia svincolata dalle logiche dell’editoria, dalla necessità della carta stampata. Occorre che essa sia diffusa con la modalità precaria della traccia deperibile: copie minime, fogli minimi, stampa a mano, calligrafia spuria, imperfezione.

Occorre fondare sette di poeti estinti: veri ciechi, veri profeti del nulla.

Non è un lavoro che pretende di sostituirsi o integrarsi con l’editoria di poesia – e come potrebbe! – ma una riflessione sul gesto, sulla presa in carico dell’inutilità del palcoscenico, della dicitura a voce alta, dell’attesa delle medaglie.

Le letture svolte in questi anni, e ancora in corso a proposito dei poeti “minori” , mi hanno portato alla conclusione che:

– Non può esistere un canone ma solo una TESTIMONIANZA.

– Non esiste più la possibilità, e forse neanche la necessità, di considerare appieno la grandezza, la rilevanza di una poesia, o la sua inutilità.

– La critica non deve fare elenchi e dare medaglie, non deve proclamare la morte della poesia e lavarsi la coscienza ma solo elencare, leggere profondamente e liberamente, i poeti vivi e ancora di più i poeti morti.

– I grandi sono grandi perché molti hanno detto che sono grandi.

– I piccoli sono piccoli perché molti hanno detto che sono piccoli.

– La parola CANONE deve sparire a favore dell’ELENCO con asterischi.

I poeti sono “RADICI DELLE ISOLE”, lontanissime fra di loro ma intrecciate misteriosamente sotto la sueprficie dell’acqua.

– La forza della vera poesia si misura non dalla sua bellezza intrinseca ma dal riconoscimento della nostra urgenza a cercarla e a leggerla.

– La forza della vera poesia si misura dalla capacità del lettore di uscire dal già sentito, dal già detto, dalla ciurma accondiscendente dei servi.

– La poesia esiste allo stesso modo di un ago nel pagliaio. E siccome esiste già, occorre disotterrarla come l’archeologo in uno scavo. Ripulirla, farla risplendere.

– Per essere necessaria deve essere imparata a memoria; come gli amici dell’Acmatova impararono a memoria il suo poemetto REQUIEM, salvandolo, in questo modo, dalla censura del potere.

– Necessario è custodire la poesia nel grembo; come un figlio nutrito col sangue della nostra urgenza ad esistere.

– Occorre educare la necessità della poesia fin dalla scuola, perché essa è un gesto ancora più grande della scrittura.

– Occorre abolire la moda dei ritratti dei poeti. Fare ritratti solo della copertina dei libri. Ho imparato, infatti, che le casacche dei poeti, e persino le loro facce, sono roba da circo e che il miglior abito è quello dell’operaio.

Nel rumore fracassone e abissale di questi tempi, io vorrei innestare il mio silenzio altrettanto abissale nella necessità della vera fame e della vera sete. O esisteremo migliori, o meglio estinguersi.

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8 pensieri riguardo “Impermanenza”

    1. Lucia, se consideriamo la parola “provocazione” nella sua accezione etimologica, allora sì, lo è. Se consideriamo la parola “provocazione” così come oggi la intendiamo nella quotidianità, allora no. In ogni caso, direi che è quasi una “invocazione”, giusto per restare in tema. Quando stai troppo tempo in una sala affollata dove tutti parlano, urlano, sentiamo fortissima la necessità di andarcene. Di scappare.

      1. è assolutamente nel primo senso che l’ho usata: è uno scuotere modi di vedere le cose acquisiti di cui nemmeno ci accorgiamo più e la cui incidenza nociva ci attraversa sotto pelle. Mi è piaciuto proprio per questo l’articolo. Spesso le provocazioni nel primo senso risultano invocazioni in senso profondo e quindi ho ritenuto bellissimo riproporlo nel mio blog. Ne approfitto per ringraziarti caldamente: io stessa per prima non lascerò cadere nel vuoto la sua parola; la rileggerò cercando di assimilarla

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