Tutti gli articoli di calibano

Ο Τειρεσίας (και άλλα κείμενα)

Giuliano Mesa

σε αφήνω εδώ
με αυτά τα σύννεφα φορτωμένα βροχή
αυλακωμένα από μια αχτίδα
που θα σε ξυπνήσει, αύριο κιόλας,
όταν θα ’χεις πια αναμνήσεις
να σκεφτείς.

πηγαίνω
στην παρασκιά που απομένει,
εκεί που επιστρέφω, τώρα,
τώρα που μπορεί να ξαναρχίσω,
που θα μπορούσα,
τώρα υπάρχει μόνο μια αποθυμιά:
ν’ αφήσω, ν’ αφήσω ανέγγιχτη
αυτή τη στιγμή πριν απ’ τη θλίψη
όταν η θλίψη
έγινε μοιρολόι παρηγοριάς
και μετά σιωπή
αυτή η σιωπή που ακούμε μαζί,
τώρα – είναι τώρα που ξέρουμε,
σε αυτή τη στιγμή που διαιρεί

σε αφήνω εδώ

 

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Evanghelìa Polìmou traduce in greco alcuni testi di Giuliano Mesa per la rivista “Poiein“. Continua a leggere qui
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Mandel’štam

Osip Mandelstam

В Петрополе прозрачном мы умрем,
Где властвует над нами Прозерпина.
Мы в каждом вздохе смертный воздух пьем,
И каждый час нам смертная година.

Богиня моря, грозная Афина,
Сними могучий каменный шелом.
В Петрополе прозрачном мы умрем, –
Здесь царствуешь не ты, а Прозерпина.

1916

Nella diafana Petropolis noi moriremo,
Dove Proserpina regna su di noi.
L’aria della morte in ogni alito beviamo,
E ogni ora è per noi il tempo della morte.

O terribile Atena, o dea del mare,
Togli il possente elmo di pietra.
Nella diafana Petropolis noi moriremo, –
Qui non sei tu, ma è Proserpina a regnare.

Osip Ėmil'evič Mandel'štam
Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Cesare Ruffato. Cuorema di memoria

Cesare Ruffato Maria Lenti

Cesare Ruffato, Scribendi licentia

[AA.VV., Cesare Ruffato: la poesia in dialetto e in lingua, Atti del Seminario di Studi – Padova, 11 marzo 1999 -, a c. di B. Bartolomeo e S. Chemotti, Intr. di C. De Michelis, Biblioteca di «Studi Novecenteschi», n. 3, Pisa-Roma, Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, 2001]

Cesare Ruffato. Cuorema di memoria

     Pressoché assente nelle raccolte in lingua il tempo passato si innerva invece nel dialetto di Cesare Ruffato e lo connota, ma non trascina mai il ricordo né lo incurva nell’adorazione dello spazio perduto della totalità solare, vissuta, o sentita tale per rimozione, o solo supposta per pigrizia intellettuale e conformismo culturale(1), lì fermandolo come il massimo di inappartenenza al presente.
Appare – questo tempo passato – presenza certa nella consapevolezza, tuttavia, del suo essere perduto e nella domanda, nemmeno sotterranea, se e dove abbia depositato il valore dei legami, la valenza delle esperienze e delle loro epifanie, dei lasciti che marcano appunto l’essere vivi e l’agire, o il senso etico della modalità di essere e agire.

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In memoria di Jacqueline Risset

Jacqueline Risset Mercoledì scorso si è spenta a Roma, all’età di settantotto anni, Jacqueline Risset, insigne studiosa, saggista, poeta e traduttrice che aveva scelto l’Italia, e la cultura italiana, come patria d’elezione – e Dante Alighieri, in particolare, come termine di confronto e compagno di viaggio della sua avventura umana e intellettuale. Tutta la sua opera, dagli esordi neo-avanguardistici degli anni Sessanta alle ultime produzioni, è attraversata da un filo rosso che ne costituisce, a ragione, uno dei lasciti maggiori: l’idea che la cultura, per guardare e parlare al futuro, deve valicare gli ambiti nazionali e aprirsi al confronto costante con l’infinità di volti, statuti e prospettive che la definiscono, in un interscambio vivificante che travalica l’angustia degli steccati, dei generi, delle poetiche, delle gabbie stilistiche o semplicemente temporali.
La ricordiamo, con affetto e riconoscenza, ripubblicando un articolo comparso sulla “Dimora” nel (l’ormai) lontano febbraio 2008. (ff)

