Tutti gli articoli di 最後花 mdamaggio

Yves Lecomte, La vita delle formiche cantata dalle cicale

Traduzione italiana a cura dell’autore


EXECUTION

L’homme était debout devant lui-même
et son corps se tendait vers les fusils pointés,
dans un dernier élan pour protéger son âme.

ESECUZIONE

L’uomo restava in piedi innanzi a se stesso
il corpo proteso verso i fucili puntati
nello slancio estremo di proteggersi l’anima.

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Oksana Stomina, Ma non ditelo a nessuno

Sette poesie dell’autrice ucraina tradotte da Valeria Tsekhmaystrenko e Guido Cupani. Mi scrive Guido a proposito della traduzione:
Valeria ha tradotto letteralmente i testi e mi ha dato indicazioni sulla metrica e sulle rime; io ho adattato queste informazioni in versi italiani, cercando di riprodurre assieme contenuto e forma. Le rime sono per lo più alternate o baciate, e spesso imperfette (così anche in italiano). Il verso ha in genere cinque accenti, con piedi di lunghezza variabile; in italiano ho usato pentametro ed esametro (con una certa libertà) e in un caso (Reportage) un settenario doppio, che mi sembra adatto all’argomento “infantile” del testo.


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Anatomia dell’equilibrio ovvero anatomie della fragilità

su Ogni cosa sta in bilico (sul fiore di un’agave)
di Vincenzo Mirra, Eretica Edizioni 2021

di Chiara Catapano


Si preannuncia una giornata calda. Alle sei e mezza del mattino esco a fare una passeggiata con Lulù, la il mio cane; ci arrampichiamo sul colle di San Giusto e guardiamo, laggiù, il mare e il fumo dell’incendio che continua a bruciare. Mi tornano in mente i versi di Vincenzo. Torno a casa, apro il libro:

Valgraziosa

Se fai dei boschi terra bruciata
e delle pievi pietre annerite senza più i tetti
Se dei sentieri fai un camposanto di piante medicinali
e degli arbusti carcasse carbonizzate
senza più il profumo delle erbe aromatiche
Se fai degli ulivi, dei faggi e dei castagni, scheletri
di tronchi e di rami
e della fuga di animali impauriti il paesaggio violato
e indifeso del cuore dei vivi
Se fai del cielo una nera e pesante nube
(che soffoca persino il perdono di un bambino)
e degli occhi ampolle lacrimose incenerite di nerofumo

Tu, sì tu,
non sei degno della pazienza operosa delle api
né di nessun bene del mondo
e neppure di uno soltanto tra noi:
piante alberi volpi cicale nuvole
capanni, tane di ghiri e di serpenti
ruscelli
perché Tu, sì tu,

non sei un uomo

Tu sei soltanto un vigliacco impostore
indegno del dono della natura.

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Water Melody 7 / Li Bai

antica poesia cinese tradotta da 白松 Antonio Cosimo De Biasio


Prendo il bicchiere e interrogo la luna

Luna nel cielo terso, quando appari?
Sto posando il bicchiere e te lo chiedo.
Non ci si può avvicinare alla luna,
Ma la luna segue le nostre tracce.

Come uno specchio vola sui palazzi;
Svaniscono le nubi, e brilla ovunque.
Vediamo la luna uscire dal mare,
E in mezzo alle nuvole tramontare.

Tutto l’anno il coniglio è col pestello,
Chang E è sola, chi le fa compagnia?
Non vedo oggi la luna degli antichi,
Ma la luna è la stessa del passato.

Antichi e attuali sono acqua che scorre,
Ma per tutti la luna è come questa.
Vorrei solo che mentre canto e bevo
La luna splenda a lungo nel bicchiere.

