Emilio Coco, Inediti da “La casa”

Nella zona più buia della casa
dove le tapparelle sono sempre abbassate
e le luci del grande lampadario
in falso stile inglese vittoriano
è da anni che si sono fulminate
e nessuno si è preso mai la briga
di sostituire con le nuove a led
le nere lampadine a tortiglione
troneggianti sui bracci con doratura a foglia
che farebbero gola
ai fanatici amanti del vintage.

In questa stanza di quaranta metri
che funge ancora da salotto e studio
anche se ormai non v’entra più nessuno
si aggira traballante un uomo solo
cercando compagnia tra i vecchi libri
che piangono l’assenza di una mano
sul dorso o tra le pagine.
Quasi a chiedere scusa, allunga le sue dita
a tastare la pelle raggrinzita
dei classici Aguilar, li sfiora a uno a uno,
quei corpi inerti, che più non sobbalzano
alle folli lanciate del cavaliere errante.

Senza profferire una parola
accosta il petto allo scaffale e cinge
in un unico abbraccio incontenibile
tutti e trenta i volumi.
Resta così finché viene distratto
da un brusio di passi alle sue spalle,
volge lo sguardo e scorge Dulcinea
splendente come rosa,
in abito di schiuma vaporosa
coi capelli che indorano
la sua svelta figura.

Un’alchimia di luci e di colori
riempie la sala mentre la donzella
stringe il suo cavaliere contro il seno.
Si spengono le luci e nuovamente il buio
ogni cosa ricopre col suo velo
nella mia stanza triste di poeta.

*

Dove c’era una casa
rumorosa del canto di sartine
che di colpo zittivano
a un cenno secco della zia Checchina
che scuoteva con forza la corona
dagli acini balzanti
e iniziava la recita delle quindici poste
con lo sguardo accigliato
tra i sussurri e le risa soffocate
delle giovani allieve.

Dove c’era una casa
con zia Gina che all’ora del rosario
storpiava avemarie con in testa
il modello dell’abito da sposa
o il tailleur con lo spacco laterale
precorrendo la moda tra i rimbrotti
della sorella tutta casa e chiesa.

Dove c’era una casa di un unico stanzone
con il soffitto a travi
e il pavimento gobbo di cemento
che funzionava da laboratorio
e da cucina e camera da letto,
con due arcate protette da una tenda
una col materasso di pannocchie
e il pitale di latta sotto i trespoli
l’altra con il mio letto e il tavolino
dove sognai i miei primi amori
con Rita Hayworth e Marilyn Monroe
e mi pensavo nell’atto d’ingoiare
le loro fluenti chiome
con fervore suicida.

Dove c’era una casa
con i miei libri della scuola media
e l’Iliade in belli endecasillabi
che leggevo storpiando metri e ritmi
e piansi Ettorre dalla negra chioma
e m’indignai per Elena
che agli iliaci addusse lutti atroci
e sfogliavo con dita frettolose
le pagine del mio vocabolario
alla ricerca delle parolacce
come cosce mammelle pene e vulva
e lo sentivo crescere
nella maldestra mano chiusa a pugno.

Dove c’era una casa
con il basso soffitto dove mi rifugiavo
a sfogliare impaziente
le riviste di moda coi modelli
dei costumi da bagno castigati
indossati da giovani ammiccanti
e risolvevo gli affari del mio cuore
con i disegni di donnine nude
dai seni enormi e dai ricciuti pubi
tracciati con il lapis
sopra un foglio strappato al mio quaderno.

Dove c’era una casa
al numero diciotto
della via Cristoforo Colombo
adesso c’è uno studio di estetista.

*

Ho una stanzetta, amici,
una stanzetta fatta per chi voglia
accompagnarmi nelle mie letture
dei poeti latinoamericani.
Non mi intrigano più i castigliani
e quelli dei miei lidi.
Da molti anni traduco solo loro
e scrivo come loro
e creo il mio giardino
al terzo piano di un palazzo anonimo
dove s’ode il frinire di cicale
il trillo degli uccelli
e un’edera s’arrampica sul muro
e gorgoglia uno zampillo d’acqua
tra il soave sussurro delle fronde
tutte parole trite
e immagini invise
agli altezzosi vati che rifuggono
dal bello quotidiano.

Ho una stanzetta, amici,
dove il sole che batte alla finestra
si fa minuta polvere sui libri
degli amici poeti che hanno reso
la mia vita un tormento nello sforzo
d’imitare il loro bello scrivere
e nelle rare volte in cui mi ci avvicino
dedico una sonora pernacchia a chi so io.

