Rilke – Nona Elegia

Rainer Maria Rilke

Nona Elegia

ELEGIE DUINESI
Da leggere ad alta voce

Traduzione italiana di Giuliano Corti
(originale tedesco a fronte)
collaborazione di Miriam Cipriani
prefazione di Angelo Lumelli

Monza, Edizioni Mille Gru, 2022

*

Perché, se si tratta di passare il tempo della vita,
come alloro, solo un po’ più scuro
di tutto l’altro verde, con piccole onde sul margine di ogni
foglia (come sorriso di vento) – perché mai
dover essere umani – e, fuggendo il destino
desiderare il destino?…

Oh, non perché la felicità esiste,
questo prematuro profitto di una prossima perdita.
Non per curiosità, o esercizio del cuore,
che anche nell’alloro sarebbe

Ma perché essere qui è molto, e perché ci sembra
che qui tutto abbia bisogno di noi, che questa fugacità
stranamente ci riguardi. Noi i più fugaci. Ogni cosa
una volta, solo una volta. E mai più. Ma questo
esser stati una volta, anche soltanto una volta,
essere stati terreni, sembra irrevocabile.

Così insistiamo e lo vogliamo compiere,
lo vogliamo contenere nelle nostre mani semplici,
nello sguardo traboccante e nel cuore senza parole.
Vogliamo diventarlo. Ma a chi darlo? Meglio trattenere tutto
per sempre… ma ahimé, cosa portare di là,
dall’altra parte? Non lo sguardo
imparato lentamente e nessun fatto. Nulla.
Quindi i dolori. Quindi soprattutto le difficoltà,
quindi la lunga esperienza dell’amore, – quindi
il puro indicibile. Ma poi,
tra le stelle, a che serve: loro sono ben più indicibili.
Il viandante dal pendio del monte non porta a valle
un pugno di terra, per tutti indicibile, ma
una parola afferrata, pura, la genziana
gialla e blu. Forse noi siamo qui per dire casa,
ponte, fonte, porta, brocca, albero da frutto, finestra, –
al più, colonna, torre… ma per dire capisci,
per dire così, come neppure le cose stesse
pensavano nell’intimo d’essere. Non è forse l’astuzia segreta
di questa silenziosa terra, che invita gli amanti,
a esaltare il loro sentire in ogni cosa?
Soglia: cos’è mai per due
amanti, consumare un po’ la soglia logora
della casa, anche loro, dopo i tanti di prima
e prima di quelli che verranno…, semplice.

Qui è il tempo del dicibile, qui la sua casa.
Parla e confessa. Più che mai
le cose, quelle vissute, passano e,
ciò che le sostituisce è un fare senza immagine.
Un fare sotto la crosta, pronta ad andare in pezzi non appena
da dentro monta l’azione e in altri modi si limita.
Il nostro cuore resiste
fra i martelli, come la lingua
tra i denti, che però, nonostante tutto
è pronta a intonare un canto.

All’angelo canta le lodi del mondo, non l’indicibile con lui
non puoi vantare le meraviglie del sentimento: nell’universo,
dove egli sente con maggiore sensibilità, tu sei un principiante,
mostragli ciò che è semplice, plasmato di generazione in generazione,
ciò che vive come nostro vicino alla mano e allo sguardo.
Digli le cose. Ne sarà sorpreso; come lo fosti tu
davanti al cordaio a Roma, o davanti al vasaio sul Nilo.
Mostragli quanto può essere felice, innocente e nostra, una cosa,
come anche il pianto di dolore prende una forma pura,
serve come una cosa, o muore come cosa -, e beato
sfugge al suono dei violini. E queste dose
che vivono morendo capiscono che tu ne canti le lodi; effimere
affidano la salvezza a noi, i più effimeri di tutti.
Vogliono che noi, nel nostro invisibile cuore, le trasformiamo
-all’infinito- dentro di noi! Chiunque alla fine noi siamo.

Terra non è questo ciò che vuoi: invisibile
rinascere in noi? – Non è forse questo il tuo sogno
essere invisibile un giorno? – Terra! Invisibile!
Qual è, se non trasformare, il tuo urgente compito?
Terra, cara, io voglio. Oh, credimi, non ci sarebbe bisogno
delle tue primavere per conquistarmi, una,
ah! una sola per il sangue è già troppo.
Senza nome, da lontano, ho scelto te.
Eri sempre nel giusto e il tuo pensiero più sacro
è la confidente morte.

Vedi, io vivo. Di cosa? Né infanzia né futuro
vengono meno… un’esistenza traboccante
scaturisce dal mio cuore.

