Tutti gli articoli di francescotomada

La riconoscenza?

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Da circa un anno ho avuto la possibilità e l’onore di collaborare con la Dimora, grazie alla gentilezza e all’altruismo di Francesco Marotta, e lo ho fatto in modo sporadico, secondo quelle che sono le mie possibilità; non mi sono mai permesso, però, di inserire un articolo senza il benestare di Francesco, perché penso che questa Dimora, che è casa di tutti, sia prima di tutto la sua. Lo faccio oggi per queste riflessioni che probabilmente sono banali e che mi sono suggerite dall’incertezza, che Francesco stesso ha già molte volte lasciato intravvedere, sul futuro del sito.

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Stazioni

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Alfredo Panetta
Francesco Sassetto

Versi duri, che non concedono nulla a ricercatezze stilistiche, quelli di F. Sassetto nella raccolta Background pubblicata dalla casa editrice Le Voci della Luna. E non potrebbe essere altrimenti vista la materia delle sue liriche: paesaggi e personaggi di un Nord Est sempre più alienato, quasi dilaniato. Sassetto non giudica ma osserva, scruta, denuncia. Nelle fabbriche come a scuola, nelle sale d’aspetto delle stazioni o tra i vicoli delle città, la gente comune pare abbia perso la serenità e il senso del vivere. La crisi economica causata in parte dalla globalizzazione sbriciola la stabilità individuale e collettiva delle persone. E i nuovi immigrati sono un’ulteriore conferma del lento ma inesorabile disfacimento del nostro modello occidentale. Anche chi ha una professione, come Katia, è costretta a vendere il suo corpo per sopravvivere (Si avvicina e mi dice piano che fa l’amore/ a denaro in una casa di Mestre, ogni tanto,/ per arrotondare…). E chi in passato poteva contare sulla certezza del posto fisso, oggi deve combattere con le nuove regole del mercato globale che talvolta riserva drammatiche sorprese come nel caso degli esuberi di Trenitalia Notte (Ancora non ci crede, ripete quel biglietto…due righe d’orrore, esubero/ di personale, ristrutturazione, licenziamento….A NATALE SIAMO TUTTI MORTI).

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La direzione delle cose

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Roberto Cescon

Chiudendosi sulla soglia di quello che è diventato il presente della sua vita, e fotografando perciò un tempo ancora attuale ma, in un certo senso, già accaduto, Roberto Cescon ci offre un libro di poesia impietoso e pietosissimo al tempo stesso, che mostra la perdita della relazione di continuità antropologica nella quotidianità di un luogo e di un ambiente sociale preciso. Non è la perdita del passato e del futuro, infatti, a ossessionare il susseguirsi delle annotazioni in versi di Cescon, ma il loro essere già destinati per sempre in una dimensione di intangibilità, di esclusione da una vera possibilità di essere forza viva dell’agire (e del pensare) quotidiano. La direzione delle cose significa perciò la perdita di opacità del sé, la scomparsa del “segreto” che ognuno almeno una volta ha pensato di portare attraverso la propria esperienza come vera fonte di senso e di rivelazione. Infatti è la trasparenza del fare e dell’appartenere che frustra ogni residua possibilità di trovare in se stessi la via per una dimensione diversa: la stessa lingua diventa ferocemente chiara, ridotta alla forma più denotativa. Ciò non significa che manchino i versi limpidi, i giri di strofa conchiusi in una loro perfezione, il fluire di una dimensione linguistica ricreata attraverso il lavoro della forma. Piuttosto si tratta di una rinuncia / impossibilità di inscenare la lingua come luogo privilegiato dell’atto poetico: qui essa è al servizio (anche le sue storture, le ripetizioni, i lievi lapsus lo sono) di un’urgenza più grande, vale a dire quella di denunciare una condizione di disincantato amor fati, vuoto ormai di contenuti, ma ostinato nel volersi consegnare a un destino.

