“CollaterAle” di Jacopo Ninni, o dell’unico effetto giusto

 

di Lorenzo Mari

Ivan Illich fa parte di quella schiera di pensatori – spesso vicini a posizioni più o meno anarcoidi – che, in genere, vengono evitati il più possibile quando possono essere effettivamente utili, per poi essere ricordati nelle circostanze meno opportune. Le conseguenze di questo mismatch sono esplosive: per Illich, succede, con una certa ricorrenza, quando si parla di “descolarizzare la società”, ma è accaduto anche, nel contesto pandemico, con quell’idea di “iatrogenesi” (ossia l’origine medica di una patologia o di un altro danno, per chi si trovi nel ruolo di paziente) che proviene da un altro testo fondamentale dello scrittore e filosogo di origini austriache, Nemesi medica (1974). E questo è successo, più precisamente, nel contesto di quella rubrica di Giorgio Agamben per il sito di Quodlibet – “Una voce” – che, come si sa, ha tenuto impegnata la bolla intellettuale italiana per settimane, specialmente all’epoca del primo lockdown…

Ricordo questo, volendo parlare di collaterAle (abrigliasciolta, 2021) di Jacopo Ninni, non soltanto perché la iatrogenesi ha inevitabilmente a che fare con il tema preponderante di queste pagine, ma anche perché è il libro stesso di Ninni – pubblicato ormai un anno fa – a mantenere vivo lo scarto rispetto al vanverismo epidemiologico, di varia matrice, di questi due anni. Scarto che sarà utile tener presente nell’avvicinamento all’ustionante attualità del testo.

Ancora due parole su Nemesi medica, intanto. Mai citato da Ninni – per quanto ogni testo del libro sia accompagnato da una citazione più o meno lunga, non tanto posta in esergo quanto come testo autonomo collocato di fianco a quello dell’autore – il testo di Ivan Illich si colloca nel contesto dei movimenti di delegittimazione dei saperi e delle pratiche istituzionali che sono fioriti nella seconda metà del Novecento. Si è successivamente prestato a riletture similmente orientate, anche se spesso in modo più vago, o in ultima istanza deviante, rispetto a quella peculiare temperie culturale e politica in cui la diffidenza verso gli apparati istituzionali aveva una sua cogenza e specificità. D’altra parte, pur nella sua classica argomentazione apodittica e nel consueto peana delle “società primitive”, o precapitaliste, Illich ha fornito – insieme e a tratti in modo complementare al movimento dell’antipsichiatria – un modello di rinnovamento della scienza medica, contribuendo a smussarne alcune asperità.

Di certo, non per questo la iatrogenesi non è scomparsa, ma la stessa riflessione di Illich ha aiutato a identificarne sempre meglio la caratterizzazione clinica (l’insorgere di una patologia clinica, appunto), quella sociale (il ricorso alla medicina, e al suo “consumo”, con modalità patologiche) e culturale (l’incapacità di affrontare la patologia o la morte). Ecco, il lutto che sta al centro di collaterAle è rielaborato proprio per fare fronte a quella condizione di iatrogenesi culturale che è rimasta forte e diffusa, nel corso dell’ultimo secolo: come scriveva Illich, «[l]’individuo diventa incapace di accettare la sofferenza come una componente inevitabile del suo consapevole confronto con la realtà e impara a vedere in ogni malessere il segno di un proprio bisogno di protezione a riguardo».

CollaterAle, invece, affronta quella sofferenza in campo aperto, e non lo fa per delineare soltanto un percorso individuale – poi eventualmente universalizzabile, secondo la tradizione della lirica occidentale – bensì per mettere costantemente in scacco (nel gioco di rimandi con le citazioni accostate ai testi, ad esempio, ma non soltanto così) saperi e pratiche che, invece, tendono costantemente a riprodurre la iatrogenesi culturale.

È anche per perseguire questo obiettivo che quello che avrebbe potuto essere cronaca o diario diventa alfabeto, e cioè è la successione alfabetica delle iniziali dei singoli testi a determinarne la progressione, dalla A di “Anestesia” alla Z di “Zzzzzz”. Un rimescolamento di carte che ha un antecedente più chiaro e diretto di Illich nel memoir di Sandra M. Gilbert, Wrongful Death. A Medical Tragedy (1995), in cui la studiosa americana, nel flusso del racconto autobiografico, non perde l’acume saggistico che le è stato internazionalmente riconosciuto – al di là di questo testo, mai tradotto in italiano – per la sua militanza nella teoria e critica femminista (di Sandra Gilbert e di Susan Gubar è infatti uno dei capisaldi della critica letteraria femminista del secondo Novecento, The Madwoman in the Attic: The Woman Writer and the Nineteenth-Century Literary Imagination, del 1979).