*

Die neunte Elegie

Warum, wenn es angeht, also die Frist des Daseins
hinzubringen, als Lorbeer, ein wenig dunkler als alles
andere Grün, mit kleinen Wellen an jedem
Blattrand (wie eines Windes Lächeln) -: warum dann
Menschliches müssen – und, Schicksal vermeidend,
sich sehnen nach Schicksal?…

                                                Oh, nicht, weil Glück ist,
dieser voreilige Vorteil eines nahen Verlusts.
Nicht aus Neugier, oder zur Übung des Herzens,
das auch im Lorbeer wäre…..

Aber weil Hiersein viel ist, und weil uns scheinbar
alles das Hiesige braucht, dieses Schwindende, das
seltsam uns angeht. Uns, die Schwindendsten. Ein Mal
jedes, nur ein Mal. Ein Mal und nicht mehr. Und wir auch
ein Mal. Nie wieder. Aber dieses
ein Mal gewesen zu sein, wenn auch nur ein Mal:
irdisch gewesen zu sein, scheint nicht widerrufbar.

Und so drängen wir uns und wollen es leisten,
wollens enthalten in unsern einfachen Händen,
im überfüllteren Blick und im sprachlosen Herzen.
Wollen es werden. – Wem es geben? Am liebsten
alles behalten für immer… Ach, in den andern Bezug,
wehe, was nimmt man hinüber? Nicht das Anschaun, das hier
langsam erlernte, und kein hier Ereignetes. Keins.
Also die Schmerzen. Also vor allem das Schwersein,
also der Liebe lange Erfahrung, – also
lauter Unsägliches. Aber später,
unter den Sternen, was solls: die sind besser unsäglich.
Bringt doch der Wanderer auch vom Hange des Bergrands
nicht eine Hand voll Erde ins Tal, die Allen unsägliche, sondern
ein erworbenes Wort, reines, den gelben und blaun
Enzian. Sind wir vielleicht hier, um zu sagen: Haus,
Brücke, Brunnen, Tor, Krug, Obstbaum, Fenster, –
höchstens: Säule, Turm…. aber zu sagen, verstehs,
oh zu sagen so, wie selber die Dinge niemals
innig meinten zu sein. Ist nicht die heimliche List
dieser verschwiegenen Erde, wenn sie die Liebenden drängt,
daß sich in ihrem Gefühl jedes und jedes entzückst?
Schwelle: was ists für zwei
Liebende, daß sie die eigne ältere Schwelle der Tür
ein wenig verbrauchen, auch sie, nach den vielen vorher
und vor den Künftigen …., leicht.

Hier ist des Säglichen Zeit, hier seine Heimat.
Sprich und bekenn. Mehr als je
fallen die Dinge dahin, die erlebbaren, denn,
was sie verdrängend ersetzt, ist ein Tun ohne Bild.
Tun unter Krusten, die willig zerspringen, sobald
innen das Handeln entwächst und sich anders begrenzt.
Zwischen den Hämmern besteht
unser Herz, wie die Zunge
zwischen den Zähnen, die doch,
dennoch, die preisende bleibt.

Preise dem Engel die Welt, nicht die unsägliche, ihm
kannst du nicht großtun mit herrlich Erfühltem; im Weltall,
wo er fühlender fühlt, bist du ein Neuling. Drum zeig
ihm das Einfache, das, von Geschlecht zu Geschlechtern gestaltet,
als ein Unsriges lebt, neben der Hand und im Blick.
Sag ihm die Dinge. Er wird staunender stehn; wie du standest
bei dem Seiler in Rom, oder beim Töpfer am Nil.
Zeig ihm, wie glücklich ein Ding sein kann, wie schuldlos und unser,
wie selbst das klagende Leid rein zur Gestalt sich entschließt,
dient als ein Ding, oder stirbt in ein Ding -, und jenseits
selig der Geige entgeht. – Und diese, von Hingang
lebenden Dinge verstehn, daß du sie rühmst; vergänglich,
traun sie ein Rettendes uns, den Vergänglichsten, zu.
Wollen, wir sollen sie ganz im unsichtbarn Herzen verwandeln
in – o unendlich – in uns! Wer wir am Ende auch seien.

Erde, ist es nicht dies, was du willst: unsichtbar
in uns erstehn? – Ist es dein Traum nicht,
einmal unsichtbar zu sein? – Erde! unsichtbar!
Was, wenn Verwandlung nicht, ist dein drängender Auftrag
Erde, du liebe, ich will. Oh glaub, es bedürfte
nicht deiner Frühlinge mehr, mich dir zu gewinnen -, einer,
ach, ein einziger ist schon dem Blute zu viel.
Namenlos bin ich zu dir entschlossen, von weit her.
Immer warst du im Recht, und dein heiliger Einfall
ist der vertrauliche Tod.

Siehe, ich lebe. Woraus? Weder Kindheit noch Zukunft
werden weniger ……. Überzähliges Dasein
entspringt mir im Herzen.

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