Archivi categoria: communitas

Insorgenze

Contro le guerre del capitale globale e dei suoi servi

In un universo dominato dalle logiche aberranti e spietate del capitale e dalla mercificazione avvilente di ogni aspetto dell’esistenza, piagata e umiliata dalla proliferazione dei conflitti, dalle derive genocidiarie, dai fanatismi religiosi, dall’odio razziale, dal rifiuto dello “straniero” e del “diverso”; in un mondo che guarda con crescente e sempre più violenta ostilità l’esodo di masse immense di esseri umani costretti a migrare dalla fame, dalla guerra, dalla povertà e dalle carestie, l’arte e la poesia impongono, oggi come non mai, scelte drastiche e irreversibili in direzione del “dialogo” e della condivisione, l’assunzione di un compito di natura etico-politica inderogabile: vestire i panni dell’insorgenza, minare con l’esercizio inesausto della “parola” le basi di ogni società e di ogni cultura votata all’odio, al rifiuto e all’esclusione: una parola “piena e integra”, “vigile e resistente”, matrice indomabile di libertà, testimone di ogni slancio generoso e di ogni volontà concreta e operante di attraversamento delle “tempeste” del presente verso un nuovo e diverso inizio, fondatrice dell’unico “legame umano” per il quale è giusto e necessario impegnare tutta quanta la propria esistenza, quello per mezzo del quale “si identifica l’altro” come orizzonte e destino comune. (fm – da qui)

Carena:
per una civiltà del dialogo, della parola
e dell’accoglienza.

(cfr. qui e qui)

Contro la guerra, contro gli stati

Massimo Varengo

[…] E allora, che fare?

Dovremmo schierarci o con l’imperialismo russo o con quello occidentale, quando entrambi perseguono politiche di potenza e di sopraffazione, all’interno e all’esterno dei propri confini? I confini polacchi, ad esempio: strumenti di morte per tutto quel popolo migrante che, in fuga da altre guerre, si è visto respingere nel gelo dei boschi e che ora si aprono per accogliere i profughi ucraini, manodopera qualificata a basso costo per lo sviluppo economico del paese.

Dovremmo schierarci in quella che è una tragica, sanguinaria, guerra di spartizione imperialista dove il patriottismo e il nazionalismo vengono sbandierati per confondere le acque, per nascondere i reali obiettivi della lotta, ossia l’accumulazione capitalista e l’affermazione di potenza degli stati vittoriosi?

Dovremmo piegarci alla prospettiva di un’evoluzione dell’Unione europea in un blocco coerente dotato di un esercito unico e di una politica unica, per diventare parte sempre più attiva nella spartizione del mondo?

Siamo e rimaniamo internazionalisti, contro gli stati, contro il capitalismo, per la rivoluzione sociale.

(Leggi l’intero articolo su Umanità Nova)

La linea del colore

La morte di Moussa Balde e altre storie tra frontiere e CPR

Ancora un morto di stato, figlio dell’indifferenza, del cinismo e del razzismo delle nostre istituzioni. Questa volta a morire è un ragazzo di 22 anni, Mamodou Moussa Balde, africano della Guinea, morto suicida, dopo essere stato massacrato da tre razzisti e poi (poiché era un clandestino colpito da un provvedimento di espulsione) carcerato nel CPR di Torino, dove è stato lasciato morire in una gabbia da pollaio. «Gli sono stati negati i diritti più elementari e hanno calpestato la sua dignità. –ha detto Monica Gallo, garante dei detenuti della città- Nonostante i dieci giorni di prognosi, è stato trasferito nel Cpr, dove non gli è stato concesso il diritto di essere registrato con le proprie corrette generalità, dove nessuno si è interessato ad ascoltare la sua storia, arrivando alla violazione del più fondamentale dei diritti, quello alla vita». Condannato a morte solo perché nero, povero e nato dall’altra parte del Mediterraneo. Ma, come ha detto l’avvocato Gianluca Vitale, sono tante le mani che hanno stretto attorno al collo di Moussa Balde il lenzuolo con cui si è impiccato: da quelle dei poliziotti della questura d’Imperia al giudice di pace del CPR di Torino, dai medici e dai sorveglianti che hanno fatto finta di niente ai tre ministri degli interni (Minniti, Salvini e Lamorgese) che hanno ideato, costruito e protetto l’orrore disumano dei CPR. Cioè il simbolo stesso del sistema repressivo che è alla base delle politiche italiane ed europee in materia di immigrazione. Politiche volte chiaramente alla criminalizzazione del cosiddetto migrante “clandestino” e al progressivo svuotamento del diritto di asilo. (Arcoiris.tv)

Vite a piè di pagina

Stefanie Golisch

In un incendio di una scuola sono morti venti bambini piccoli che non sono riusciti a mettersi in salvo quando il fuoco, di origine ignota, in breve tempo ha bruciato un insieme di capanne di paglia: la scuola del villaggio o della città.

Più lontana la tragedia o disgrazia, più vaga l’informazione sulle circostanze precise.