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Luigi Medri, Poesie

Riceviamo e pubblichiamo da Edizioni del Foglio Clandestino


Luigi Medri, Poesie
A cura di Athos Geminiani e Gilberto Gavioli

Note di Simonetta Medri, Giulio Franceschi, Paolo Lezziero, Roberto Marchi, Giorgio Oldrini, Cinzia Polino e Vasco Pasqualini


Jorge Luis Borges, citando l’editore Franco Maria Ricci, scriveva: «Pubblichiamo per non passare la vita a correggere i manoscritti». Potrebbe essere questa una delle ragioni per la nascita di questo libro, frutto dell’infinita perseveranza del poeta, e della dedizione di alcuni suoi amici-lettori. Un libro che mancava, un libro atteso, felice, che stupirà coloro che tra le pagine incontreranno un nuovo poeta. Un poeta che avrebbe cent’anni e che di molti secoli e parole si è nutrito.

Il destino della poesia è di essere mutevole, anche tra le mani dei suoi autori. Chi la asseconda, deve lavorare, lavorare con la penna o la matita e cercare senza sosta. Anche se muove o cancella soltanto una virgola, questo segno delicato e svolazzante, leggero ma con la forza e la capacità di mutare un intero periodo, di rompere il blocco di una situazione, di stabilire le pause di un dialogo, di una vita. Come ben scriveva con rara arguzia Paolo Lezziero, poeta e anch’egli animatore culturale della nostra città.

Le poesie di Medri nascono e rinascono più volte, non c’è mai il tempo di battezzarle perché muoiono in parte e poi di nuovo rinascono arricchite o semplicemente modificate. Non più o meno belle, la base è sempre quella di un lavoro alto, di un collaudo sempre più efficace.

Perché una virgola spostata può cambiare il mondo, sicuramente quello interiore del poeta […]. È una mania? Una fissazione? No. È il culto del bello ricercato attraverso la parola mai sufficiente a rendere l’idea interiore.

Il libro raccoglie tutte le poesie di Medri, nella loro versione finale, per quanto possa essere definitivo un testo in poesia. Questo lavoro affettuoso e preciso consente ai lettori di scoprire un poeta, che rinasce ora e torna a camminare per le nostre strade; un poeta che ci tocca il braccio, delicatamente, invitandoci a conversare con lui, a guardare per qualche istante lo stesso suo orizzonte. Una occasione da non trascurare. Oltre 100 poesie divise nelle sezioni pensate da Luigi Medri, nelle raccolte che videro solo nei sogni la loro realizzazione. E che ora prendono forma, forza e precisione, nella stampa, attraverso la voce dei nuovi lettori: la vostra voce.

*

Insonnia

Morirò un giorno, così, come tutti,
ma perché ancor mi sorprendo
d’ognuno che muore, non so;
né so perché un bimbo in giardino
dà agli alberi un nome e gli parla
come ad amici nel gioco,
mentre più in là nelle strade
o lungo il fiume tra gli orti
soldati in eterno cammino
gettano un telo sui morti.

Non posso chiudere gli occhi, e le storie
m’arrivano come
sospese memorie
di campi, di sole, di giostre, di grano,
di ciminiere di fumo,
di corti assolate,
e un infinito mormorìo di gente
che m’accompagna per via
verso la terra del niente.

Ad un antico 25 aprile

E ci svegliammo in quel mattino chiaro
ad abbracciare il sole nelle strade.
Come passeri nati dopo il gelo
o cavallini appena sciolti al prato
noi quel mattino conoscemmo il cielo.

Rami di vento, musica di foglie
non mi chiamate con il vecchio nome:
più non rivedo sulle nuove soglie
l’albero nato coi germogli d’oro.

Nudi commiati che parlarne duole
noi ci lasciammo ad un diverso come
sopra una terra già percossa d’ira
che barcollando si rigira al sole.