Ho una stanza casetta tutta mia
sulla cui porta ho inchiodata una scritta
che proibisce l’ingresso alle parole
astruse tanto care a molti che conosco
pena la morte per strangolamento.
Una casetta dove sono le benvenute
quelle che fanno rima con fiore cuore amore
e che sono capite persino dalla gente che comanda.

Una casetta chula
traboccante di libri
in scaffali che toccano il soffitto
dove i miei carcerieri mi stordiscono
coi loro versi magici
tenendomi rinchiuso a sei mandate.

*

La mia casa vestita
tutta di nero per i molti lutti
di pietre e legni instabili
calcinata dal sole
e sferzata dal vento turbinoso
dove trascorsi la mia fanciullezza
scandita dal fedele
tintinnio dell’orologio a pendolo
della stanza di sotto
che a volte nella notte
dimenticava di suonare le ore
e sobbalzavo sotto le coperte
atterrito da quel silenzio insolito.

Giocavo a nascondino col mio gatto
che spaventavo con le mani a grinfie
e aprivo la dispensa forzando il chiavistello
col mio coltellino a serramanico
per mettere tra i denti qualche uliva aggrinzita
e un tozzetto di pane
che bagnavo nell’acqua per farlo ammorbidire
e temevo i rimbrotti della nonna
nel caso si accorgesse del mio furto.

Amavo il suo silenzio quando mamma
scendeva nella strada
a ricamare al tombolo con le altre comari.
Finalmente la casa tutta mia
e trascorrevo avventure inaudite
nascosto dietro i verdi cassettoni
di quella che era stata
la falegnameria di mio padre
prima che se ne andasse in Abissinia.
Battevo con le nocche contro il legno
per spaventarmi un poco e quasi ci riuscivo
ma mi ricomponevo in un baleno
quando dal lucernaio uno squarcio di luce
feriva la penombra della sera
che si spargeva lenta ad occupare
gli angoli più nascosti della casa.

Ma quello che faceva la mia gioia
era incantarmi a guardare per ore
con il naso schiacciato contro i vetri
i tremendi acquazzoni che si precipitavano
verso il corso di sotto sobbalzando
tra i sassi dei gradoni
e intasando di foglie e di altre lordure
i pozzetti di fogna e gocciolavano
sopra i fili di ferro con i panni
che mamma non aveva fatto in tempo
a sistemare in fretta nel bacile.

La casa tutta odorava di pioggia
s’intrideva di pioggia, si gonfiava di pioggia
di pioggia frettolosa con piedi di gigante
sembrava che indugiasse si fermava
subito riprendeva con più furia
lavava tutto, trascinava tutto
finiva all’improvviso senza nessun avviso
mi lasciava incollato alla finestra
senza un addio, irrazionale e triste.

Piove nella mia anima, adesso come allora.

*

Me la ricordo ancora.
La costruivo mattone su mattone
con la mia fidanzata
lì dove la stradale provinciale
s’incrociava con una carrareccia
che portava al paese.
Ci fermavamo lì seduti su un muretto
forte abbracciati e con gli occhi sognanti
a pensare la nostra bella casa
costruendo rifugi per l’amore
su un’amaca attaccata al tronco del ciliegio
o sul prato odoroso di mentuccia
in un giardino tutto recintato
a ripararci dagli sguardi estranei.
Nessuna casa intorno
la più vicina ad oltre cento metri.
Mi turavo le orecchie
allo strepito della scavatrice
che ammontonava nuvoli di terra
nel cassone di un camion sgangherato
o al frastuono delle autobetoniere
che con i loro tubi riversavano
fiumi di calcestruzzo
nelle casse di legno dei pilastri.
E la nostra villetta prendeva consistenza
con gli allacci delle tubature
la posa del parquet e degli infissi
con il letto a due piazze sistemato
al centro di una stanza tutta in rosso.
Quante volte l’abbiamo immaginata
seduti sul muretto
di quel pezzo di campo invaso da sterpaglie
ma eravamo giovani e le tasche
risuonavano a vuoto
e in quel posto rimase
la cenere di qualche sigaretta
col mozzicone spento sotto il piede.
E lasciammo la casa confinata per sempre
nell’angolo più buio della memoria.
Perché così succede
perché s’invecchia in una casa estranea
senza nessun muretto e brama di volare.

*

Un giorno abbandonammo
la casa in cui nascemmo tutti e tre i fratelli.
Non c’era più motivo per restarci.
Nel grande letto che un tempo era stato
dei nostri genitori dormivamo
io e il fratello grande,
l’autorità Michele che si era rivestito
dei panni di mio padre e si sentiva in obbligo
di guidarmi a suo modo controllando
ogni mio movimento.
Dalla stanza di sopra la nonna vigilava
col suo udito infallibile
sui litigi che immancabilmente
scandivano la vita di ogni giorno
perché non sconfinassero in baruffe
o qualcosa di peggio.