In questo caso, viene dato soltanto il nome del paese, il Niger, un paese dell’Africa centrale di cui non si parla mai e di cui non si sa nulla.

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Per Tommaso Di Ciaula

Cammino da tempo cercando un ricovero.
Ma tutte le chiesette rurali che incontro, antichissime chiesette senza memoria, senza tempo, sono deposito di vecchi e polverosi attrezzi agricoli. Tra forti odori di paglia vecchissima e frutti marci, nugoli di insetti…
Ci sono anche molti palmenti nella zona, ma anch’essi impraticabili.
Avranno senz’altro 3-400 anni e si riunivano i contadini sotto quei muri. Sotto questi antichissimi palmenti, dalle immense volte a botte, e su quei pavimenti di vivida pietra, gruppi di contadini affiatati ed amici, portavano le loro rispettive rigogliose vendemmie.
Ed era grande festa:
con i lembi dei pantaloni fin sulle ginocchia, pestavano ritmicamente i grappoli divini.
Scivolavano gli umori fragranti e pungenti fin giù, nelle magnifiche cisterne di pietra.
Dopo il magico rito, ognuno si portava al paese la sua porzione di mosto, sui traini nelle tinozze e poi fin nelle panciute botti delle cantine.
Era una festa: un via vai di carri, di tinozze colme di mosto, inseguiti da nugoli di moscerini; scanditi dall’abbaiare di volpini saltellanti, nelle pozzanghere dell’autunno sognante e misterioso.

Tommaso di Ciaula, da Acque sante, acque marce, Sellerio, Palermo 1997,  pp. 10 e 11

“Fate presto”

Paolo Saggese

[…] Sandro Pertini riuscì a smuovere una solidarietà nazionale, che sarebbe stata unica nella storia nazionale: allora, grazie alle sue parole, a quel “Fate presto” riproposto a caratteri cubitali dai giornali dell’epoca, l’Italia si sentì unita. Per la prima volta sugli schermi e sui quotidiani apparvero nomi prima sconosciuti: l’Irpinia non era semplicemente “vicino Napoli”, era un luogo preciso, il luogo del cratere, e con essa risuonarono comuni dai nomi esotici quali Lioni, Sant’Angelo dei Lombardi, Conza della Campania, Teora, Torella dei Lombardi, San Mango Sul Calore, e con essi Laviano, Balvano, Muro Lucano. L’Italia scoprì una terra sconosciuta, “Cristo” non si era più fermato ad Eboli, era andato sino al centro dell’Appennino.
E oggi risuonano con eguale forza quelle parole: “Perché un appello voglio rivolgere a voi italiane e italiani, senza retorica, un appello che sorge dal mio cuore, di un uomo che ha assistito a tante tragedie, a degli spettacoli che mai io dimenticherò di dolore e di disperazione in quei paesi. A tutte le italiane e italiani, qui non c’entra la politica, qui c’entra la solidarietà umana, tutte le italiane e italiani devono mobilitarsi per andare in aiuto a questi loro fratelli colpiti da questa nuova sciagura. Perché, credetemi, il modo migliore di ricordare i morti è quello di pensare ai vivi”.

(Leggi l’articolo di Paolo Saggese,
Pertini e la volontaria di Milano,
su Poliscritture)

Se resta ancora tempo

communitas

Tutto ciò che in noi produceva luce e parola, giace ora ai nostri piedi. Una pozza di cenere e silenzio. La conoscenza che abbiamo ricevuto dal mondo, l’alfabeto degli esseri e delle molteplici forme con cui la natura ci colmava di benefici, volta le spalle alle nostre grida. Incapace di voce, di risposte. Lo specchio ha cancellato ogni sua immagine, ogni parvenza di volto a misura della vita, ogni legame, ogni presenza. Non si può pensare di dominare il vento, di governare il corso delle tempeste senza sprofondare negli abissi della propria cecità. Ricominciamo allora, se resta ancora tempo, ricostruiamo l’arca del dialogo in ascolto, mettiamo in cantiere un nuovo progetto che contempli la possibilità del ritorno, la necessità di infinite partenze verso un comune approdo. Ecco: stringiamo con la mano il polso della mano che ci tende il più enigmatico dei doni: una fiamma rinata, innamorata del ceppo ma sempre sul punto di separarsene.

Liberamente ispirato a Récit écourté di René Char.

Quaderni di Traduzioni (LX)

Quaderni di Traduzioni
LX. Ottobre 2020

Yves Bergeret

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Losun Wu Pou, Vol. II (Poèmes 2019-2020)
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Quaderni di Traduzioni (LIX)

Quaderni di Traduzioni
LIX. Ottobre 2020

Yves Bergeret

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Losun Wu Pou, Vol. I (Poèmes 2018-2019)
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Quaderni di Traduzioni (LVIII)

Quaderni di Traduzioni
LVIII. Agosto 2020

Yves Bergeret

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La Maison des Peintres de Koyo
(2006, 2020)

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