*

Luigi Medri (Gigi) nato nel 1922 a Sesto San Giovanni e qui scomparso il 3 agosto 2018. È stato tra gli animatori della cultura sestese nell’immediato dopoguerra e fino agli anni ’70. In particolare è stato condirettore, con Pietro Lincoln Cadioli, del primo giornale «L’Incontro» e tra i fondatori, dimenticato, della Biblioteca Civica di Sesto San Giovanni. Aggiunge alle raccolte di poesia (La solitudine del giorno; Intermezzo; Le ultime mosche; L’impero del vento; E arcane voci e parole) due opere in prosa: Una storia piccola (1983) e L’ipicì (1988). Nel 1999, a cura della redazione dell’aperiodico «Il Foglio Clandestino», è stata pubblicata la raccolta poetica Antologia personale, seguita nel 2004 dalla Seconda antologia personale, in occasione degli ottant’anni del poeta. L’opera omnia ora realizzata è stata condotta dai curatori sulla base delle ultime revisioni dei testi curate dall’autore fino al 2017.

Per l’acquisto in anteprima, scontato, scrivere alle Edizioni del Foglio Clandestino: redazione@edizionidelfoglioclandestino.it

Il mosaico dei ciechi, Una lettura dell’inedito “Colono 22” di Chiara Catapano

Non so dove sia il boschetto in cui Sofocle fa morire Edipo. Oggi Colonòs è il campo di sterminio degli alberi, l’insulto all’equilibrio della natura, che è poi l’unico vero “splendore” umano, il suo incespicare, il suo cadere, il suo niente.

E nel niente di tutto ciò che si spegne, ed era, nel niente di quel bosco in cui Edipo finisce di vivere – e inizia a respirare, finalmente, spegnendosi –, in questo vuoto saccheggiato si apre, silenziosa, la corolla della memoria. Intorno, all’improvviso, si fabbrica il silenzio del petalo.

Per irrompere nell’orrore di telefoni, metro, uffici e bar, basta una lacrima che, da sola, ha “divelto il giorno”. Questa lacrima che ha “divelto il giorno” mi ha aperto il sentiero in questa scrittura.

In una specie di discesa nel silenzio, quando fuori degli occhi un mondo rotto si accatasta deforme su sé stesso, nel fondo di qualcosa – che potremmo essere noi stessi – avviene un altro mondo, che si costruisce, o si ricostruisce inseguendo un equilibrio.

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Emilio Coco, Inediti da “La casa”

Nella zona più buia della casa
dove le tapparelle sono sempre abbassate
e le luci del grande lampadario
in falso stile inglese vittoriano
è da anni che si sono fulminate
e nessuno si è preso mai la briga
di sostituire con le nuove a led
le nere lampadine a tortiglione
troneggianti sui bracci con doratura a foglia
che farebbero gola
ai fanatici amanti del vintage.

In questa stanza di quaranta metri
che funge ancora da salotto e studio
anche se ormai non v’entra più nessuno
si aggira traballante un uomo solo
cercando compagnia tra i vecchi libri
che piangono l’assenza di una mano
sul dorso o tra le pagine.
Quasi a chiedere scusa, allunga le sue dita
a tastare la pelle raggrinzita
dei classici Aguilar, li sfiora a uno a uno,
quei corpi inerti, che più non sobbalzano
alle folli lanciate del cavaliere errante.

Senza profferire una parola
accosta il petto allo scaffale e cinge
in un unico abbraccio incontenibile
tutti e trenta i volumi.
Resta così finché viene distratto
da un brusio di passi alle sue spalle,
volge lo sguardo e scorge Dulcinea
splendente come rosa,
in abito di schiuma vaporosa
coi capelli che indorano
la sua svelta figura.

Un’alchimia di luci e di colori
riempie la sala mentre la donzella
stringe il suo cavaliere contro il seno.
Si spengono le luci e nuovamente il buio
ogni cosa ricopre col suo velo
nella mia stanza triste di poeta.

