Ogni giorno è oggi (IX)

Stefanie Golisch

Ogni giorno è oggi (IX)

C’è un quadro della pittrice Lotte Laserstein alla Neue Nationalgalerie che si intitola Abend über Potsdam. Tre donne e due uomini, non più giovanissimi, seduti a tavola su un terrazzo sopra Potsdam.
È tarda estate, forse.
Domenica, forse.
Si è mangiato, bevuto, parlato, ora scende la sera.
E cosa è stata questa domenica, questo fine settimana, questa estate? Sembra che i protagonisti del quadro non sappiano bene la risposta. Ognuno guarda in una direzione diversa. Dentro di sé?
Lontano? Non più da nessuna parte?
Le parole sono state dette.
Cibi, bevande, amori e discorsi sono stati consumati.
E ora?
Abend über Potsdam che apre la nuova mostra permanente del museo e che era stato dimenticato da decenni nei magazzini, è del 1930.
L’ho guardato a lungo.
Anzi, mi sono seduta in mezzo a quelle persone di altri tempi, che in verità, sono i miei tempi.
La stessa stanchezza.
Gli stessi colori sbiaditi.
La stessa sensazione che le parole si siano consumate, che non risuonino più.
Lo stesso cielo muto.
1930.
2022.
La storia si ripete.
È una frase così banale.
E così incontestabile.

Il – non so come chiamarlo – mendicante che si sposta appena per farci passare comodamente con il passeggino che accompagna questa mia estate che, ora, sta per finire. Un movimento quasi impercettibile, ma io l’ho percepito e lo annoto qui.
La sensazione che la verità (se c’è) si nasconde sempre al margine.
Un gesto distratto, uno sguardo che non sa di se stesso.
Qualcosa di molto piccolo, insomma, destinato a non durare perché la sua natura, al contrario di quello che si è soliti pensare, è così mutevole, così poco affidabile.

Una visita al cimitero.
Nelle grandi città, in Germania, ormai ci si fa seppellire anonimamente.
Per non lasciare tracce?
Per fuggire dalla consapevolezza della propria finitudine?
Per non recare fastidio ai propri parenti che – così mi dicono – ad ogni modo non verrebbero mai più a trovare il morto?
Di qualsiasi natura siano i motivi, mi sembrano ugualmente tristi o squallidi o tutti e due.
Un miscuglio cupo di praticità e metafisica negata in un mondo che si sta allontanando sempre di più dal suo centro cosmologico.
Credo che i riti funebri (di tutte le culture del presente e del passato) non siano da considerare innanzitutto come espressione della speranza di una vita oltre la morte, ma come segno di rispetto per l’unicità di ogni singola vita.

Mi rattrista vedere quel pezzo di terra nudo dove è stata sepolta l’urna di Marlies, una donna che amava il bello – serio e futile –, che a settant’anni aveva cominciato a scrivere poesie e che a ottant’anni si era permessa di innamorarsi di un uomo di 20 anni più giovane di lei.
Vorrei leggere il suo nome da qualche parte e vorrei che qualcun altro lo leggesse, come capita anche a me davanti alla tomba di uno sconosciuto, immaginando per un attimo la sua storia, il suo destino.

Questa è la felicità, scrive Novalis, avere talento per il destino.
Talento per il destino – questa espressione che forse mira alla consapevolezza del limite. Non soltanto del proprio limite, ma del limite assoluto che va rispettato per non cadere nel vuoto.
L’uomo non è fatto per il volo libero.
Non è certo una novità: dell’irresistibile tentazione di superare il limite narrano miti, fiabe e testi sacri di tutti i tempi. Il nostro processo di civilizzazione (in verità, ogni volta che uso questa parola la vorrei mettere fra virgolette) è impensabile senza la figura dell’eroe che, a nome di tutti, sfida il limite invisibile.
Parte perché non può rimanere.
Vuole sapere perché non può non volerlo.
Nel grande quadro del mondo ci vuole chi combatte e chi si arrende.
Sono talenti diversi.
Complementari.
Eppure, l’ultima parola sarà quella del destino che in questo momento immagino come il rospo in fondo al pozzo.