La stratificazione di collaterAle di Ninni non si riscontra solo nei generi attraversi, ma anche nel rapporto tra testo e immagine, per il quale il lettore può usufruire di una chiara “NotAzione iconografica” finale. Sotto il titolo del libro, già in copertina, si trova una riproduzione della planimetria, conservata presso l’Archivio Storico Civico e Biblioteca Trivulziana del Comune di Milano, della chiesa di San Carlo in Lazzaretto, edificio a pianta ottagonale che l’autore – di formazione architetto, come già si desumeva dal precedente Cosedicasa (Dot.com Press, 2017) – trova di particolare interesse per la simbologia propria dell’ottagono e, in ultima istanza, del numero 8 (infinito, resurrezione, equilibrio cosmico, etc.). Di particolare interesse anche l’ex voto di “Miracolo”, trasformato in meme poetico, a metà libro, secondo modalità e interessi che appaiono in sintonia con le ricerche poetico-visuali di altri autori e gruppi che operano in questi anni, come ad esempio Howphelia. Una foto, infine, eseguita dallo stesso Ninni accompagna il testo intitolato “Visite”, facendolo anzi diventare una sorta di didascalia, per quanto animata da scelte grafiche e tipografiche che movimentano il testo – qui, come in altre occasioni, non del tutto identificabile con le convenzioni tipografiche del libro di poesia di qualche decennio fa.

Se l’iconotesto è così stratificato, lo è anche la lingua dei testi di Ninni che, come si può vedere nei testi qui inclusi in calce, passa dalla notazione simil-diaristica più scarna («Sabato scrive che ancora non si sveglia») al gioco più sofisticato con la tautologia («il vetro definitivamente vira in vetro»), passando per una tensione gnomica che, però, resta detta sempre con tre quarti di voce, e non a voce intera, ossia con understatement che vanno dalla complessità del piano retorico («Senza una direzione e una metrica delle rassicurazioni / resta solo decidere da dove esattamente / far partire il coraggio», corsivo aggiunto) fino agli inciampi della logica sintattica convenzionale («e tutto ti sembrerà / quasi più normale», corsivo aggiunto).

È una voce che ancora non tiene, nei vari testi, e questo non come giudizio di valore sulla qualità dei testi di Ninni, ma proprio come fenomento per un orecchio che si accosti alla voce espressa dal testo: una voce che, pur elaborata e composta, non può fare a meno di spezzarsi, rompersi, sbregarsi, lasciando intravvedere la ferita, il luogo dove questa ha tentato la cicatrizzazione. Non una voce stentorea e sicura del proprio dire, fino ai limiti del paradosso e del ridicolo, ma una voce umana, comunemente vulnerabile com’è quella di chi legge e vi si riesce a riconoscere.

Effetto, questo, non collaterale, ma pienamente riuscito.

 

Anestesia

Sabato scrive che ancora non si sveglia 

Senza una calligrafia e una metrica della rassicurazione
si disabituano in fretta a essere coordinate,
le parole.
Si fanno parentesi, cornice a un diorama
mentre le questioni si infrangono nel vetro
e il vetro definitivamente vira in vetro.
Io arrivo qui, intanto,
a una sedia in metallo, appoggiata distratta
dalle conclusioni.
E nessuno scriva che proprio qui bisogna
tracciare una nuova geometria delle attese
in questo rettangolo d’aria
che è scale, ascensori e una porta.
Senza una direzione e una metrica delle rassicurazioni
resta solo decidere da dove esattamente
far partire il coraggio.



Peg

Hanno spostato la mia idea di desiderio.
Ma ti assicuro che, oggi come ieri,
questo cibo è l’intruso e mi attacca allora
ai tuoi polmoni e a una fame che
ad oggi non sale più oltre lo stomaco
mentre tra la finestra e la vetrata
si addormenta la mia voglia di staccarmi.
Ma lo so che da quel foro vedrai, comunque,
la mia città e tutto ti sembrerà
quasi più normale.
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