Archivi categoria: capolavori dimenticati

Scarafaggi metropolitani

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Pedro Pietri

Fu a metà degli anni Settanta che si assistette alla vera fioritura della cultura portoricana a New York. Pedro Pietri, Miguel Algarìn, Sandra Maria Esteves, Victor Hernandez Cruz, […] e molti altri autori, nel Lower East Side, nel Bronx, nella East Harlem, uscirono allo scoperto, rinominandosi nuyorican. Quest’impressionante fioritura ebbe il suo luogo magico nel Nuyorican Poets’ Café (allora sulla East 6th del Lower East Side), un piccolo bar aperto da Algarín e Piñero e presto divenuto fucina multietnica e multiculturale. Fu qui, dal cuore della desolazione urbana d’un quartiere-metafora dell’America fatta di tante Americhe, che la poesia nuyorican si conquistò un posto di tutto rispetto tra le culture etniche, nell’elaborazione di una poetica nuova sia rispetto alla tradizione culturale dell’isola sia rispetto ai movimenti culturali americani – una collocazione “di frontiera”, “marginale”, e con orgoglio rivendicata come tale, in piena sintonia con quanto stava avvenendo presso altre comunità (quella messico-americana, o chicana, prima di tutte). Continua a leggere Scarafaggi metropolitani

Life on the tracks – Prologo

“Southern trees bear strange fruit,
Blood on the leaves and blood at the root,
Black bodies swinging in the southern breeze,
Strange fruit hanging from the poplar trees.”

Life on the tracks

A M., guardando
una vecchia foto
ritrovata per caso.

Ho cominciato a comprare qualche disco verso la fine del 1969, ma il primo che ho avuto risale all’anno precedente, un regalo graditissimo da parte della madre di una mia compagna di classe. Si trattava di una raccolta di successi di Billie Holiday, fino ad allora, per me, nient’altro che una voce senza nome e senza volto, un fantasma sonoro che inseguivo, senza sapere bene cosa stessi veramente cercando, già da parecchi mesi.

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Il tempo di Saturno – di Patrizia VICINELLI

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(Hieronymus Bosch, Il trittico delle delizie, 1480-1490)

Patrizia Vicinelli – I fondamenti dell’essere.
II. Il tempo di Saturno

(Tratto da: Opere, a cura di Renato Pedio, Milano, Scheiwiller, All’Insegna del Pesce d’Oro, 1994)

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Omaggio a Ferruccio MASINI

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(Ferruccio Masini / Salins, Il presagio dei rami, 1983)

Da: Ferruccio Masini, La mano tronca, Bari, Dedalo Libri, “Collana Bianca”, I ed., 1975.

Mio giorno
che ti disseti nell’ombra tagliente del pietrisco
nella vertigine delle più alte torri
sei quel poco che mi fu concesso
per elevarmi fino alla mia statura
e scavare la terra e far crescere il grano Continua a leggere Omaggio a Ferruccio MASINI

Autoritratto poetico – Piero BIGONGIARI

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(Gianna Pinotti, “Apollo”. Il Maestro/L’ispirazione profetica, 1996)

[…] Se oggi qualcuno parla degli «oggetti tragici» che la mia poesia implica, io non saprei meglio additarne l’origine che richiamandomi a quel senso di giustizia obiettivo che subito mosse, dandogli anche quel che di dinamicamente irrequieto, la scoperta di quel mezzo attivo che è la poesia dinanzi alla constatata ingiustizia del vivere universale. Continua a leggere Autoritratto poetico – Piero BIGONGIARI

Le streghe s’arrotano le dentiere – Luigi DI RUSCIO

Da: Luigi Di Ruscio, Le streghe s’arrotano le dentiere, introduzione di Salvatore Quasimodo, Marotta Editori, 1966 (integralmente ristampato in Poesia Italiana E-book, Biagio Cepollaro E-dizioni, Milano)

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Horcynus Orca di Stefano D’ARRIGO nella lettura di Giorgio MORALE (III)

Da: Stefano D’Arrigo, Horcynus Orca, Milano, Mondadori, 1975.

[…] “Oooh…oh… Oooh…oh…” gridava ‘Ndrja, spronando gli sbarbatelli e a Masino, lì davanti, gli gettava il fiato acceso sulla nuca.
Fu come se in tre, quattro vogate si mangiassero tutto il mare disponibile fra la banchina e la portaerei. Avevano pigliato una tale vogata, quei vogatori di mucco, una vogata d’una potenza tale, che aveva del misterioso, come se abbuiando alla lancia fosse spuntata un’anima, come una spina dorsale fra poppa e prua, un’anima, in forma di coda d’orcaferone, e spinta da questa, corresse sulle acque, via via che queste s’ottenebravano.
“Oooh…oh…” Continua a leggere Horcynus Orca di Stefano D’ARRIGO nella lettura di Giorgio MORALE (III)

Horcynus Orca di Stefano D’ARRIGO nella lettura di Giorgio MORALE (II)

Da: Stefano D’Arrigo, Horcynus Orca, Milano, Mondadori, 1975.

