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Ramingo The Original

peter lorrePeter Lorre

Pellegrino Ramingo

Ramingo The Original

     Ohibò, ho percepito voci nefaste e truffaldine sulla mia persona! Dicono, tali dicerìe, ch’io sia alieno a me stesso, transfuga o trapassato, migrato e migrante nei più lontani lidi e, vieppiù, noto che qualcuno usurpa il mio nome e il mio casato, vestendo i miei panni (anonimi e abitudinarii, d’accordo) facendosi passare per me medesimo plagiando la mia, sebbene non ancora acclarata, personalità! Ma allora vogliamo perdere i sensi?! Continua a leggere Ramingo The Original

Prima del diluvio, 13

Immagine di Michele Guyot Bourg

 

 

Livia Candiani

(Bevendo il tè con i morti)

Mi insegno
a non proferire urlo
mentre mi cadono addosso
secchi di notte
mentre mi inchiostro
nera sotto lenzuola
pallide e fremo d’alba
mi insegno
che non si trema e non si piange
neanche al chiuso di una faccia
e non ci si denuda come albero
appena soffia il gelo
di un assolo adulto
mi insegno nascoste acrobazie
d’ascolto, tane e cunicoli
sottopelle mentre l’erudita
superbia dell’ovest mi conta
le ciglia perdute per delicatezza.
Mi insegno a parlare molte lingue
sotto la fissa sassaiola
dei silenzi armati,
mi ingegno a non contare
niente, a declinare gli urli
come verbi senza transito,
ad addormentarmi coperta di neve
contro la porta della ragione
e dell’accordo, e dormendo sfioro
la foglia che ieri sbordando leggera
dalla traiettoria della sua caduta
voleva dire: «Niente.»

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Frammenti d’esilio, 6

La mancanza

Gianmarco Pinciroli

Quando morirò, tu ed io ci fonderemo –
il mio io d’un tempo e il mio io di oggi –
e voleremo via per sempre nella contrada delle ombre che non ritornano.
Ivan S. Turgenev

frammento 6

171. La sintesi di un pensiero, di un’ossessione di pensiero, può riassumersi in poche righe, poiché essa torna sempre uguale e diversa nelle diverse fasi della vita e della scrittura. Il vuoto, prima di tutto, il corpo vuoto, la sua segnità (altro nome del vuoto) che configura la costruzione dell’Io nel Sé-Altro; il Sé-Altro nasconde e custodisce l’ulteriorità che da un lato rilancia incessantemente l’esserci e la sua scrittura, dall’altro imposta il tema della comunicazione come fuoriuscita dal Sé dell’Altro, dell’Altro come Altro del Sé-Altro e quindi non riconducibile affatto e in alcun modo al Sé come modello. Continua a leggere Frammenti d’esilio, 6

Prima del diluvio, 12

Immagine di Michele Guyot Bourg

 

 

Federico Zuliani

(Travelling South)

Per me tu sei i cimiteri,
la terra grassa che han concimato le mie ossa.
Quando ero lontano mi hai parlato

velandomi gli occhi colle tue fattezze.
Pianura di campi immensi e di uomini integri,
sei la mia fede, il luogo da cui non si parte

ma a cui si torna, sempre. Tu sei i campanili,
un barocco dolce per quanto austero; fatto
di santi lavoratori conservati con la cura

con cui si conserva il pane. Ebbene tu
concedimi in ultimo di poter tornare
sterco e humus tra i tuoi pioppi, e la tua brina.

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La prego, mi dica di sì

Eduardo De Filippo

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Prima del diluvio, 11

Immagine di Michele Guyot Bourg

 

 

Nino Iacovella

(Una terra come carne)

La poesia non può cambiare l’ordine
del dolore

Quella polvere non si poserà altrove,
piuttosto ricuce addosso la presenza
delle lapidi, insinuando al funambolo
che osa lo sguardo oltre la corda
che sovrasta le proprie rovine

Cercare ricordi, tra i muri anneriti
e le case abbandonate, noi tra le notti ancorate
con le unghie che vanno a fondo
ai bordi del materasso, avessimo visto i volti,
le madri tra i vuoti delle stanze,
avremmo un taglio più vistoso al collo
e come parole un filo di voce

Per questo lanciamo solo segnali di fumo
da posti sicuri e abbandonati

e se apriamo nascondigli
nutriamo un vuoto di formaldeide,
un lascito di brace che toglie il respiro

Lasciamo tepore, ma con parole di cenere
dopo ogni bivacco

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Prima del diluvio, 10

Immagine di Michele Guyot Bourg

 

 

Francesco Marotta

Ars Poetica

note per improvvisate metafore
vagando tra storie che sfumano in acque di eventi interdetti
tumescenza per troppo furore
passando in rassegna
ectoplasmi di neve
e si fugge
solo intuibile l’ubiquità di certi bagliori
adiacenze di tregua nel buco del culo del mondo
dove le foglie reclamano spazio
ai cieli consunti in deliri di tenebre acerbe
ingiunzione a stremare l’interno
la vita vissuta per interposta persona
che pende
riprende lo slancio
s’avvita nel vortice di minute torsioni
intenzioni di stile
emozioni
l’età che ritratta umbratili vuoti
eiacula ritmi di sensi straziati
l’immagine si fissa nel gioco
la luna che ha sete avvicenda rumori
tu dici del verbo dovrebbe segnare l’inizio e alla fine
ultimarsi nel gergo
controllare sintassi di simboli
epigrafici grumi di fango
orme di esistere ai margini
comunione di sguardi tra sangue e altro sangue
e forse incede
resiste
ci sarà qualche gesto un solco più fondo
un fiore nell’implume materia
sutura di un grido
un accento di luce scampato a fluenze
di lacrime
e
merce

Il vogatore

Silvia Comoglio, Il Vogatore

            *

            tu della Notte punto di do

            di questo  argano di acuta  eco di respiro
            compi   il lato di presenza, il breve solo aperto
            ordine di istante, eterno  dentro il suo rovescio
            d’improvviso detto  dal tetto alla cantina : soglia —
            a-orlo-di-spessore!  dove  i fiori articolare
            alti, di sorpresa, nel Sempre che si deve
            alzare di ritorno, ancora  a sussurrare il nostro —
            solo tempo  scisso  per figura

            *

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Introduzione alla vita non fascista

Anti-Edipo Michel Foucault

“Pendant les années 1945-1965 (je parle de l’Europe), il y avait une certaine manière correcte de penser, un certain style du discours politique, une certaine éthique de l’intellectuel. Il fallait être à tu et à toi avec Marx, ne pas laisser ses rêves vagabonder trop loin de Freud, et traiter les systèmes de signes -le signifiant- avec le plus grand respect. Telles étaient les trois conditions qui rendaient acceptables cette singulière occupation qu’est le fait d’écrire et d’énoncer une part de vérité sur soi et son époque…”

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