(dalla prefazione di Gian Mario Villalta)

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Venti

venti

Nguyen Chi Trung

Nell’autunno del 1992, in una notte di temporale e circondato dal ruggito del vento, il poeta si rinchiude in un brivido e si domanda come il suono della morte viva nel vento. L’immaginazione galoppa e Nguyen Chi Trung rovista viscere e mente; i luoghi dove la concretezza dei suoi studi matematici si contrappone all’astrattezza di quelli filosofici. Trova echi della più antica filosofia indiana (Brāhmaṇa), in cui “il soffio e il vento” sono il cardine della vita. Ma soprattutto il rimbombo della teoria astrofisica del Big Bang. A tratti nel cielo convulso scorge un movimento di astri. Movimento che sposta l’aria e con essa il destino della materia, nell’universo che è “un gas caldissimo di particelle elementari in rapida espansione.” Continua a leggere Venti

Il laboratorio Maraini

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Alessandro Agostinelli

C’è un documentario in cui alcuni amici di Fosco Maraini raccontano esempi e suggestioni della sua vita. Buona parte del filmato è stata girata in montagna, all’Alpe di Sant’Antonio, in un luogo che si chiama Pasquigliora, dove molti anni fa lo scrittore decise di comprare casa insieme alla seconda moglie, Mieko Namiki Maraini. Lì scrisse quasi tutta la sua autobiografia Case, amori, universi, seduto su una sedia vicino alla finestra.

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Ecco 21

Valter Lauri

Valter Lauri

Ci sono generazioni intere di poeti che si affacciano, che ridetermineranno il canone della scrittura – alcuni di certo a buon diritto perché ne saranno capaci -, che si vedono dedicate antologie sugli anni ’60, ’70, ’80. E’ giusto che sia così, è nell’ordine naturale delle cose, va bene. A volte però ci si imbatte per caso in qualche pensionato che, dopo una vita intera passata a fare altro, sente il bisogno di scrivere. All’inizio sono pensieri sì carini, ma che fanno quasi sorridere e si accettano perché chi li ha messi giù ha acquisito quantomeno il diritto di essere ascoltato. Dopo un anno ti accorgi che le cose diventano serie, c’è una ricerca che procede, una consapevolezza espressiva che matura.

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Sto

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Antonella Bukovaz

Tradisco consapevolmente le promesse fatte ad Antonella Bukovaz quando le ho chiesto, dopo averle ascoltate, le poesie che seguono per pubblicarle qui. Avrei dovuto preparare, come le altre volte, una breve premessa; ma assieme alle poesie Antonella mi ha inviato alcune riflessioni che rendono esplicito il senso del suo lavoro attuale. E mi sembra che non ci sia niente che io possa aggiungere a ciò che, con estrema chiarezza, ha scritto lei. (ft)

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Mostri e leggende

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Matteo Zattoni

Ci sono tanti modi per scrivere dell’infanzia: con nostalgia, con un senso di rimpianto per l’ingenuità che viene perduta nell’età adulta, con la tenerezza per la spontaneità delle relazioni umane che i bambini possiedono per dote naturale, oppure ancora guardando indietro e leggendo i comportamenti di allora alla luce di una consapevolezza diversa, più matura e disincantata. Mi sembra di poter dire che questa serie di poesie di Matteo Zattoni li raccolga un po’ tutti. Per quanto piuttosto breve – i brani proposti sono sei – Mostri e leggende racconta di un piccolo universo del passato, popolato di mostri dagli occhi rossi, madri apprensive, scolari che come tutti faticano ad affrontare il dovere dei compiti per casa.
Colpisce lo scorrere di una scrittura curata e assieme fluente, ma ancora di più stupisce come la rilettura dell’ieri sia profonda e al tempo stesso leggera. Il bambino desidera l’anarchia, sogna una leggenda che in sé non contenga nessuna discriminazione sociale: ciò che allora era inconsapevole oggi diventa chiave di interpretazione e, forse, proposito per il presente. Ed anche la cattiveria che i bambini possiedono quasi senza malizia ( “io / ti accoglievo con un’offesa, come sempre ) lascia spazio ad un’ammissione di colpa che è anche un implicito gesto di scusa lasciato a germinare nella coscienza di chi scrive e di chi legge. (ft)

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Le nostre mani nate con noi

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Fulvio Segato

La consuetudine dei frantumi è un dialogo a una voce (ma diversi toni) con altri e altro la cui entità non è mai precisata al lettore, ma abilmente messa in scena con una precisione dilatata e consapevole, puntuale e conclusa. Un giro sintattico ampio, scandito da incisi e giustapposizioni calzanti, e un verso mediamente largo e descrittivo, le cui inarcature contrastano perlopiù debolmente la sintassi ma in modo comunque connotante per l’andamento ritmico dell’intera raccolta, costituiscono il tessuto connettivo della silloge. Continua a leggere Le nostre mani nate con noi

Addio Federico

Federico Tavan
(1949-2013)

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Al destìn de un om

Al podeva capitâte anç a ti
nasce t’un pegnatòn
tra zovàtz e zùfignes
de stries cencia prozes
e al dolour grant de ‘na mare.

