Archivi categoria: cinema

Fassbinderiana

Un-giorno-un-anno-una-vita

Quella scritta da Jürgen Trimborn è la puntuale biografia di una delle personalità più importanti della cultura tedesca tra gli anni ’60 e gli anni ’80 del Novecento: Rainer Werner Fassbinder. Nell’imponente testo edito, per l’Italia, da Il Saggiatore, si intrecciano la personalità complessa del celebre regista, il moto di rinnovamento del cinema tedesco e le vicende culturali e politiche che attraversano la Germania in un trentennio cruciale della sua storia, periodo in cui il paese si trova a fare i conti con tante contraddizioni interne, tra queste il suo doversi confrontare tanto con quel passato nazista difficile da metabolizzare, quanto con una nuova Germania che, restia a cambiare davvero nel profondo, viene attraversata da una cruenta stagione di conflittualità. L’intrecciarsi di tutti questi fattori rendono questa biografia di Fassbinder una storia che, pur nella sua parzialità, racconta un trentennio cruciale della vita della Repubblica federale tedesca prima che questa si indirizzi, nel decennio successivo, verso la riunificazione.

(Continua a leggere l’articolo di Gioacchino Toni su Carmilla)

Poetica del basso continuo

Ida Travi, Poetica del basso continuo Ida Travi

Il vincolo

Come un bambino la parola nasce e non è sola. Nasce da un essere umano, ma non nasce una volta sola. Nasce continuamente, muore continuamente, per questo il mondo non le apparterrà mai. Per questo il mondo non avrà mai una parola definitiva.

La parola esce dalle labbra in stato d’emergenza. E’ un movimento d’uscita, sì – va verso il fuori, venendo da dentro. Coincide col movimento del ritorno e dell’addio. E più la parola è poetica – cioè più autenticamente politica -, più stretta è la porta da cui riesce a passare. Stretto è il passaggio da cui esce la parola, stretta è la parola finché qualcuno non la spalanca in chiacchiera.

La parola non nasce libera, viene al mondo in un vincolo, e sì, la vita della parola è il movimento di liberazione da quel vincolo. Come il primo respiro, come quando la testa esce dall’acqua e incontra un volto, la terra: fuori!… qui si nasce! Qui si afferma un distacco: movimento di liberazione dal chiuso, dalle cose come stanno, dalla insopportabile oscurità del più luminoso pensiero. (pag. 47)

Ida Travi
Poetica del basso continuo
La scrittura, la voce, le immagini

Bergamo, Moretti & Vitali Editori
“Le forme dell’immaginario”, 2015

Brush up your Shakespeare

Kiss me Kate, 1953

Antonio Scavone

“Brush up your Shakespeare”
(Sindrome del “di… da…”)

     Gli sgherri di una bisca clandestina, Lippy (Keenan Wynn) e Slug (James Whitmore), provano a recuperare dall’incolpevole regista Fred Graham (Howard Keel) un debito di gioco che un ballerino della compagnia ha contratto falsificando in un pagherò la firma del suo capocomico-regista.
     Lilli Vanessi (Katryn Grayson), ex-moglie di Fred e protagonista della commedia, minaccia di abbandonare la compagnia e di vanificare così l’incasso dello spettacolo. Con le “buone maniere” Lippy e Slug costringono la bizzosa Lilli a continuare la recita ma quando percepiscono, al di là del filo del telefono, che il loro capobanda è stato eliminato, ritengono ormai superato il debito di Fred Graham e, congedandosi, perché ormai anche loro senza lavoro, consolano l’afflitto Fred a riprendersi dalla delusione e dall’amarezza consigliandogli di rispolverare per l’occasione il buon vecchio e sempre valido Shakespeare in una rinnovata rilettura delle opere del Bardo di Stratford-on-Avon.
     Brush up your Shakespeare (rinfresca, ripassa il tuo Shakespare) è il formidabile duetto cantato e ballato da Lippy e Slug, davanti a un rinfrancato Fred, nel film “Baciami, Kate!” di George Sidney del 1953, con la partitura di Cole Porter e le coreografie di Hermes Pan, per una famosa edizione musicale de “La bisbetica domata” (The Taming Of The Shrew).