La nonna mi parlava con orgoglio
del suo Angelo che si era fatto grande
mettendo su un negozio di legname
che i suoi figli mandarono in rovina
conducendo una vita scapestrata.
Da grande investi bene
Il denaro che Dio ti vorrà dare,
la goccia fa la fossa, mi ammoniva
coi suoi occhi sereni come verdi lucerne
nel buio della stanza.
Io poggiavo la testa sul suo morbido grembo
e sognavo una vita da grande miliardario
con tanti zero che neanche c’entravano
nel quaderno a quadretti messi in fila
mentre giù il fratello prepotente
era intento ad apprendere le tecniche e i segreti
su come aver successo con le donne.

Era quella la casa
dove la nonna filava le storie sue più belle
e se ne andò serena
e senza un filo bianco nei capelli
e insieme a lei la casa
che abbatterono dalle fondamenta
i fievoli ricordi che svanirono
con troppa fretta e senza
una minima punta di rammarico.

*

Allora, solo allora
quando alla nostra morte venderanno
l’ultima casa in via La Piscopia
sulla statale dove Giacomino
per anni ha tormentato le mie sieste
gonfiando ruote e stringendo bulloni
e mi malediranno nell’affanno
di liberare ogni angolo
dal peso dei miei libri
senza avere pietà
neanche per quelli scritti di mio pugno,
perché farà sapere l’acquirente
che la vuole completamente sgombra
con le pareti nude.

Credetemi, li avevo sistemati
in bella mostra sulla scrivania
uno per ogni figlio e dedicati
per mostrarli agli amici con orgoglio
sono di nostro padre
che faceva il poeta e il traduttore
li metteranno con gli altri alla rinfusa
in bustone di plastica all’ingresso
in attesa che venga il martedì
lo spazzino a raccoglierli
bestemmiando fra i denti
per tanto peso inutile.

E io mi sentirò senza di loro
cosa dimenticata
un’ombra senza forma e senza corpo
un’immagine assente nello specchio
un pesante silenzio
e voce mai ascoltata.

Allora, solo allora
contemplando dal cielo tanto scempio
morta ogni mia speranza
mi pentirò di avere consumato
i miei anni più belli
a innalzare con sforzo e con tenacia
un mondo fatto di assoluto niente
e asciugherai il mio pianto
e con me piangerai
per tanta ingratitudine.
E sentirai quanto infermamente triste
può essere un uomo a cui abbiano tolto
quello su cui ha costruito la sua vita.

*

Solo allora risplende
un’angelica calma sul tuo viso
dopo aver perlustrato
gli angoli più riposti della casa
e non aver trovato
un granello di polvere attaccato
al pannetto per le pulizie.
Le dedichi il tuo tempo più prezioso
e la guardi estasiata
coi mobili e le sedie al posto giusto
e il pavimento lucido di cera.
Crolli sulla poltrona
esausta ma orgogliosa
del bel lavoro fatto
e quando finalmente arriva l’ora
di andare a letto trovi la tua pace
solo dopo aver fatto
un’ultima ispezione
sonnambula alla casa
ed esserti accertata che il gas è stato chiuso
che non perde lo scarico dell’acqua
e che hai spento le luci nel salone.
Poi vai in cucina e dai
alle posate un’ultima asciugata
passi il dito sul vetro del balcone
appannato dal freddo dell’inverno
che vibra con il vento o col rumore
di un camion che si affanna
sulla salita verso San Matteo.
Sollevi le coperte e gemi un poco
per la testa che pesa sul cuscino
ti addormenti stringendomi la mano
mentre io con gli occhi aperti
nel buio della stanza
sogno una casa tutta un guazzabuglio
di libri e di vestiti sparsi a terra
di fornelli incrostati d’unto e salsa
di mobili sepolti dalla polvere
di un lettone con le lenzuola all’aria
tutto disfatto dove rotolarci.

*

Non è mia quella casa.
È soltanto una casa in costruzione
e l’amico Gerardo
che è addetto al montaggio degli infissi
si porta sempre appresso
un groviglio di chiavi legato alla cintura
dei bianchi pantaloni in tela grezza
imbrattati di calce
che indossa pure nei giorni di festa
insieme a un immancabile
giubbotto senza maniche
e a un berretto col logo dell’impresa.

Le stacca e si diverte a farle tintinnare
e poi introduce nella serratura
del portone la chiave più pesante
l’apre s’accerta che non c’è nessuno
divoriamo i gradini a due a due
fino all’ultimo piano
e cerchiamo rifugio
ognuno con la propria fidanzata
nei due appartamenti senza porte
situati sullo stesso pianerottolo.