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Samira Albouzedi, Dalla biografia dei giorni smarriti

تمارين

لسبب غامض
مالت الأيام نحو الفراغ
أظن أن الله قد ملنا تماما
هذا العبث كثير قالها وهو يطوي السجل الكبير
للبشرية النافقة.
كفجوة أمد روحي
ألتف كحبل طويل منسي في بئر قديمة
كل ما يفعله أن يرتطم بالجدران،
أن يرتطم بالجدران،
بالجدران.
أتمرن على الكتابة
كأن كل ما كتبته مجرد درس طويل
أكتبه وأمحوه بلا توقف
أتمرن على النسيان
أرمي حجرا في البحيرة الجافة
وأنتظر صوت السقوط
أعترف بلا ذنب أنني وهمية عتيدة
أحمل الكلمات ما لا تطيق
وأنتظر أن يسقط الإلهام على رأسي
دون أن أتوجع.
أختلف معك
أقولها للحياة، للناس
للرصيف، لوجهك الحزين،
للبحر الغامق في الليل،
للبلاد المعقوفة كمنقار أحمق
للضحك، للنسيان العنيد
للحزن وهو يشدني من ثوبي
أختلف بلا توقف وبلا تفسير.
أنا من أدرك نفسي في نهاية الأمر على حافة الطيران
فأعود بجناحين مطويين وثياب قاسية
أشم في الريح جوع الفقراء
وبكاء المحزونين
أشم شجنك الغريب واحلامك التي توقفت
عن التحليق
وأقول لن ينساك هذا الزمن الذي يدور حول نفسه
كمعتوه سكران
ثم أخذت من روحك هذا الاعتلال عجنته بيدي
حتى صار حقل أقحوان تزوره العصافير الطليقة.

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C’è un fuoco da portare / 1

Il 16 agosto a Guardiagrele (CH), Nino Iacovella, a nome del blog “Perìgeion”, ha presentato il libro di Christian Tito “C’è un fuoco da portare” (Pietre Vive Editore). L’incontro ha avuto luogo nel chiostro del palazzo comunale grazie all’iniziativa della “Fondazione San Nicola Greco”. Hanno partecipato: Nino Iacovella (presentazione e lettura); Massimiliano Damaggio (lettura); Vincenzo De Ritis (fisarmonica); Ruben De Ritis (tastiere). Proponiamo il video integrale della serata.

Water melody 6 / Bevendo il vino 16-20

Queste ultime cinque poesie concludono il ciclo di “Bevendo il vino” del poeta Tao Yuanming. Occasione quindi per raccogliere tutti i testi tradotti da Antonio Cosimo De Biasio e pubblicarli nel “Quaderno di traduzione LXXVIII” che uscirà domani. Grazie 白松 per questi regali bellissimi. Per la poesia di questi maestri.

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Moulinath Goswami. Cimiteri/Cemeteries

Traduzione dall’inglese e fotografia di Mia Lecomte


1 – Stagione d’autunno

Cupe costole di bianco
nascondono la malinconia
sotto le lacrime sfiorite degli alberi –
lacrime che sussurrano ballate d’autunno alle lame d’erba.

Decenni di noia, un secolo di sonno…

La scala
resa sorda da torrenti d’echeggiante silenzio
invecchia di notte in giorno
sotto il peso dei passi che tornano gravi
nel dolore a visitare la memoria

Gli alberi gemono
i rami divelti cantano al vento

È verde, un verde sereno
così verde e freddo… un arido Shyok

Come le assi fragili di un ponte
senza tempo le scale del destino
conducono il presente al passato che non muore

Cupe costole di bianco
contano i passi, la caduta delle foglie, la caduta…

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Trattative (∆ιαπραγματευσεις): Spyros L. Vrettos e la memoria del suono

Ringraziamo di cuore Chiara Catapano per questo contributo che ha voluto donare alla Dimora. E’ uno scritto di altissima qualità; per la scrittura in sé, per l’autore di cui tratta e per le traduzioni. Poter pubblicare cose di questo livello, colme di tanta “semplice” partecipazione per questa cosa che chiamiamo poesia, è un’emozione.

Il libro “Trattative / Διαπραγματεύσεις“, di Spyros Vrettòs, tradotto e curato da Chiara Catapano, pubblicato da Puntoacapo, ha da poco ricevuto il “premio della critica” al premio San Domenichino.