Continua a leggere Brush up your Shakespeare

Il giorno della caduta

Falling down, 1993

Antonio Scavone

Il giorno della caduta

     Fa caldo a Los Angeles, il traffico è bloccato su un cavalcavia per lavori in corso, le auto sono ferme in colonna e l’aria si fa irrespirabile con i motori accesi. In una di queste auto c’è Bill Foster – occhiali, camicia bianca dalle maniche corte, cravatta, capelli a spazzola. Bill sta lottando con una mosca imprigionata nella vettura, con le bocchette dell’aria che irradiano solo il calore della strada e con il vetro della portiera anch’esso bloccato perché la maniglia si è rotta girandola. Attorno a Foster c’è un pullman di ragazzi in gita che hanno perso per l’afa opprimente la voglia di cantare e, dietro di lui, tante altre auto, tra le quali quella di Martin Prendergast, un poliziotto in borghese della “Sezione Rapine” al suo ultimo giorno di lavoro prima della pensione.
     L’atmosfera è pesante, sale l’ansietà per questa sosta forzata che non accenna a risolversi finché Bill Foster apre la portiera della sua auto, prende la ventiquattrore, esce e si incammina risoluto sul cavalcavia. Cioè se ne va, lascia quell’imbuto di auto, di sudore e rabbia e a chi gli chiede, esterreffatto, dove stia andando, lasciando la macchina senza guida nell’ingorgo, Foster risponde ovvio e invelenito: “Vado a casa!”. Continua a leggere Il giorno della caduta

Il corpo tragico della storia

Pier Paolo Pasolini

Carla Benedetti

Come nelle antiche tragedie, le immagini di repertorio che Pasolini ha montato nel film La rabbia (1962), tratte dai cinegiornali del tempo, portano in scena i conflitti, le vittorie gioiose e i lutti della storia recente dell’umanità, colte in una prospettiva ampia, planetaria e universale. La voce fuori campo che le commenta, ora in prosa ora in versi, ha il ruolo di un coro tragico. Pasolini ha messo in scena alcune tragedie antiche (Medea, Appunti per un’Orestiade africana). Ma in questo film fa qualcosa di più: secondo l’ipotesi di lettura che qui propongo, “La rabbia” ricrea la forma della tragedia con i mezzi specifici del cinema, in particolar modo il montaggio.

(Leggi il saggio di Carla Benedetti su Il Primo Amore:
qui la prima parte e qui la seconda parte.)

Sweet Ladies

Antonio Scavone

Sweet Ladies
(Le attrici britanniche a Hollywood)

     Lo star system ollivudiano ha sempre stabilito regole precise per gli attori stranieri: dovendo superare la difficoltà della lingua i neo-latini (italiani, francesi, ispanici) interpretavano se stessi, i tedeschi improbabili teutonici, i giapponesi ovviamente gli asiatici.
     Da questa divisione o discriminazione tra americans e aliens, venivano esclusi necessariamente gli interpreti di madre-lingua inglese, ma anche ai british toccava in sorte di impersonare sempre e solo personaggi della vecchia Inghilterra, o di un’Inghilterra presunta. Ci sono state delle eccezioni, naturalmente, e alcune sono state famose (Stan Laurel o Charlie Chaplin), ma i ruoli da ricoprire per gli attori inglesi (o canadesi o australiani) erano quasi sempre quelli che meglio connotavano presso il pubblico americano lo stereotipo britannico. Continua a leggere Sweet Ladies

American doctors

Antonio Scavone

American Doctors
(Tre film americani)

È inverno, c’è la neve in questa piccola città di provincia non lontana da New York, dove tutto è tranquillo e fermo nel tempo. C’è però una novità: un giovane e già inflessibile anatomo-patologo, David Coleman (lo scontroso Ben Gazzara), viene assegnato al locale ospedale per affiancare e poi sostituire il patologo prossimo alla pensione, il dottor Joseph Pearson (il magistrale Fredric March).
     The Young Doctors – in italiano “Giorni senza fine” – è un film di Phil Karlson del 1961, con la vivida fotografia di Arthur Ornitz (un bianco-e-nero drammatico, degno del compianto Gianni Di Venanzo), le musiche di Elmer Bernstein e sceneggiato da Joseph Hayes da un romanzo di Arthur Hailey (“Diagnosi finale”). Continua a leggere American doctors

Ernest l’inimitabile

Antonio Scavone

L’abbiamo visto moltissime volte nei suoi ruoli abituali di vilain. Grosso, tarchiato, con occhi sinistri da camaleonte, lesto ad attaccar briga, pronto a tradire: stiamo parlando di un caratterista del cinema americano che, con la modestia di un impiegato, ha portato sullo schermo personaggi antipatici ma che ha lasciato per ogni “cattivo” segni inconfondibili della sua personalità, del suo physique du rôle, del suo talento interpretativo. Stiamo parlando di Ernest Borgnine, figlio di emigrati italiani (Borgnino), ora quasi centenario.
     L’abbiamo presente come omaccione terribile e molesto (il Bart di Johnny Guitar), guardaspalla rissoso (il Coley di Giorno maledetto), capotreno maligno (Shack de L’Imperatore del Nord) ma non ne abbiamo dimenticato l’altra faccia, quella più inconsueta e tuttavia tipica del suo palmarès: la faccia contadina di Shep di Vento di terre lontane con Glenn Ford, o quella paffuta del fattore amish che esita ad aiutare Victor Mature in Sabato tragico per arrivare alla consacrazione di quel Marty Piletti che gli valse l’Oscar nel 1955 per il film di Delbert Mann Marty, vita di un timido. Continua a leggere Ernest l’inimitabile