Traducendo Dante

Leggere Dante nel testo originale vuol dire fare l’esperienza di una sorpresa continua e stratificata, legata alla ricchezza costantemente imprevedibile del tessuto poetico, alla forza della sua formulazione: si ha l’impressione di circolare in un insieme di iscrizioni, simili ai messaggi misteriosi che il visitatore dei tre regni di quando in quando decifra sulle pareti, lapidarie, essenziali, portatrici dell’evidenza delle parole ascoltate in sogno; ma con un elemento che sfugge al sogno, un elemento che ne è fuori in modo radicale: la continuità attiva e affascinante, effetto della terza rima e della sua poderosa orditura, che lega il discorso e lo sospinge in avanti.

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Michele Sovente. Un gioco di specchi tra le lingue

Michele Sovente Maria Lenti

[«Il parlar franco», anno VIII/IX, 8/9,
2008/2009]

Michele Sovente
Un gioco di specchi tra le lingue

     Michele Sovente ha iniziato la sua poesia (L’uomo al naturale, 1978) mettendo al centro l’uomo inserito nella congerie storico-sociale novecentesca (dello sradicamento e dei disastri indotti dalla pervasività industriale). Ha proseguito tre anni dopo (Contropar(ab)ola) con un io impossibilitato a venirne fuori e, ciò nonostante, precipuo nel cercarsi per remote ragioni umane e lucide analisi di un intorno: l’azzeramento tiene il passo con quanto persiste realmente di vitale (ed abita la memoria), con l’amore che può darsi pur nella fine, con la constatazione appaiata, tuttavia, a porte non completamente chiuse. Continua a leggere Michele Sovente. Un gioco di specchi tra le lingue

Eros e polis

Claudia Zironi, Eros e polis

Selezione di testi tratti da:

Claudia Zironi
Eros e polis
Terra d’ulivi Edizioni, 2014

ti chiamerò Xióng*

Una sillaba, basterebbe
una sillaba – si diceva stanotte.
In bilico sul bordo tu, Xióng
con i tuoi tagli sul torace e lenti
spesse ad occultare lampi
fai un passo indietro
nel sonno, ti neghi il sogno
mentre cadiamo e ancora
non si scorge il fondo.
Cerchiamo appigli
cui aggrappare l’arte, Xióng
invano. Se non conosciamo
la sillaba per prolungare
questa nostra notte.

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*trascrizione pīnyīn del carattere monosillabico che è radice del nome “orso”

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Cartografie neodialettali

Maria Lenti Maria Lenti

Introduzione
di Gualtiero De Santi

La storia delle idee e della poesia sembra essere per molti segni la ricerca dei contrasti e degli accordi fra istanze innovatrici (anche nel senso di una conoscenza della realtà) e attitudini invece commisurate a mantenere posizioni di rendita, a configurare spazi anacronistici, o peggio ancora a restaurare un antico spirito della letteratura che ormai dovrebbe aver fatto il suo tempo ma che, a partire dalla fine degli anni ’80, è stato capace di reclutare accoliti anche tra quanti ostentavano una qualche esigenza di novità.
E’, questa, l’eterna nostra questione della cortigianeria degli intellettuali. Così ci si potrebbe interrogare sulle ragioni per le quali le ambivalenze ma insieme anche le potenzialità positive
della attuale letteratura (lirica poetica critica teatrale) abbiano deliberatamente messo in disparte ogni sfida epocale per reiterare giulebbosi adagi e insieme confermare tutti i tipi di oppressione, anche di segno estetico.
Quella ricerca di conflitti e di contraddizioni ricordata all’inizio ha battuto negli ultimi due secoli le strade della modernità, tematizzandone i numerosi snodi e ripensando criticamente il passato. Il fatto è che letteratura e poesia saprebbero ben istituire un banco di prova in grado di mostrare ciò che sociologie, scienze politiche e garbugli economici descrivono o fanno capire sino a un certo punto. Continua a leggere Cartografie neodialettali