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Qualche appunto che mi hai chiesto

(più che a margine, provvisorio)

testo e foto di Mia Lecomte

Da bambina ripetevo convinta: «Tanto morirò presto». Qui la materia è labile, effimera. Il corpo si indossa distrattamente, sghembo, senza riguardo. Cadrà, sparirà, non ce ne accorgeremo neppure. C’è una grande eleganza – nessuna volgarità, tristezza, rassegnazione – anche nella povertà, nella sporcizia. Quello che conta è altrove e insieme profondamente in noi. Si sta come se non si stesse. Mai.

Come se fossi tornata a casa dopo tanto tempo. A colazione, la mattina.

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Nella foresta, di Franz Krauspenhaar

da Perìgeion: Fare rete nella rete.

perìgeion

di Nino Iacovella

Nella Foresta, di Franz Krauspenhaar

Parlare letterariamente di Franz mi costringe a giocare a carte scoperte. Franz è un amico. Un amico che anni fa divenne tale grazie a Christian Tito che recensì, agli esordi di questo blog, il suo romanzo “Era mio padre”. Christian aveva questo dono di rendere famiglia, per sé e per gli altri suoi amici, tutto ciò che amava e toccava. Se Franz era stato “toccato” da Christian, per me significava che era già famiglia. Lessi quel libro autobiografico così intenso e vero, scritto come solo un vero scrittore poteva fare, e proposi all’autore, sempre alla maniera di Christian, di incontrarci. Da lì nacque l’amicizia con Franz, un’amicizia che mi ha permesso di constatare, se mai ce ne fosse stato il bisogno, l’assoluta aderenza tra l’uomo e lo scrittore. Un autore senza sovrastrutture e pose precostituite tanto care a certi poeti e scrittori…

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Stanno bombardando la città. Me ne sto qui a rivedere le poesie. (Conversazioni con scrittori ucraini.)

Traduzione italiana di Pina Piccolo dell’originale inglese “They Are Bombing the City I Am Editing Poems”, di Ilya Kaminsky e Katie Farris, apparso il 28 giugno in Los Angeles Review of Books. Per gentile concessione degli autori.

Tratto da La macchina sognante


Ihor Pavlyuk, Lviv (Leopoli)

Nelle strade delle città e dei villaggi ucraini bombardati, i corpi dei bambini morti giacciono con i numeri di telefono indicati sulla schiena scritti dalle madri in modo che possano essere identificati in caso di morte delle madri… Una cosa del genere va oltre la letteratura. Questo orrore è già al di là di Stephen King. Perciò guardo sempre più dentro di me in questi tempi escatologici, parlo a me stesso, a Dio (cioè prego), ai miei antenati e discendenti (i miei figli e nipoti), perché in questi giorni mi muovo molto meno. Non mi sembra di essere cambiato molto, tranne che prego di più e dormo di meno. A Lviv, Leopoli, c’è ora un silenzio teso, lacerato dalle voci apocalittiche delle sirene che ci chiamano nei rifugi antiaerei.

Il mio motto di vita “Sono pronto a vivere per sempre, sono pronto a morire in qualsiasi momento” ha ora acquisito una manifestazione più concentrata perché la morte di una persona e dei suoi cari (che è molto più terribile) può essere portata in qualsiasi momento da un missile, e questo, misteriosamente, mi fa apprezzare ogni momento dell’esistenza terrena e pensare all’eterno.

Tuttavia, questa tensione permanente drena da ogni persona sia l’energia fisiologica che quella creativa sottile (poetica), quindi ora come ora non posso scrivere un romanzo o un dramma, persino questa intervista richiede un grosso sforzo … Eppure, sono particolarmente produttivo in questi giorni ansiosi per quanto riguarda il mio diario spirituale, di cui ho intenzione di pubblicare due volumi entro la fine dell’anno — se sopravvivo, se sopravviviamo…

Il tempo è ormai un metallo spaziale liquido, insanguinato: pesante e veloce allo stesso tempo, come un ippopotamo infuriato o un carro armato. I giorni scorrono, le settimane passano e i mesi volano. Hai colto il succo della cosa.

