Archivi categoria: dei sepolcri

Professionisti

Sono ritornati. Nessuno, tranne i loro famigli, ne sentiva la mancanza ed eccoli raggianti di nuovo tra di noi. Sono ritornati a frotte, a sciami, a moltitudini. Loro. I professionisti delle catastrofi, delle calamità, delle sciagure, delle guerre, dei lutti. I profeti del verso che gronda sentimenti e buonismo un tanto al chilo, delle rime sparse a piene mani dai loro tumuli tweettanti, dai loro sudari ammuffiti di bookinari. Eccoli finalmente scatenati, dopo mesi di dolorosa attesa, di preghiere e sortilegi, di evocazioni diurne e notturne di un cataclisma da cantare, di un torto da raddrizzare, di futuri radiosi da predire. Privati da un destino avverso del pane quotidiano dei naufragi di migranti, ora possono levare in alto i cuori e inneggiare a un’umanità rinnovata e redenta a colpi di virus coronati, versare lacrime di canti a perdita d’occhio annunciando dalle grate umide della loro clausura palingenesi da ipermercato, ecologie da estetisti, fratellanze a costo zero. Il ritratto fedele di vite arrese al nulla di pensiero.

Non siete altro che degli imbecilli?

Raoul Vaneigem

Nel 1898, Zo d’Axa, indignato per la stupidità dominante, scrisse un libello che intitolò: “Siete soltanto degli imbecilli!”. La constatazione, ahimè, non ha perso nulla della sua pertinenza ed è solamente la preoccupazione di non dare adito né al disprezzo né alla generalizzazione che mi esorta a dargli una forma interrogativa. Non conviene esasperare coloro che il rincoglionimento mediatico non è riuscito a scalfire perché hanno conservato il gusto di vivere, e per i quali l’intelligenza sensibile prevale sul calcolo economico. Si può giudicare sconvolgente lo spettacolo di intere popolazioni rassegnate a putrefarsi da vive nella palude finanziaria che prolifera ovunque, sterilizza i suoli, inghiotte le conquiste sociali. Ma la funzione dello spettacolo non è proprio quella di intrattenere, agghindando con divertenti volgarità la disperazione, la paura e la rassegnazione, che sono i migliori sostegni dell’oppressione statale e mafiosa?

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Certo, come no!

… no, sai, è perché noi abbiamo… sì… una linea editoriale… capisci? … cioè, voglio dire… un indirizzo… capisci? opere, come dire?… cioè, mi spiego, come poesia civile, capisci?… sì, poesia onesta… cioè, mi spiego… ecco… che affronta i problemi… civile… democratica, capisci?… cioè, voglio dire… capisci, no?

Alla morte non ci pensavo

Io avevo cinquantasei anni. Vivevo da solo, ero tornato al paese dopo vent’anni di Svizzera. La mattina uscivo in piazza, passeggiavo o stavo seduto sulle panchine. Il pomeriggio non uscivo e la sera nemmeno. Mi mettevo nel letto e aspettavo il sonno senza pensare a niente. Mi sono sentito male una notte che il sonno proprio non voleva venire. Saranno state le due. Non sono riuscito neppure ad alzarmi dal letto. All’improvviso non vedevo più niente. L’ultima cosa che ho sentito è stata la mano allungata per cercare di accendere la luce sul comodino.

Alla morte non ci pensavo mai. Pensavo ogni tanto a quando ero bambino. A mia madre che si era buttata nel pozzo e a mio padre morto di crepacuore due anni dopo. Sono cresciuto con la testa nel cimitero. La sera in cui sono morto avevo appena finito di vedere la televisione. Mi sentivo debole. Mi sono disteso sul divano e ho sentito come una mano gigantesca che mi premeva il cuore. Ho pensato a mia madre e a mio padre, ho pensato che stavo morendo e non avevo comprato il loculo. Sicuramente mi avrebbero messo sotto terra e questo era l’ultimo fallimento della mia vita.

(Franco Arminio, Cartoline dai morti)

Il critico

E che facevano, diranno i saputi e sàpidi lettori, i critici letterari in quel tempo in cui regnava la nonletteratura? Oh, facevano molte e belle cose, e nell’insieme non se la passavano male, anche se non senza discontinuità. Erano acuti, e si rallegravano reciprocamente della loro acutezza; erano finissimi analisti degli affetti, e pertanto avevano una epidermide delicata assai, specie sui polpastrelli del pollice e dell’indice, che soffregavano, occhi socchiusi, a indicare sensazioni fini troppo, e d’assai, per essere dette; altri, sguardo gelido, voce monotona, spiegavano facoltà analitiche e sintetiche da far meraviglia; facevano per l’aria segni a indicare cose che non sapevano, ma che parevano autorevoli e illuminanti. Inventavano parole, e ciò non sarebbe stato male, giacchè a quel tempo c’era scarsezza di parole, e la gente se la cavava con ruvidi brontolii; ma le parole che essi inventavano erano tutte in funzione della nonletteratura, e pertanto non erano di uso comune per cacciatori e pescatori, né per le loro mogli. Continua a leggere Il critico

Il recensore

Il recensore è sempre stato, è, e sarà sempre un demente. Ma la sua demenza è esagitata, losca, precipitosa, acre, sibillina, astuta, allusiva, mentirosa, inane, futile, dispersa, stulta, erudita, misteriosa, sottovoce, lamentosa, insinuante, accusatoria, ironica. Il recensore non è autorizzato ad avere idee, concetti, calma e distensione e gatti, giacché in tal caso si rifiuterebbe di fare il recensore. Egli ha solo bisogno, assoluto, drogato bisogno, di avere per le mani un libro; non è neppur necessario che lo legga tutto; che lo legga per la maggior parte; che lo legga per la minor parte; che ne legga altro che il titolo e la bandella; può bastargli fiutarlo, sedercisi sopra – egli è di culo finissimo – toccare a occhi chiusi la costa, leccare la colla. Il buon recensore perlegge, il medio leggiucchia, il malo maliziosamente compita parola e parola, o tralegge così da districar le dispari dalle pari; le sue parole saranno ambigue, unte, affettuose, velenose, affettuose, venefiche, affettuose, assatanate. Continua a leggere Il recensore