Figure mancanti

Luciano Neri Luciano Neri

 

Sezione I
Prove di orientamento

 

(…)

(lucciole a Edirne)

Si muovono come un miracolo
della natura
a fare luce
sul calvario delle immagini.
Intermittenti.
A ogni dogana.
Di fronte alla polizia di frontiera
affanni, respiri,
giorni di attesa
nella terra di nessuno.
Loro in ricognizione
sui passaparola
instancabili, senza tregua.

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Le nuvole di Constable

Constable, Branch Hill Pond Raffaella Terribile

Le nuvole di Constable

[…] Nuvole… Corrono dall’imboccatura del fiume verso il Castello; da Occidente verso Oriente, in un tumultuare sparso e scarno, a volte bianche se vanno stracciate all’avanguardia di chissà che cosa; altre volte mezze nere, se lente, tardano ad essere spazzate via dal vento sibilante; infine nere di un bianco sporco se, quasi volessero restare, oscurano più col movimento che con l’ombra i falsi punti di fuga che le vie aprono fra le linee chiuse dei caseggiati.[…] Nuvole… Continuano a passare, alcune così enormi (poiché le case non lasciano misurare la loro esatta dimensione ) che paiono occupare il cielo intero; altre di incerte dimensioni, come se fossero due che si sono accoppiate o una sola che si sta rompendo in due, a casaccio, nell’aria alta contro il cielo stanco; altre sono ancora piccole, simili a giocattoli di forme poderose, palle irregolari di un gioco assurdo, da parte, in un grande isolamento fredde.[…] Nuvole… Esse sono tutto, crolli dell’altezza, uniche cose oggi reali fra la nulla terra e il cielo inesistente; brandelli indescrivibili del tedio che loro attribuisco: nebbia condensata in minacce incolori; fiocchi di cotone sporco di un ospedale senza pareti. Nuvole… Sono come me un passaggio figurato tra cielo e terra, in balìa di un impulso invisibile, temporalesche o silenziose, che rallegrano per la bianchezza o rattristano per l’oscurità, finzioni dell’intervallo e del discammino, lontane dal rumore della terra, lontane dal silenzio del cielo. Nuvole… Continuano a passare, continuano ancora a passare, passeranno sempre continuamente, in una sfilza discontinua di matasse opache, come il prolungamento diffuso di un falso cielo disfatto.

F. Pessoa, da Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares
(traduzione di M. J. de Lancastre e A. Tabucchi)

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Marzia Spinelli: stanza madre

Marzia Spinelli Manuel Cohen
Marzia Spinelli

REPERTORIO DELLE VOCI
NUOVA SERIE, N.9 (XXXVI)

Marzia Spinelli: stanza madre.

Tu sei la sola al mondo
che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre,
prima d’ogni altro amore.

(Pier Paolo Pasolini,
Supplica alla madre)

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Su alcuni motivi in “Le dernier mot” di Blanchot

Le dernier mot

Giuseppe Zuccarino

Su alcuni motivi in
Le dernier mot di Blanchot

Sogno o incubo

Nell’opera di Maurice Blanchot, il racconto Le dernier mot occupa un posto del tutto particolare. Si tratta infatti del più antico dei suoi scritti narrativi, visto che, secondo quanto riferisce l’autore, risale al 1935[1]. È stato lo stesso Blanchot ad accennare alla storia editoriale di Le dernier mot: «Non era un testo destinato alla pubblicazione, e tuttavia è stato pubblicato dodici anni più tardi nella collana “L’âge d’or” diretta da Henri Parisot. Ma si dà il caso che, ultimo opuscolo di una serie che aveva solo i mezzi per scomparire, non fu neanche messo in vendita»[2]. Per completare queste informazioni, si può aggiungere che il testo è apparso dapprima sulla rivista «Fontaine» e come volumetto autonomo (1947); in seguito è diventato, unitamente al racconto L’idylle, parte del dittico narrativo Le ressassement éternel (1951) e della nuova versione di esso corredata da un’importante postfazione blanchotiana, Après coup (1983)[3]. Continua a leggere Su alcuni motivi in “Le dernier mot” di Blanchot