Stormi di uccelli neri

Antonio Scavone

Stormi di uccelli neri

     Un’affascinante donna dell’alta società di San Francisco, Melania Daniels (l’algida ‘Tippi’ Hedren) sta per entrare in un negozio di animali quando, distratta piacevolmente dal fischio di ammirazione di un ragazzo, scorge nel cielo l’addensarsi insolito e bizzarro di uno stormo di uccelli, che volteggiano come impazienti, infastiditi.
     Da quel negozio uscirà, imprevedibile ma non inaspettato, un pingue e impacciato cliente, trascinato velocemente da una coppia di terrier bianchi.  Quel cliente, inconfondibile, è Alfred Hitchcock, il regista de “Gli uccelli” che Evan Hunter sceneggiò nel ’63 dal romanzo omonimo di Daphne Du Maurier. La storia la conosciamo a menadito, tutti abbiamo visto quel film un’infinità di volte ma per ogni volta, come tutte le grandi storie raccontate al cinema, ci sorprende e ci incatena. Continua a leggere Stormi di uccelli neri

Doppia indennità

Antonio Scavone

     Siete robusto, uomo di mondo, sui trentotto anni, scapolo e avete una pallottola nella spalla: che fate? Il pensiero che vi tormenta, oltre alla ferita, è di non aver calcolato per bene tutte le mosse, di aver sprecato un’occasione irripetibile, di essere stato precipitoso e di esservi fidato di una donna che vi ha usato come strumento e che, per di più, vi ha sparato per eliminarvi. Ma c’è una cosa sensata da fare: tornate in ufficio, alla Pacific Insurance di Los Angeles nel ’44, e cominciate a registrare, più che la confessione, il racconto di questa maledetta avventura che vi ha soggiogato ma che avete architettato sin da quando il profumo di caprifoglio vi aveva inebriato, sin da quando quella donna, Phillis, vi si era offerta con spregiudicatezza, come non vi era mai capitato che fosse una donna a sedurvi e a tenervi in pugno. Continua a leggere Doppia indennità

Il treno del ritorno (II) – Su Dana Wynter

Antonio Scavone

     Data l’esiguità delle immagini reperibili in rete, Francesco si è visto costretto ad usare, come riferimento iconografico dell’attrice anglo-americana Dana Wynter, un’immagine che non appartiene al film di Philip Dunne, Il treno del ritorno del ’55, ma al più celebre film di Don Siegel, L’invasione degli ultracorpi del ’56.
     Dana Wynter (nata in Germania da una famiglia britannica, cresciuta in Rhodesia ed emigrata negli USA) non ha fatto molti film, o non ne ha fatti di memorabili, tranne questo de Il treno del ritorno con Richard Egan, L’invasione degli ultracorpi con Kevin McCarthy (fratello della scrittrice Mary) e I cinque volti dell’assassino di John Huston, del ’63, con Kirk Douglas e George C. Scott. Continua a leggere Il treno del ritorno (II) – Su Dana Wynter

A schermo nero. Il libro

Dopo L’opera non perfetta, un altro volume di Marco Ercolani lascia gli scaffali virtuali della Biblioteca di RebStein e si trasforma in un libro in carta e inchiostro per i tipi dell’Editrice QuiEdit di Verona: A schermo nero, con la postfazione di Luigi Sasso, uscito nella collana Questo è quel mondo curata da Enrico De Vivo.

Qui di seguito l’intervista che Marco Ercolani ha concesso a Gustavo Paradiso sulla genesi e le ragioni di quest’opera.