Me soi cjatât a passâ
de chê bandes.

[Il destino di un uomo
Poteva capitare anche a te / di nascere in un pentolone / tra rospi e intrugli / di streghe senza processo / e il dolore grande di una madre. // Io mi sono trovato a passare / da quelle parti.]

Federico Tavan
Un articolo di Luigi Nacci
Un articolo di Doriana Goracci

Le crepe

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Laura Turci

Il percorso di Laura Turci, se da un lato si inserisce all’interno dell’ampia tradizione dialettale romagnola, dall’altro si caratterizza per alcune particolarità che ne rendono la poesia decisamente personale e riconoscibile. Prima di tutto va rilevato come lo strumento espressivo sia il dialetto meldolese (Meldola è un piccolo comune nella provincia di Forlì-Cesena), che, come sottolinea Andrea Brigliadori, è di per sé quasi privo di una vera e propria tradizione poetica; altra caratteristica è poi il numero estremamente limitato di poesie che l’autrice ha pubblicato nel corso degli anni, per cui la sua scrittura assume quasi le sembianze di un’opera lenta di distillazione.

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Una nazione geneticamente modificata

Morandini

Luciano Morandini

Luciano Morandini (1928-2009) è stato uno dei più importanti poeti e scrittori friulani del secondo dopoguerra. Formatosi nella cultura politica della Liberazione, dai primi anni Cinquanta si pose alla ricerca di una lingua originale, innestando criticamente la sua esperienza umana e poetica nel solco del neorealismo. La sua produzione si dispiegò nei decenni seguenti in molteplici e originali forme, raggiungendo nel 1984 il vertice narrativo di San Giorgio e il drago. Gli ultimi anni della sua vita furono scanditi da opere poetiche sempre più scabre ed essenziali, talvolta visionarie, e ispirate a una disincantata e amara indignazione civile.
Il volume L’onestà del poeta (a cura di Giuseppe Marini) contiene una selezione degli oltre trecento articoli che Luciano Morandini pubblicò tra il 2001 e il 2009 sulla rivista Il Nuovo Friuli, trattando di attualità politica, iniziative culturali, mostre d’arte, ma soprattutto di letteratura e poesia. In quegli scritti Morandini profuse un impegno instancabile – sollecitato dall’assillo quotidiano di un mondo involgarito, mercificato e dimentico dei valori fondativi della repubblica democratica – nella difesa del lavoro poetico come espressione della “persona” e scavo di verità, in uno con la rivendicazione della sabiana “onestà del poeta”.

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Scarafaggi metropolitani

pedro pietri

Pedro Pietri

Fu a metà degli anni Settanta che si assistette alla vera fioritura della cultura portoricana a New York. Pedro Pietri, Miguel Algarìn, Sandra Maria Esteves, Victor Hernandez Cruz, […] e molti altri autori, nel Lower East Side, nel Bronx, nella East Harlem, uscirono allo scoperto, rinominandosi nuyorican. Quest’impressionante fioritura ebbe il suo luogo magico nel Nuyorican Poets’ Café (allora sulla East 6th del Lower East Side), un piccolo bar aperto da Algarín e Piñero e presto divenuto fucina multietnica e multiculturale. Fu qui, dal cuore della desolazione urbana d’un quartiere-metafora dell’America fatta di tante Americhe, che la poesia nuyorican si conquistò un posto di tutto rispetto tra le culture etniche, nell’elaborazione di una poetica nuova sia rispetto alla tradizione culturale dell’isola sia rispetto ai movimenti culturali americani – una collocazione “di frontiera”, “marginale”, e con orgoglio rivendicata come tale, in piena sintonia con quanto stava avvenendo presso altre comunità (quella messico-americana, o chicana, prima di tutte). Continua a leggere Scarafaggi metropolitani

