Eschilo e la lingua-spazio

Yves Bergeret

Su “I Persiani” di Eschilo:
efficacia della lingua-spazio

Sur Les Perses, d’Eschyle:
efficience de la langue-espace.

Tratto da Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta.

*

Il bordone permanente di segni recenti o antichi che si collocano di continuo nello spazio, creandosi e disfacendosi, è facilmente percepibile da chi sta ben attento a che la propria innata dimensione animistica non venga soffocata.

I Toro nomu che vivono nel villaggio di Koyo, in cima alla loro montagna tabulare nel sud del Sahara, pensano addirittura che la sostanza del reale sia semplicemente parola in divenire, viva, in azione: spetta ai componenti della comunità umana, libera, autogestita e autosufficiente del loro villaggio, essere i “giardinieri della parola” (a questo proposito, si veda il mio libro Il Tratto che nomina, cfr. qui e qui).

Da circa tremila anni, Omero ci mostra ripetutamente nei suoi due poemi le ininterrotte interazioni spaziali tra il visibile e l’invisibile. In quello che concretamente vediamo, figure grandi e piccole ed elementi naturali, come il mare dalle possenti onde e i venti incostanti, non hanno un’identità definita e separabile, tanto che si ritrovano e si diffondono in entità invisibili estremamente variabili e sempre dinamiche, alcune delle quali portano i nomi di  differenti divinità: e questo, molto semplicemente, è animismo. Gli esseri umani non rinunciano mai al tentativo di gestire queste interazioni con ripetuti sacrifici, in particolare di animali diversi la cui carne viene consumata secondo precisi rituali.

Quattro secoli dopo, nel 472 a.C., Eschilo scrive I Persiani. Questa tragedia non è una rappresentazione alla quale si assiste per divertirsi. Come tutte le tragedie greche antiche, si tratta di un rito in cui, dopo il sacrificio iniziale di un capro, la comunità ateniese ricostruisce la propria unione di vita, di pensiero e di decisione politica sotto l’egida del dio Dioniso. Del resto, la parola stessa tragedia significa “canto del capro”, un animale destinato al culto di questa divinità dell’animismo greco. Come mostra con rigore e precisione Marcel Detienne, non è possibile comprendere una città greca senza richiamare la sua dimensione invisibile, la sua lingua-spazio, che è un bordone ordinato di segni, tra i quali ci sono diverse entità nominabili, e soprattutto un susseguirsi di riti legati alla parola umana, spesso cantati e danzati. Come avviene a Koyo, dove il rito delle Otto Donne Anziane che durante la stagione secca cantano-danzano di notte, una volta alla settimana, nella piazza del giérin (cfr. qui, in particolare il cap. XIII), è finalizzato a rifondare ogni volta il reale, se non addirittura ad accrescerlo.

Dal 499 a.C., l’esistenza stessa della comunità degli Ateniesi è messa in pericolo dalle guerre condotte contro di loro dai Medi (chiamati anche Persiani), potentissimi e molto numerosi. Tuttavia i Greci si organizzano e con la clamorosa vittoria navale di Salamina nel 480 a.C. consolidano la loro indipendenza e la loro civiltà politica, commerciale e animista. Il pericolo, comunque, nel 472 a.C. non era ancora definitivamente cessato. Sotto la spinta dagli eventi, Eschilo scrive quindi la sua tragedia in modo che possa incidere in quel contesto politico e militare e interagire immediatamente con l’energia invisibile del mondo. Così I Persiani contribuisce a rafforzare la lingua-spazio greca.

Con un vero e proprio colpo di genio, Eschilo intensifica in quest’opera il potere della parola rituale che chiama a raccolta le dinamiche della realtà invisibile. Il suo linguaggio poetico, cantato-danzato dai coreuti, è veramente di una bellezza sorprendente (consiglio la traduzione di Jean Grosjean, nella collana La Pléiade). Ma la tragedia I Persiani, in particolare, che è già di per sé una procedura rituale, include un ulteriore straordinario paradosso, frutto di un’intelligenza particolarmente audace. Eschilo, infatti, fa parlare qui, nel cuore della lingua e del rito greci, non i Greci ma i nemici Persiani: dapprima in un sontuoso prologo epico in cui, con più efficacia dello scintillante Omero, presenta in strofe ritmiche l’innumerevole schiera di eserciti radunati da Serse – mentre avanzano attraverso i deserti, mentre attraversano il mare sul Bosforo. Un prologo che, però, si tinge di un’inquietudine cupa. Rinunciando al registro epico più elevato, la regina dei Medi accresce quest’inquietudine raccontando con frasi inaspettatamente sobrie il sogno, visionario e tormentato, fatto la notte precedente. Ma ecco già apparire il messaggero,  che riprende subito lo stile epico tradizionale e fa il resoconto del disastro navale di Salamina: poche navi greche hanno distrutto l’enorme flotta dei Medi. Inizia allora il compianto dei barbari Medi, al centro del quale si inserisce la meditazione di un fantasma, quello di Dario, il defunto sovrano, un fantasma invero presente sulla scena. Si piange due volte; in un primo momento, nella lingua corrente dei Medi, impercettibile e cancellata, e poi, soprattutto, sull’orchestra del teatro greco, in una potente e sontuosa presenza sonora: è il lamento rituale degli annegati e dei morti, recuperato e assorbito nella lingua greca vittoriosa.

Il significato è chiaro: riuniti sulle gradinate del grande teatro di pietra sotto la rupe dell’Acropoli, al fine di rifondare e rafforzare ritualmente, con slancio dionisiaco, la vita della loro città, gli Ateniesi non partecipano al canto di gloria dei vincitori di Salamina, a qualche Te Deum insomma, ma contribuiscono alla traslazione in lingua greca, in un mirabile stile epico, del grande lamento dei Medi. Piangere due volte sia i morti che il potere militare perduto li seppellisce nel modo migliore.

I Medi, naturalmente, avevano i loro riti animistici; ma Eschilo qui li sostituisce con un rito in lingua greca. Egli porta nella lingua-spazio della città ateniese il nemico, la cui flotta e il cui esercito sono stati annientati: lo spirito energico del nemico ora si incorpora, o meglio è spinto ad incorporarsi, nell’invisibile e molto concreta dimensione animista di Atene. Sì, I Persiani non solo informa sulla sconfitta, ma esercita anche il potere di far entrare l’umanità barbara dei Medi nell’ordine dinamico della lingua-spazio greca sotto l’egida di Dioniso, nume tutelare di questa potente parola cantata-danzata.

Procedendo in questo modo, sostituendo un rito greco a quello dei Medi, Eschilo ottiene un potente effetto da lente di ingrandimento. Mette in risalto i coreuti e i protagonisti persiani. Non solo attraverso l’energia dello stile epico, ma anche per la forza poetica di ognuna delle sue metafore. Ed ecco tutti questi personaggi in primo piano, con una presenza immediata, toccante e mai umiliata dalla loro sconfitta. Eschilo svela la loro interiorità. Li costituisce come persone (non certo come individui, un problema che qui non è essenziale) per le quali non si pone la questione dell’identità nazionale, persiana o greca che sia. Eschilo li rende esseri parlanti, persone della parola, uomini di una parola quasi universale che, con un geniale paradosso, la performatività animistica della voce in atto e la drammaturgia del rito rivelano a se stessa.

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1 commento su “Eschilo e la lingua-spazio”

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