Come persona, prego sempre di più nel modo che mi ha insegnato mia nonna. Come cittadino, faccio volontariato.

Come poeta… Non vorrei essere poeta adesso perché è particolarmente doloroso. Preferirei diventare un soldato.

Ma non puoi cambiare la tua natura, nel bene e nel male… Si consiglia di preparare un kit di emergenza con l’essenziale in caso di evacuazione urgente durante un raid aereo. E mi sono reso conto che il mio avere più prezioso era la mia chiavetta USB con i manoscritti non ancora pubblicati.

Leggi tutto l’articolo su La macchina sognante


Pina Piccolo è una traduttrice, scrittrice e promotrice culturale che per la sua storia personale di emigrazioni e di lunghi periodi trascorsi in California e in Italia scrive sia in inglese che in italiano. Suoi lavori sono presenti in entrambe le lingue sia in riviste digitali che cartacee e in antologie. La sua raccolta di poesie “I canti dell’Interregno” è stata pubblicata nel 2018 da Lebeg. È direttrice della rivista digitale transnazionale The Dreaming Machine e una delle co-fondatrici e redattrici de La Macchina Sognante, per la quale è la cosiddetta macchinista–madre con funzioni di coordinamento. Il suo blog personale è Pina Piccolo’s blog.

Copertina: Michael Kvium, Cup3Tint3

Yorgos Seferis, Tordo

Con una parola singolarmente espressiva e scritta in lettere maiuscole, ΨΥΧΑΜΟΙΒΟΣ, che si riferisce alla guerra e la sua schiascciante prevalenza, finisce la seconda parte del “Tordo”, un complesso di quattro strofe da otto versi ciascuna, in forma di canzone (non è forse il grammofono che riempie il luogo di insulsi rumori/musica/parole?), dove Odisseo schematizza la storia del suo lungo viaggio, interminabile storia di perdite e di consunzioni (compagni, navi, la propria casa, la propria anima, il proprio corpo, la propria vita), fasi successive di una eterna tragedia che si conclude con la gelida, orribile frase “…in modo schiacciante sovrasta. La guerra…”, mentre la radio annuncia febbrile: “con virulenza gli eventi si evolvono” e “non rimane più tempo”.


La radio

– “Vele nell’alito del vento
la mente null’altro della giornata ha trattenuto.
Profumo di pino e silenzio
facilmente allevieranno la ferita
che hanno provocato il marinaio
la cutrettola il ghiozzo e il pigliamosche.
Donna che rimanesti insensibile
ascolta la sepoltura dei venti.

Il barile d’oro s’è svuotato
il sole s’è fatto straccio
intorno al collo di una donna di mezz’età
che tossisce e non la smette più:
l’estate che trascorre la rattrista
con i gioielli d’oro sugli omeri e sul pube.
Donna che smarristi la luce,
ascolta, il cieco sta cantando.

S’è fatto buio: chiudi le finestre:
con le canne di ieri appresta pifferi,
e non aprire per quanto possano bussare:
gridano ma non hanno nulla da dire.
Prendi con te ciclamini, aghi di pino,
gigli dalla sabbia e anemoni dal mare:
donna che smarristi la ragione,
senti, sta passando il mortorio dell’acqua…

– Atene. Rapidamente si evolvono
gli eventi che l’opinione pubblica
ha accolto terrorizzata. Il signor ministro
ha dichiarato: Non c’è più tempo…
…prendi con te ciclamini, aghi di pino…
gigli dalla sabbia… aghi di pino…
donna…
– … è tremendamente soverchiante.
La guerra…”

CAMBIATORE DI ANIME.


Yorgos Seferis, “Tordo”
una nuova traduzione e un saggio di Crescenzio Sangiglio

di prossima pubblicazione in
Quaderni di traduzioni LXXVII


Copertina: Piero Pizzi Cannella, Cattedrale