Archivi categoria: anna maria curci

Poésìa sparse e sparpagghiote

Vincenzo Mastropirro

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Babel

Roberto Matarazzo, Versi esiliati

Testi di Francesco Marotta
estratti da
Esilio di voce (Smasher, 2012) e
Impronte sull’acqua (Le voci della luna, 2008),
tradotti da
Manuel Cohen (francese), Anna Maria Curci (tedesco)

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Quaderni di Traduzioni (XIII)

Quaderni di Traduzioni
XIII. Gennaio 2013

39__Lora-Totino_-_La_biblioteca_di_Babele

Anna Maria Curci

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Wir müssen wahre Sätze finden
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Nuove nomenclature

Anna Maria Curci

Può la filologia salvare il mondo? Con tutta probabilità, no, neanche se si arrischia a muovere qualche passo di danza con il calembour o a tuffarsi nel senso letterale di espressioni di (perverso o sciatto, o perversamente sciatto, o sciattamente perverso) uso comune. La sua ragion d’essere è, semplicemente, quella di permettere, allo sguardo, di oltrepassare la cortina di fumo rancido delle parole-paravento, e, forse, alla coscienza, di districarsi tra cartapesta, spigoli e muri di gomma. (a.m.c.)

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Inciampi e marcapiano

Anna Maria Curci

Lo sguardo di Antigone

Spesso in meriggi pallidi e furenti / assisto muta a sagre di officianti / e colgo prede magre trasudanti / di vaghi vuoti dileggianti commenti. / E volgo altrove lo sguardo che si pente / all’acqua al fango e persino al cielo, / non a squarciar, ma a sollevare il velo / per un istante effimero e insistente.

 

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Il mare dove non c’è

Ingeborg Bachmann
Anna Maria Curci

Foto, interviste, filmati, registrazioni mi hanno fatto conoscere il suo volto, i suoi gesti, la sua voce. La lunga frequentazione con i suoi testi mi fa tuttavia prediligere l’immagine con la quale l’ha rievocata, nel 1986, nel suo romanzo Estinzione, Thomas Bernhard. Ingeborg Bachmann è lì Maria, “la mia prima poetessa” (così la chiama l’io narrante), che appare all’improvviso nella valle di una località dell’Italia settentrionale “con il suo folle completo, giacca e pantaloni”. Sembra che venga direttamente, o stia per recarsi, a una serata di gala al Teatro dell’Opera. Viene da Parigi, Maria, non da Roma, dove all’epoca abita. Così, per me, Ingeborg Bachmann è Maria, nella sua mise per l’Opera, felicemente fuori luogo per una escursione in montagna, con i pantaloni neri di velluto stretti sotto il ginocchio, con la giacca di velluto color rosso cardinale e il colletto turchese.

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