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Il treno del ritorno

Antonio Scavone

Il film è del ’55, tratto da un romanzo di Hamilton Basso (“The View From The Pompey’s Head”), diretto da Philip Dunne e interpretato nei ruoli principali da Richard Egan, Dana Wynter e Cameron Mitchell. In italiano e per l’Italia (ma anche per i francesi e la Francia o gli inglesi e l’Inghilterra) il titolo originale (“Lo sguardo dalla testa di Pompeo”) risultò incomprensibile, fraseologico, letterario: si optò, allora, per un titolo forse mieloso, come si usava in quegli anni di guerra fredda, ma sicuramente suggestivo: “Il treno del ritorno”. E, in realtà, di un ritorno si trattava, di un ritorno sentimentale, di un ritorno ispirato dalla seduzione della memoria. Continua a leggere Il treno del ritorno

Omaggio a Eric Rohmer (II)

Stefania Conte

Elemento essenziale della vita del Celta è l’avventura, come ricerca dell’ignoto, come corsa senza fine dietro l’oggetto sempre in fuga del desiderio. Questo sognava San Brandano al di là dei mari, questo domandava il cavaliere Owenn alle sue peregrinazioni sotterranee. Questa razza vuole l’infinito: ne è assetata, lo insegue a ogni costo, al di là della tomba, al di là dell’inferno. (E. Renan)

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A schermo nero (III)

Marco Ercolani

[…] “Turbare” il passato, ridando voce ad autori che sono realmente esistiti, potrebbe essere giudicato un atto di presuntuoso voyeurismo, aggressivo e onnipotente. Io credo il contrario. Restituendo la parola a chi non può più parlare, ma che in quel momento, attraverso un artificio dell’immaginazione, può farlo, ho l’illusione di riparare a un antico sopruso e simultaneamente di esprimermi proprio attraverso questa «parola segreta» e indiretta, quel cortocircuito anomalo, collaterale. Scrive Italo Calvino: «L’autore è autore in quanto entra in una parte, come un attore, e s’identifica con quella proiezione di se stesso nel momento in cui scrive». Lo scrittore “apocrifo” vuole esistere attraverso altri destini. Ma, in una visione fantastica dell’arte, sono forse i destini degli altri a trovare in lui l’interprete esemplare, la maschera più trasparente. (Cfr. qui e qui…)

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A schermo nero (II)

Marco Ercolani

[…] “Turbare” il passato, ridando voce ad autori che sono realmente esistiti, potrebbe essere giudicato un atto di presuntuoso voyeurismo, aggressivo e onnipotente. Io credo il contrario. Restituendo la parola a chi non può più parlare, ma che in quel momento, attraverso un artificio dell’immaginazione, può farlo, ho l’illusione di riparare a un antico sopruso e simultaneamente di esprimermi proprio attraverso questa «parola segreta» e indiretta, quel cortocircuito anomalo, collaterale. Scrive Italo Calvino: «L’autore è autore in quanto entra in una parte, come un attore, e s’identifica con quella proiezione di se stesso nel momento in cui scrive». Lo scrittore “apocrifo” vuole esistere attraverso altri destini. Ma, in una visione fantastica dell’arte, sono forse i destini degli altri a trovare in lui l’interprete esemplare, la maschera più trasparente. (Cfr. qui)

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A schermo nero (I)

Marco Ercolani

     Nel mio amore personale per il cinema ho sentito il bisogno prepotente che esistessero delle storie che non sono mai esistite. Storie ipotetiche, che prolungavano le ombre degli attori e dei registi come un controcanto, un contrappunto segreto. Ho costruito le prove, le tracce delle mie fantasie, come l’ispettore Quinlan, nel celebre film di Orson Welles L’infernale Quinlan, fabbricava prove false per incastrare criminali veri, e ho scritto un libro di apocrifi A schermo nero. Goloso di scritture e di sogni, come mia madre, ho sentito la necessità che certe fantasie fossero vere. E, poiché la storia non mi forniva dati reali, li ho fabbricati io, nel desiderio di stimolare non l’erudita curiosità del cinéphile ma l’attenzione affettuosa del lettore per dettagli anomali e perturbanti di vite, pensieri, destini. Continua a leggere A schermo nero (I)

La notte del cacciatore

Antonio Scavone

     Oggi sarebbe un “mago” televisivo, rozzo, cialtrone, di quelli che imboniscono sprovveduti e sognatori con vaticinii ridicoli e prevedibili su questioni di salute, di lavoro, d’amore.
     Ma allora, nel ’55, Harry Powell, il protagonista de La morte corre sul fiume, è un truffatore infìdo e carismatico, a tratti scanzonato e istrionico, vile come un avanzo di galera, ladro e assassino, subdolo come solo può esserlo un venditore di fumo. Si presenta vestito di nero, con un cappellaccio nero, col cravattino a strisce tipico dei pastori americani ma è solo apparenza: non è un pastore ma cita una sua effimera bibbia di supporto, non dichiara il suo ordine clericale ma una generica “religione di Dio”, che ha fatto propria grazie ad un dialogo sornione e amichevole con Colui Che Tutto Sa. Continua a leggere La notte del cacciatore