Archivi categoria: arte e letteratura

Dispute ternarie e monodiche

Lucio Saffaro

Prima disputa ternaria

1,
Prima che il simulacro vivente si raccorci tra le vele del tempo, tentiamo di salire sugli spalti del caso, dove le mute perifrasi dell’essere si confondono con le ombre fastose dell’io.

2.
Il pegno richiesto dal caso ha intaccato tutte le ricchezze dell’anima, quasi fosse una frode esclamativa che non termina mani.

3.
E’ caduto l’alloro, appena pervenuto al centro degli indugi del pensiero, e la coscienza, in attesa, si perde tra le stasi sempreverdi del passato.

Tratto da:
Lucio Saffaro, Dispute ternarie e monodiche
A cura di Gisella Vismara
Prefazione e nota di Giuseppe O. Longo
Bologna, Luca Sossella Editore, 2019

Fondazione Lucio Saffaro

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La natura del reale

Per gli abitanti di Koyo, il loro spazio è un organismo complesso sempre in funzione. In effetti il reale appartiene interamente alla parola. I pittori lo hanno spessissimo rappresentato con i loro segni. La pietra è della parola fossilizzata, mineralizzata e le rocce dalle forme più armoniose sono delle parole efficientissime. L’acqua è la parola in movimento e la forza fecondatrice che permette al reale di moltiplicarsi. Il cielo è l’embrione della parola, la nuvola è la promessa della parola e la pioggia il suo generoso rilascio, come un neonato che esce dal ventre di sua madre. La terra coltivabile (iso) rarissima sulla montagna di arenaria, prodotta dall’erosione o dalla frantumazione a mani nude, è della parola in attesa, il seme è una parola in progressiva fecondazione. La parola umana è l’atto di nominazione più fecondo del reale, la mano del contadino segue la parola.
Una nozione fondamentale di questo pensiero del reale come parola in atto è quella di bira: il lavoro, che va inteso nel significato di gestazione responsabile della parola. Quando il bira è efficace, nasce il sorriso, il raccolto arriva e il reale mostra il suo kenda nisi, il suo “cuore buono”, che è la coscienza armoniosa del compimento. La massima realizzazione della parola, il suo dispiegamento più nutritivo, il più degno, il più equilibrato, nella montagna e nella comunità, si chiama wurou, impropriamente tradotto con la parola “oro”. La parola è, in questo modo, sempre responsabile e fondatrice; non può né adulare né mentire. […]

(Yves Bergeret
Il tratto che nomina
di prossima pubblicazione presso
Algra Editore, Catania)

Quaderni di Traduzioni (XLIX)

Quaderni di Traduzioni
XLIX. Dicembre 2018

Yves Bergeret

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Un étranger vient voir Ogo ban (2010)
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Danzare con le immagini

Giuseppe Zuccarino

Aperçues è uno dei libri più singolari di Georges Didi-Huberman. Raccoglie numerosi testi brevi (ognuno dei quali reca un proprio titolo e una precisa data di composizione) che riguardano immagini, non tanto analizzate per esteso quanto piuttosto «intraviste» (è questo il significato del titolo). Il medesimo concetto viene ribadito nell’epigrafe, tratta da un discorso del poeta tedesco Paul Celan: «E cosa sarebbero allora le immagini? Ciò che una volta, e ogni volta è l’unica volta, è soltanto qui e ora, viene intravisto e ha daessere percepito». Conviene parlare genericamente di immagini perché, nella sua vasta produzione saggistica, Didi-Huberman non si è interessato soltanto alle opere d’arte pittoriche o scultorie – antiche, moderne o contemporanee che siano –, ma ad ogni sorta di elementi visivi (stampe, manifesti, fotografie, video, film, ecc.). Egli potrebbe, come Baudelaire, definire le immagini «la mia grande, la mia unica, la mia primitiva passione», nel senso che le considera, oltre che come fonte di fascino, anche come oggetto di un’inesausta riflessione.

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