Ogni giorno è oggi (VI)

Stefanie Golisch

Ogni giorno è oggi (VI)

Questo è il mese di oleandro e di guerra.
Come tutti i mesi.

La mia vicina di casa novantenne che
ogni giorno si allontana di più dalla vita,
ma che ogni mattina vedo con la scopa in
mano sulla balconata. Siamo forse la
non tanto precisa somma dei nostri atti
utili e inutili. Il nostro bilancio non quadra
mai.

Lui dice: rimani e lei dice: vai e tra questi
due estremi si estende, di volta in volta,
il paesaggio dei nostri tentativi di dare
forma a qualcosa come amore.

In stazione. Ho riconosciuto sul largo viso
nero di un uomo la mia stanchezza, la
stanchezza di tutti gli uomini.

In Immensee di Theodor Storm, il protagonista
Reinhard si rende conto che Elisabeth lo ama
nel momento in cui il suo sguardo cade sulle
mani di lei, prematuramente invecchiate. Ormai
è sposata con un altro uomo, lui è tornato troppo
tardi. Il destino ha voluto che si mancassero e
loro sanno che nulla si può contro il destino. Il
destino detta la storia, l’unica possibile, il caso
suggerisce storielle: fuggire insieme di notte,
uccidere il marito, tentare un ménage à trois.
Credo di preferire l’idea che sia l’ineluttabile
sorte a guidare i nostri passi, anche all’inferno,
ma mai in un posto indifferente.

Tempi di guerra: di eroi, sacrifici e vendetta,
di denti stretti e pugni chiusi. Mi ero illusa che
quella retorica, almeno in Europa, non avesse
più funzionato. Ma mi sono sbagliata. In fondo,
la guerra, finché le bombe non cadono sul proprio
condominio, piace. Piace come piacciono le cose
cupe che si fanno perché non è possibile non farle.
Gli intrecci sono complessi e bisogna conoscere
sé stessi molto bene per affrontare senza paura
l’indicibile dentro di noi. Pochi incontrano sé stessi,
scrive Benn, ma di quei rari incontri vive la storia.
Ma quale storia? Io direi: l’altra storia. Quella ​
che ancora non è cominciata e che forse non
comincerà mai, ma che dobbiamo credere possibile
affinché, un giorno, possa davvero succedere.

A San Martino in val Masino il patrono
del paese non è un santo, ma il Gigàt, una
specie di stambecco enorme che da sempre
gira per le valli. Sembra che non sia né buono,
né cattivo, ma che si tratti piuttosto di un gran
solitario che preferisce non avvicinarsi troppo
agli uomini. Dicono che sia vegetariano, ma di
certo non si sa.

Ci sono certi gesti, forse una parola, che ci si
aspetta dall’altro, da un certo altro e che questo
non fa. Poi succede che lo stesso gesto, quella
parola, la dice qualcun altro quando meno si
aspetta. È facile mancare questo momento di
grazia e forse può considerarsi maestro di vita
chi ha imparato a coglierlo con gratitudine e
senza rimpianto.

Quello che si vede con la coda dell’occhio:
smorfie di possibili verità.​

5 pensieri riguardo “Ogni giorno è oggi (VI)”

  1. Quando eravamo bambini, e ci ostinavamo a giocare fuori del rifugio, e la notte era già scesa (una notte nerissima, quando non c’era la luna), ci dicevano: venite dentro perché arriva il Gigiàt!

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