Fosca Massucco: la mira dell’occhio

Fosca Massucco Manuel Cohen
Fosca Massucco

REPERTORIO DELLE VOCI
NUOVA SERIE N.8 (XXXV)

Fosca Massucco:
la mira dell’occhio

L’esordio in volume di Fosca Massucco (Cuneo 1972), avviene in età matura, dopo un discreto apprendistato certificato da alcune pubblicazioni e premi (‘Anna Osti’ e ‘Città di Colonna La Tridacna’). A questi fattori estrinseci, oltre che ad un paziente lavoro sulla scrittura, è da attribuire il pregevole risultato de’ L’occhio e il mirino: un’opera prima che ci presenta una voce sicura nel passo, personale nelle movenze: parafrasando l’enunciato programmatico del testo e portandolo alle sue estreme conseguenze, si potrebbe riconoscere che il bersaglio o obiettivo sia stato raggiunto dall’occhio e con il mirino. Ma sarà utile per il lettore riportare un passo dalla prefazione di Dante Maffia: «Si avverte subito che la Massucco ha alle spalle molte esperienze che però ha diluite ricavandone impressioni, giudizi, sensazioni, percezioni che adesso la aiutano a saper guardare il mondo e a saperne leggere le coordinate. In ognuno di questi componimenti si avverte una saggezza che sembra provenire da terre lontane, dall’oriente, ed è per questo che la scansione dei versi ha risonanze di sinfonie. Ecco, musica e arti figurative entrano ed escono dal laboratorio della Massucco e fanno da contraltare con i suoi pensieri. È come se lei avesse fatto incetta di sensazioni e ora volesse riordinarle attraverso lo sguardo mirando al centro. E bisogna dire che ci riesce e riesce a creare anche una circolarità espressiva senza vere e proprie cesure. Continua a leggere Fosca Massucco: la mira dell’occhio

L’antipoesia di Nicanor Parra

Nicanor Parra Nicanor Parra

“Il mio poeta preferito è Nicanor Parra. Già lo dice Nicanor Parra che lui non parla di crepuscoli, né di dame stagliate sull’orizzonte, bensì di cibi e poi di bare, bare e bare, ripete. […] L’antipoesia è poesia. Di questo non c’è dubbio. Il Manifesto antipoetico di Nicanor Parra è poesia, della più pura.”

[Cristián Warnken:  “La bellezza di pensare“,
intervista a Roberto Bolaño]

 

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Jewish survivors condemn the massacre of Palestinians in Gaza

Genocidio di Gaza     As Jewish survivors and descendents of survivors of the Nazi genocide we unequivocally condemn the massacre of Palestinians in Gaza and the ongoing occupation and colonization of historic Palestine. We further condemn the United States for providing Israel with the funding to carry out the attack, and Western states more generally for using their diplomatic muscle to protect Israel from condemnation. Genocide begins with the silence of the world.

We are alarmed by the extreme, racist dehumanization of Palestinians in Israeli society, which has reached a fever-pitch. In Israel, politicians and pundits in The Times of Israel and The Jerusalem Post have called openly for genocide of Palestinians and right-wing Israelis are adopting Neo-Nazi insignia.

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questo silenzio che sentiamo insieme

??????????????????????????????? Giuliano Mesa

 

ti lascio qui
con queste nubi cariche di pioggia
striate da un bagliore
che ti risveglierà, anche domani,
quando avrai più ricordi
da pensare.

vado
nella penombra che rimane,
dove ritorno, adesso,
adesso che potrà ricominciare,
che potrei,
adesso c’è soltanto il desiderio:
lasciare, lasciare intatto
questo momento prima del dolore,
quando il dolore
è diventato nenia di conforto
e poi silenzio,
questo silenzio che sentiamo insieme,
adesso – è adesso che sappiamo,
in questo momento che divide

ti lascio qui

 

(Giuliano Mesa, Tiresia, 2000-2001)