Canone e finitezza

Lo scrittore

Stefano Guglielmin

Su questo sito si è già parlato più volte di Senza Riparo – Poesia e Finitezza di Stefano Guglielmin, e fra gli articoli dedicati all’autore scledense è possibile trovare ampi stralci della prima parte del volume. A distanza di qualche tempo (il volume venne pubblicato nel 2009) trovo necessario riprendere in mano il discorso spostando l’attenzione sulla seconda sezione, quella in cui Guglielmin affronta il problema del canone in poesia. La sua notevolissima statura di critico gli consente, infatti, di costruire un percorso finemente rielaborato ma saldamente poggiato su riferimenti storico-culturali comuni, ed al tempo stesso di rendere evidenti alcune considerazioni che in molti sono presenti in forma embrionale, ma senza questa consapevolezza e coscienza. Continua a leggere Canone e finitezza

Histoire d’O

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Alessandro Canzian

Di recente un caro amico mi diceva che di alcune cose, in poesia, non si dovrebbe mai scrivere: di amore, ad esempio, o delle farfalle, perché la banalità è non dietro l’angolo ma davanti, ci aspetta, diventa inevitabile. Alessandro Canzian, in questi testi tratti da un lavoro più ampio, affronta entrambi i rischi: scrive di farfalle e soprattutto di amore (e di disamore), ma lo fa con un tocco immediato eppure personale, evitando i luoghi comuni e suggerendo la profondità del sentimento di pienezza e di mancanza. Quella Grafenwalder della prima poesia (per chi non lo sapesse è la birra low-cost di una nota catena di discount) già annuncia che il tutto sarà giocato senza trucchi, terreno e diretto: se c’è poesia è nell’essenza delle cose e non nel loro vestito, l’amore non viene idealizzato quanto smontato pezzo per pezzo, come un giocattolo che quando non funziona più cerchi di aggiustare o almeno comprendere, per capire poi che non sarai capace di rimetterlo insieme. Continua a leggere Histoire d’O

Ho stretto tante mani

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Azzurra De Paola

Che la scrittura di Azzurra De Paola non fosse per nulla accomodante si era già reso evidente sia dal suo splendido esordio, Benedizione per la bassa moltitudine (Le Voci della Luna, 2011), sia dai testi che sporadicamente – essendo un’autrice piuttosto riservata – sono circolati in rete. In quei casi però si trattava quasi esclusivamente di poesia: di seguito vengono invece proposti due racconti brevi, o meglio due monologhi, che testimoniano lo sviluppo della creatività della scrittrice italo-svizzera verso direzioni almeno in parte nuove.
Utilizzando una prosa compatta e frantumata, Azzurra De Paola trova modo di esprimere l’inesprimibile, e cioè tutti quei pensieri che normalmente rimangono sottotraccia per paura o per pudore. Qui invece succede l’esatto contrario: con una consapevolezza lucida e spietata, e con una notevole dose di coraggio, gli stessi pensieri vengono portati alla luce fino alle loro estreme conseguenze, senza lasciare più possibilità di protezione. L’asprezza di questa scrittura non è quindi un artificio ricreato per reclamare attenzione, ma l’asprezza della vita stessa, quella che tutti dobbiamo prima di tutto accettare per poter poi eventualmente fronteggiare, o almeno per provare a venirci a patti, a cercare un armistizio che difficilmente porterà alla pace.(ft)

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Per il presente, s’intende

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Giulia Corsino

Se in Italia si è giovani poeti fino a ben oltre i quarant’anni, quando si incontra una voce nuova e originale ben al di sotto di quella soglia è bene cercare di tenerla a mente e di darle rilevanza. E’ il caso di Giulia Corsino, autrice poco più che ventenne, siciliana di origine anche se oggi vive in Lombardia. Il suo esordio è estremamente precoce (il primo romanzo fu pubblicato quando la scrittrice aveva solo quindici anni), così come sostanziosa è la sua produzione in poesia, che si configura già ora come una raccolta pressoché compiuta. Da questo lavoro proponiamo i testi che seguono, dove si evidenziano le peculiarità della scrittura di Giulia Corsino: un utilizzo asciutto e consapevole della parola, una spiccata sensibilità verso il mondo degli affetti, la capacità di astrarre concetti profondi ma senza ricorrere alla sicurezza di una eccessiva razionalizzazione. Continua a leggere Per il presente, s’intende