Archivi categoria: arte e letteratura

Del sublime

Jonny Costantino

Il sublime è vertice e vortice

Esperienza limite, il sublime, lo è fin dall’etimologia. L’aggettivo latino sublimis viene dal sostantivo limen, che significa limite. «Sub limine»: sotto il limite. Un limite collocato, convenzionalmente, in alto. I Greci, per dire sublime, usavano la parola hýpsos, che sta per altezza. Secondo una differente ipotesi etimologica, sublimis verrebbe non da limen ma da limus: fango. «Sub limo»: sotto il fango. Fango: sudiciume che insozza; limo che feconda; fango ardente che travolge e distrugge, in gergo vulcanico: lahar. Il contrasto etimologico tra limen e limus è solo apparente. Anche il fango è un limite: un limite che sta in basso. Il sublime viaggia al limite: sul limitare dell’estrema altezza e dell’estrema bassezza. L’anonimo autore del celebre trattato Il sublime ravvisò, nel I secolo dopo Cristo, un’intima connessione tra altezza (hýpsos) e profondità (bathos) nell’arte (téchne) sublime. Nel 1856 è Victor Hugo a operare l’inversione che fa trentuno, per dirla coloritamente, affermando che «le sublime est en bas»: «il sublime sta in basso». Del resto, fin dalla tarda età ellenistica, II secolo avanti Cristo, rimbomba in Ermete Trismegisto: «Così in alto come in basso». Davanti a Rembrandt, il più sublime dei pittori, Jean Genet avverte «un odore di stalla». «In piedi sul letame»: è così che lo scrittore immagina le figure rembrandtiane ritratte parzialmente. Sotto le gonne, sotto le vesti dorate, sotto i mantelli bordati di pelliccia, i corpi assolvono con puntualità le loro funzioni: «digeriscono, sono caldi, sono pesanti, puzzano, cacano». I sei Sindaci dei drappieri (1662) «puzzano di liquame e di sterco» e la Sposa ebrea (1665), persino lei, con il suo viso delicato, con il suo sguardo grave, lo si sente, «ha un culo» (Che cosa è rimasto di un Rembrandt strappato in pezzetti tutti uguali e buttato nel cesso, 1967). Il sublime è vertice aulico e vortice maleolente, contemporaneamente.

(Leggi l’intero articolo qui)

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Sperare è camminare

Mosaici
(Murano, Chiesa di Santa Maria e San Donato)

Mille anni fa i mosaicisti hanno creato con tasselli
grandi e solidi un’enorme scacchiera.
Vi si può leggere qua e là un racconto biblico.
Vi si ammira un tripudio di pianeti, astri, carte da gioco,
specchi oscuri, il cielo sfavillante, l’intensa polifonia
delle stelle e delle pietre, dei quadrati e dei cerchi:
nasce dalle loro mani il mondo astratto-concreto
che assemblano a terra sul mobile suolo fangoso.
I mosaicisti hanno avuto ragione a farci calpestare
l’immagine del mondo. Dicono: «Sperare è camminare».
Calpestare, far risalire dai talloni, su per le gambe
la lunga storia dei morti,
la linfa che fa di ogni pietra il colore
di una sillaba del nostro interminabile racconto.

(Tratto da: Sol sauvage, poème IV,
in Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta.)

Sopra mucchi di giunchi e di fango

Battesimo di Cristo
(Chiesa di San Pietro martire, Murano)

Sopra mucchi di giunchi e di fango
Tintoretto ha issato una tela alta cinque metri.
Ha dipinto la penombra dappertutto
tranne un triplice debole chiarore,
in alto dietro l’oscuro dio padre,
al centro dietro la colomba,
in basso dietro il robusto corpo nudo del dio figlio.
Dal cielo Tintoretto fa discendere dei panni
stinti per ricoprire la sua bianca pelle.
Giovanni il battista è più cupo di una carena rovesciata.
Il dio in forma di figlio da sacrificare
per modellare la persona umana
non è altro che la linea scura
delle sue spalle, delle sue anche, del suo corpo pesante,
il tratto che lo designa in controluce, per contrasto.
Dietro di lui, Tintoretto dipinge l’acqua fangosa,
dei giunchi neri, l’argilla che non parla.

(Tratto da: Sol sauvage, poème III,
in Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta.)

Quaderni di traduzioni (XXXIIII)

Quaderni di Traduzioni
XXXIII. Ottobre 2017

Yves Bergeret

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Poèmes et proses de Naples (2017)
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Per il decennale di RebStein, 20

Elena Corsino

da:
A spalancato silenzio
(inediti)

 

Corpi d’intorno stanno
in conchiglia destini
di vuoto
e di madreperla,
percorsi
di midollo, sangue:
materia di buchi
e di commiati.

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La Biblioteca di RebStein (LXVIII)

La Biblioteca di RebStein
LXVIII. Agosto 2017

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Yves Bergeret

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La parola che costruisce legami
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Lézard / Lucertola

“Poème, joyeux lézard, donne-nous tes écailles,
elles seront nos sceaux pour nous reconnaître.
Triste lézard, viens manger dans ma paume.”

“Poema, gioiosa lucertola, donaci le tue scaglie,
saranno i nostri sigilli per riconoscerci.
Triste lucertola, vieni a mangiare nel mio palmo.”

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Frontaliere

“si spazza via la frontiera
come si fa con le briciole secche,
passando sulla tavola il palmo della mano”


Le piume dei quattro uccelli afgani
dispensano il loro blu alle montagne in lontananza,
il verde ai boschi dei dintorni.
Otto zampe incrociate, otto tratti bruni,
otto colpi di tamburo sul fondo del rustico vaso.
Gli uccelli dipinti sulla misteriosa ceramica di Kabul
hanno varcato cento confini
e sono venuti a sorreggere il moto
delle tre montagne che migrano lente
verso la frontiera a nord, a sostenere il lavoro di aratura
dei venti d’alta quota che rovesciano nell’altro senso
l’altissimo velo di brume.

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