La vita è un unico mirare all’armonia, perché soltanto come sistema armonico di materia e energia si può mantenere. Più armonico un essere vivente è, più semplice e adattabile, più a lungo vivrà la sua specie. Tutto ciò che succede sulla terra è una ricerca di sempre nuovi equilibri. Il mondo è un sistema di equilibri.
Leggo queste parole in uno scritto di mio nonno, il meccanico August Schrader (1906-1943), del 1937.
All’epoca aveva 31 anni. Sei anni dopo era morto.
Caduto in Russia.
Soldato contro volontà in una guerra senza senso.
Ieri come oggi.
Non è cambiato nulla.
Quali sono i nomi dei soldati morti in questa guerra in corso e come si chiamano le loro madri, padri, fratelli, figli e donne?
Sono davvero così entusiasti di morire da eroi come la stampa europea insinua insistentemente?
Può darsi che farò in tempo a vedere la svolta dell’opinione mediatica.
Tanto si sa che, quando converrà, tutti avranno saputo da sempre che si trattava di pura propaganda.
Da una parte e dall’altra.

Io mi dissocio da subito.
Anzi, da ieri.
E, considerando che non esiste nessuna causa che giustifichi la morte di una sola vita umana, dedico queste righe a tutti coloro che sono morti per le false cause di tutti i tempi.
Dubito che il loro riposo sia pacifico.​

Desiderio di pane e sale.
Di cose essenziali e durature.
Di cose e parole che non ingannano.

*

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2 pensieri riguardo “Ogni giorno è oggi (IX)”

  1. Grazie per le tue parole. Per le parole che non si possono più dire, per le parole che invece vanno dette. Per il pensare altrimenti.

  2. Mi ha mandato Nino Alecci – in risposta al mio post – questa sua poesia:

    Al cimitero

    Luogo silenzioso e di piacevoli incontri è il cimitero
    in questo posto tranquillo e solitario
    Mi piace andarci da solo
    Per trascorrere qualche ora
    Tra cappelle e tombe

    Alcune ben decorate con lumini e fiori freschi
    Altre rovinate dal tempo e da tempo trascurate
    con fiori appassiti o finti, sbiaditi anche loro
    mi piace girovagare per i vialetti,
    guardare qualche lapide

    soffermarmi su una data, una foto in bianco e nero
    e chiedersi: “com’ è stata la vita di questa sconosciuta?”
    chissà se è stata felice, se le han voluto bene
    se la vita è stata gentile con lei

    ogni volto su quelle lastre di marmo, racconta una storia

    visi che parlano senza dir niente
    poi, una faccia conosciuta
    e subito la mente torna indietro
    a sfogliare, come in un album, ricordi lontani
    sprazzi di luce, in un mare di sensazioni ,

    i ricordi affiorano

    quante persone ho incontrato, con quante ho chiacchierato
    o semplicemente salutato e, per caso, soltanto di vista incrociato

    volti amichevoli che non ho scordato
    il signore col carretto trainato dal cavallo
    la vecchietta che vendeva carbone all’angolo della strada
    la signora Gina che, al mattino, ci portava il latte

    il vecchio che dava le 10 lire se gli compravamo le sigarette
    li ritrovo tutti qua, e non è assolutamente vero che si dimenticano
    il cimitero è un luogo dove la memoria cancella il tempo
    e ci ricorda le persone che sono realmente esistite

    che sono sempre con noi
    sorrido e penso
    anch’io ho fatto parte delle loro vite
    e che, lasciando questa terra,
    qualcosa di me, anch’essi se la sono portata via
    e la loro, seppur piccola, è rimasta a me
    naturalmente ci sono i miei cari
    vengo spesso a trovarli
    a cui rivolgo i miei pensieri
    è un intimo dialogo tra me e loro
    ma questa è una storia del tutto personale.

    Grazie, Nino.

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