Soltanto muri alzati con mattoni
non sempre uguali e ben allineati,
con tagli irregolari
per far passare i cavi della luce
e i tubi in ferro del riscaldamento.
Qualche cesto di malta
un mucchio di cemento
una carriola e una betoniera
involucri di plastica
e bottiglie di birra sparse ovunque.

È per me una reggia
più splendida di quella di Caserta
quando stendo per terra uno stuoino
arrotolato all’angolo del bagno
troppo piccolo, ahimè,
per contenere i nostri corpi nudi
ma non importa è lì
che ci cerchiamo per la prima volta
con le mani tremanti.
Io ho diciotto anni e tu soltanto quindici.

Quando passo per via della Vittoria
e alzo lo sguardo verso quel palazzo
a quattro piani e tinteggiato in verde
ricordo i tuoi baci con le labbra strette
e il mio amore impacciato.
in una casa che non era nostra.

*

Quelli che amo di più della mia casa
sono gli spazi chiusi
gli spazi scarsamente frequentati
non quelli allucinati dal sole prepotente
con le finestre aperte e con le tende
agitate dal vento leggero dell’estate
spazi aperti ai rumori quotidiani
agli odori dei cibi cucinati
che invadono le stanze
anche le più lontane dal fuoco dei fornelli.
Mi piace il sottotetto senza un filo di luce
dove amo rifugiarmi
e mi attardo a godermi lo spettacolo
dei libri che non trovano più spazio
dentro la libreria del salone.
Li ho condannati messi in bella fila
nei tre scaffali in metallo addossati
alla parete alta, libri inutili
che non potranno mai figurare
insieme agli altri scelti per bellezza
col dorso in pelle e i titoli dorati.
Loro poveri tutti squinternati
con le orecchie alle pagine ingiallite.
Amo i posti difficili
chiusi agli sguardi dove raramente
il panno della polvere
o lo spray con la cera per i mobili
vi entrano per fare pulizia.
il ripostiglio con gli scatoloni
accantonati gli uni sopra gli altri
che non ricordo più di cosa sono pieni
di stivali di gomma per bambini
di foto d’altri tempi sulla vespa
con i capelli al vento che ti abbraccio da dietro
mentre tu con le mani attaccate al manubrio
fai finta di guidarla nel boschetto.
Mi verrebbe la voglia di tirarne uno a caso
e violarne il segreto che nasconde
ma all’ultimo momento mi trattengo
dall’aprirlo perché non reggerei
all’amarezza di trovarlo vuoto.


Emilio Coco (S. Marco in Lamis, 1940) ispanista e traduttore, ha curato diverse antologie di poesia spagnola e ispanoamericana; e ha tradotto anche poesia dall’italiano allo spagnolo per editori spagnoli, messicani e colombiani. Di grande rilievo, tra gli altri, i tre volumi de Il fiore della poesia latinoamerciana d’oggi pubblicati con l’editore Raffaelli. Come poeta, ha pubblicato sette libri di poesia in Italia, tra i quali Il dono della notte (Passigli, 2009), tutti riuniti poi nel volume Poesie 1990-2020 (Raffaelli, 2021); e quindici fra la Spagna e l’America Latina. Diversi i premi e i riconoscimenti ottenuti. Nel 2003 è stato insignito dal re Juan Carlos I del titolo di commendatore dell’ordine “Alfonso X el Sabio”, uno dei più alti riconoscimenti che si concedono in Spagna per meriti culturali. Nel 2010 gli è stata conferits dall’Università di Carabobo in Venezuela l’onoreficenza “Alejo Zuloaga Egusquiza”. Nel 2011 gli è stata assegnata in Messico la medaglia d’argento per “su gran labor de traductor de la poesía mexicana”. Nel 2014 gli hanno tributato un omaggio al Festival “Letras en la mar” di Puerto Vallarta, in Messico. Nel 2016 gli è stato attribuito il premio internazionale Ramón López Velarde. Nel 2020 è stato poeta omaggiato a Quito, in Ecuador, nell’ambito del festival di poesia “Paralelo cero”. E’ stato tradotto in dodici lingue e ha partecipato a numerosi festival internazionali di poesia. Nel 2022 ha ricevuto il “Premio Pontedilegno” alla carriera.

Copertina: David Hockney

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3 pensieri riguardo “Emilio Coco, Inediti da “La casa””

  1. Anche questa è parola pura, aria luminosa e diafana proprio come quella che traspare dal quadro di Hockney. Le trovo bellissime, la loro semplicità le rende speciali e si leggono come ascoltando il nostro sé che ci racconta di noi o del nostro vicino o di quella coppia strana che abita al piano di sopra. E sembra di essere tutti un po’ più umani.
    Grazie mille.

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