Ogni giorno è oggi (VII)

Stefanie Golisch

Ogni giorno è oggi (VII)

La mia raccolta delle citazioni, il mio tesoro. Una più vera
dell’altra. Tutte così ben dette che vorrei averle scritte
tutte io. Tutto indagato, tutto esplorato, tutto espresso al
meglio: la complessità del mondo, dell’io, dell’io nel
mondo. Tutto letto, ri-letto, afferrato (avidamente),
trascritto e prontamente dimenticato tranne forse una di
Čechov quando dice che bisogna spremere lo schiavo dentro
di noi, goccia per goccia. Domanda: a che punto sono io?

L’estate. Quale è la mia estate, quella vera, l’unica in
fondo? Penso a quel gruppo di amici chiassosi in treno
che stanno tornando da una gita. Non sono più giovanissimi
e forse l’anno prossimo una gita del genere non la faranno
più. Perché uno avrà trovato un ottimo lavoro e uno un
pessimo lavoro e il terzo nessun lavoro e nessuna
fidanzata e un giorno si sveglia ed è il suo trentesimo
compleanno e ora, come si fa? Cosa si fa?

È rassicurante trovare alla fermata della metropolitana
Dahlem Dorf, disteso al sole, l’uomo più sporco di
questo quartiere molto pulito. C’è ancora, sopravvissuto
a piedi nudi all’ennesimo inverno per ricordarci quanto
la vita sia allo stesso tempo logorante e indistruttibile.
Saremo anche noi come lui se ci decidessimo a non lavarci
più, ma noi ci laviamo, ci pettiniamo e ci vestiamo secondo
le necessità delle stagioni. Noi sappiamo dove andare a
dormire, lui non lo sa, ma dorme lo stesso. Al freddo gelido
e sotto il sole impietoso come la gatta africana, ospite di
questa mia estate.

Ha ragione Benn che insiste sull’incompatibilità tra cultura
e arte. Cultura sono le mostre nei caffè, i circoli letterari,
le case editrici a pagamento, le feste popolari e i poetry slam,
le piccole vanità, il pensare abbastanza comune che uno
scrittore sia uno che sa usare bene le parole. L’arte invece
è guerra: l’io contro il mondo e contro se stesso. Senza sconti.
L’arte non appartiene al mondo civilizzato, ma al mondo nascente:
informe, inconsapevole ancora di se stesso che emette
rumori osceni, strisciando per terra alla ricerca di cibo
vivo e morto. Non c’entrano spumante e spuntini e
discorsetti. La firma dell’artista è uno scarabocchio, fatto
di terra e sangue.

Ho trovato in giro un libro di una autrice olandese del
secolo scorso che si intitola Le diecimila cose. L’ho
aperto e non subito chiuso perché non mi piacevano​
i nomi dei protagonisti o perché certe osservazioni
banali mi avrebbero fatto temere delle osservazioni
ancora più banali. Questo libro, invece, parla della
vita in una piantagione nelle Molucche, un gruppo
di isole dell’Indonesia, di spezie che non conosco,
animali che non conosco, credenze che non conosco
e cibi che non conosco. Questo libro, pieno di parole
che non si trovano in internet, mi fa pensare a tempi,
neanche tanto remoti, in cui nel mondo c’era posto
per tanti mondi, imparagonabili tra di loro, giusti e
ingiusti, ad ogni modo inconfondibili. Ragioniamo:
la sola parola globalizzazione, usata da forse una
ventina di anni per vendere meglio il mondo presente
e futuro, sa – di per sé – di totalitarismo.

Desiderio di vita lenta. Desiderio di lingue che non
conosco e che non studierò mai. Desiderio di cose
che non so e che nemmeno voglio sapere. Desiderio
di un paio di occhi nuovi.

È sera. La tristezza e la gioia di ogni giorno insistono
sul loro diritto di esserci.

4 pensieri riguardo “Ogni giorno è oggi (VII)”

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