[…] ‘Ndrja andò poi a sbrigare la parte più scabrosa di saluti, scabrosa perché scabrosa era la personella che doveva salutare.
Marosa era comparsa sulla porta col viso già rigato di lagrime: s’appoggiava con un braccio allo stipite, la faccia inclinata su quel braccio e piangeva, lo guardava e forse non s’accorgeva nemmeno di piangergli in faccia. Era desolata, come se ora restava orfanella, sola al mondo. Però, quando ‘Ndrja incontrò i suoi occhi, issofatto le si ribellò accoratamente il pianto e sparì dentro casa; ‘Ndrja però, entrò dietro a lei e in un passo, l’afferrò tirandosela fra le braccia: solo allora vedette che aveva fra le mani il cestino coi centrini e vedette che ci piangeva col capo dentro.
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Horcynus Orca di Stefano D’ARRIGO nella lettura di Giorgio MORALE (I)

Stefano D’Arrigo, Horcynus Orca, Milano, Mondadori, 1975.

… ripigliò a muoversi scuroscuro all’orbisca e inaspettatamente, fatti pochi passi, trovò finalmente uno sbocco sulla marina: sentì sulla faccia una leggerezza d’aria, l’oscurità davanti sgombra di case, e il respiro del grande animatone gli soffiò all’orecchio e gli si girò intorno come un filo sottile, in giri e giri di fili di bava che si pietrificava, come filamenti di una conchiglia che andavano e venivano con gli echi della sua animazione misteriosa e immensa. Se lo immaginò così, lo scill’e cariddi, con una sensazione fisica strana di disorientamento, come non lo ricordasse più come e dove era o come non fosse più, a causa di qualche nuovo, nuovo e ogni volta sempre peggio, terremoto, o più precisamente terremaremoto, dove e come lui lo ricordava, un animatone sgomentevole che col suo squasso di respiro occupava ogni tenebre, passaggio, apertura o spiraglio, tra lì e l’isola. Continua a leggere Horcynus Orca di Stefano D’ARRIGO nella lettura di Giorgio MORALE (I)

La pozza del mendico – di Miguel Ángel ASTURIAS

[Miguel Ángel Asturias, La pozza del mendico, traduzione di Emilia Mancuso, Roma, Veutro Editore, 1966 (El Alhajadito, Buenos Aires, Editorial Goyanarte, 1961)]

Parte seconda (pag. 133-138)

E’ necessario andare molto lontano. Un luogo che non raggiungono né la vista, né il mare. Andammo là. Sotto le stelle che paragonate ai granelli di sabbia della spiaggia si vedevano grandi, parlò il Parroco. La sera, conclusa la predica, il viso gli rimase come una roccia. Chiamavano Parroco quell’uomo, un miscuglio di uccello e di uomo, perché era stato nominato dal Vescovo a dirigere la parrocchia dalla quale uscimmo verso questa spiaggia che non raggiungono né la vista, né il mare. Continua a leggere La pozza del mendico – di Miguel Ángel ASTURIAS

Non possiamo abituarci a morire – di Luigi DI RUSCIO

Da Non possiamo abituarci a morire
(Milano, Schwarz Editore, 1953)

1

Raccolgono la neve
con le mani coperte di sangue guasto
la mettono sulla bocca
per tutti i gelati
che quest’estate non hanno avuto
montano su pezzi di legno
e scivolano per tutti i sogni che non hanno fatto Continua a leggere Non possiamo abituarci a morire – di Luigi DI RUSCIO

Il tredicesimo invitato di Fernanda ROMAGNOLI nella lettura di Giovanni NUSCIS

[La recensione di Giovanni Nuscis è pubblicata per gentile concessione della Rivista on line Italia Libri. Alla Redazione va il mio sentito ringraziamento.]

Fernanda Romagnoli, Il tredicesimo invitato (1980)
Libri Scheiwiller, 2003

Il libro comprende l’ultima raccolta di poesie di Fernanda Romagnoli, Il tredicesimo invitato, edito da Garzanti nel 1980, una scelta di testi tratta da opere precedenti — Confiteor (1965-1972), Berretto rosso (1963) — e altri componimenti ripartiti tra le sezioni Inediti (1965-1986) e Altre poesie. Continua a leggere Il tredicesimo invitato di Fernanda ROMAGNOLI nella lettura di Giovanni NUSCIS

Un po’ di febbre – di Sandro PENNA

Un po’ di febbre

    Da qualche giorno aveva un po’ di febbre. Anzi era certo che si trattasse di un morbo tubercolare. Sapeva, in breve, di dover morire. Però doveva farsi tagliare ugualmente i capelli, e la barba. Certo, aveva capito che anche chi sa di dover morire non può sfuggire alle cose di tutti. I pensieri di un simile stato d’animo sono diversi, sì, da quelli di un altro, ma si finisce coll’andare ugualmente dal parrucchiere. Si fa tutto con quella lenta angoscia che sta in fondo, ma la cosa più triste è appunto quel sapere che non c’è altro da fare che le solite cose. Continua a leggere Un po’ di febbre – di Sandro PENNA

Osteria flegrea – di Alfonso GATTO

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(P. Mondrian, L’albero rosso, 1908)

[Testi tratti da: Alfonso Gatto, Osteria flegrea, introduzione di Carlo Bo, con una nota dell’autore, Milano, Mondadori, “Lo Specchio”, 1962]

Finale

Se a voltarmi più non ti vedo
chi di noi due manca,
chi dal suo pensiero un fatto
ha visto correre sì veloce
da spingersi oltre le nebbie
dei morti che guardano indietro?
Continua a leggere Osteria flegrea – di Alfonso GATTO