La cecità delle ore (di Rocco Brindisi)

La figlia di Beppino Englaro era, al tempo, una bambina. Stava nel cuore dei giorni. Nulla sapeva delle finzioni della morte. Come tutti i bambini, recitava, a volte un ultimo respiro. Giocava alla morte; poi, riprendeva a respirare, tornava al respiro del suo sguardo, e il respiro del suo sguardo era buono. La sua infanzia splendeva nella moltitudine delle parole che compaiono nei libri, nella solitudine fraterna delle cose. Aveva conosciuto, nell’adolescenza, la perfetta,  amorosa solitudine di nuotare accanto a un amico, un’amica. Aveva sfiorato gli amori che spingono teneramente il cuore nella notte. Aveva visto un amico ridotto a un corpo di tenebre e aveva detto, senza tentennamenti che, fosse capitato a lei, nessuno doveva privarla del respiro della morte.

Quando sentiamo un figlio sospirare, gli chiediamo: “Perché sospiri?” Aspettiamo la risposta, temendo che sospiri per un improvviso, brutto pensiero. La felicità di un padre che spia il sonno di un figlio, sorride al movimento della sua gamba sotto le lenzuola: lo scatto di un muscolo che viene dal sogno che sta facendo. Lei esce dalla doccia e chiede al padre di asciugarle i capelli, ha un accappatoio azzurro. Il padre accende il phon, in certe cose è maldestro, ha paura di distrarsi e di scottarle i capelli. Alla ragazza capita di assopirsi sotto quel calore. Più tardi, si riveste, scende le scale correndo: ha fatto tardi a un appuntamento? Infiniti, i silenzi felici di un padre. I passi visibili, e invisibili della figlia sono il sale della vita.
E, un giorno, l’incidente. Un letto d’ospedale, il suo corpo disteso. Neanche un tremore. Gli occhi chiusi. Il latte della memoria, inacidito. La ragazza non mostra al padre i graffi sulle ginocchia. Non può farlo, non ci riesce. Le mani, più inermi e assenti del suo sguardo. Passano i giorni. Il padre crepa dal desiderio di vedere la figlia grattarsi la fronte. Passano gli anni. Gli occhi che facevano respirare le stanze, le città della terra e del cielo, sono finiti in un pozzo scuro. Le mani della ragazza scoloriscono. Il padre sogna di vederle reclinare il capo. Porterebbe in trionfo una scoreggia, un grido, un farfugliamento. Diciassette anni di cecità delle ore, della bocca. L’incantesimo di soffiarsi il naso è un’ombra pietrificata. Il padre spera che la figlia muoia, vuole abbattere il muro della sofferenza. Lo stesso sogno di Basaglia. Se la figlia continuasse a pensare, nel buio dei pensieri senza sguardo, il dolore sarebbe innominabile. Molti gridano al “miracolo della coscienza”: “La ragazza è cosciente, continua a pensare”; si commuovono a immaginare questo “dono”. Non sanno di bestemmiare, di rendere sacro l’orrore. Pure Dio, se esistesse, si terrebbe lontano dall’incubo di essere vivo: cieco, senza voce, paralizzato, eterno, capace solo di respirare. Il padre combatte contro le ombre della Legge. Non si dà per vinto, prende come compagna di strada, amica e confidente leale, la morte. [Rocco Brindisi]

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