Archivi categoria: dissenso

La morte di Tersite

Nevio Gàmbula

“Dopo anni di solo teatro, torno alla poesia, a quello che è il mio cruccio permanente, la mia protesta in versi. E ci torno passando da quella che è stata la mia partecipazione al progetto àkusma, nato tra il 1999 e il 2000 e che è sfociato in incontri, discussioni, un convegno e una pubblicazione. Come scriveva Giuliano Mesa nella presentazione, l’obiettivo di Àkusma «coincide col suo stesso esistere come occasione di confronto, di dialogo fra alcuni autori che hanno accolto l’invito a reinterrogare insieme le ragioni e modi del loro scrivere e del loro agire. E’ la proiezione – in contatti, incontri, letture, e pagine stampate – del desiderio e della volonta’ di ricominciare dalle opere, dalle poesie, la cui conoscenza diretta e’ stata troppo spesso sacrificata al culto delle poetiche aggreganti, dei precetti teorici, al pregiudicante (e pre-testuale) incasellamento di un autore all’interno di una tendenza o contro di essa, nonche’ alla sua collocazione nel risibile e ultracompetitivo “mercato dei versi”». Continua a leggere La morte di Tersite

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La crisi o la speranza

Il programma completo delle manifestazioni del decennale.

Dieci anni fa centinaia di migliaia di persone, giovani e adulti, donne ed uomini, di tutto il mondo si diedero appuntamento a Genova per denunciare i pericoli della globalizzazione neoliberista e per contestare i potenti del G8, intenti a convincere il mondo che trasformare tutto in merce avrebbe prodotto benessere per tutti.
Le persone che manifestavano a Genova erano parte di un grande movimento “per un mondo diverso possibile” diffuso in tutto il pianeta. Era nato a Seattle nel 1999 con una grande alleanza fra sindacati e movimenti sociali, e ancor prima nelle selve del Chiapas messicano. Nel gennaio 2001 si era incontrato nel grande Forum Sociale Mondiale a Porto Alegre in Brasile che aveva riunito la società civile, i movimenti, le organizzazioni democratiche di tutto il mondo.

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Il gendarme del mondo (II)

Fabio Amato

(da Liberazione
del 19 marzo 2011)

Il Consiglio di sicurezza dell’Onu si è pronunciato a favore dell’istituzione della No fly zone sulla Libia e dell’autorizzazione all’uso di non meglio precisati mezzi necessari a prevenire violenze contro i civili. In altri termini, ha autorizzato la guerra.
Il pallido e fino ad oggi insignificante Ban Ki Moon, diventato presidente dell’Onu solo in virtù dei suoi buoni uffici con gli Usa e del suo basso profilo, si è esaltato fino a definire la risoluzione 1973 storica, in quanto sancisce il principio della protezione internazionale della popolazione civile.
Un principio che vale a corrente alternata. Non ci sembra di ricordare sia evocato quando i cacciabombardieri della Nato fanno stragi di civili in Afghanistan. Altrettanta solerzia non è risultata effettiva quando gli F16 dell’aviazione israeliana radevano al suolo il Libano o Gaza, uccidendo migliaia di civili innocenti.

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Il gendarme del mondo

Gennaro Carotenuto

Chi avrebbe la legittimità di bombardare Tripoli? Nicolas Sarkozy, che appena poche settimane fa offriva truppe francesi al dittatore tunisino Ben Alì per soffocare (nel sangue) la protesta? Silvio “baciamo le mani” Berlusconi, che fino a ieri proclamava il massacratore di migranti Muammar Gheddafi “campione della libertà”? Non è l’unica domanda da porsi sui fatti libici ma non è una domanda pleonastica. L’Occidente continua ad autolegittimarsi come gendarme del mondo senza averne la dignità, né per il passato né per il presente. Quelle astensioni pesanti, Brasile, India, la stessa Germania, che è di gran lunga il paese occidentale più avanti nel pensare se stesso in un mondo multipolare, oltre a quelle di Cina e Russia, testimoniano il disagio persistente verso paesi che pretendono di essere arbitri in partite dove sono innanzitutto giocatori.

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Il giudizio di dio (in sette paragrafi)

“Come Pastori che amano la comunità cristiana, e come cittadini di questo caro Paese, diciamo a tutti e a ciascuno di non cedere al pessimismo, ma di guardare avanti con fiducia.” Con queste profetiche e infiammate parole, monito perenne, lavacro delle miserie del presente e sprone per le future generazioni, il 27 gennaio 2011 il cardinale Bagnasco, presidente della CEI, ovverosia il consiglio di amministrazione della “Vaticano SpA”, ha demolito in un colpo solo il mausoleo granitico del regime berlusconiano, disperdendo ai quattro venti il coacervo innominabile di interessi, di collusioni e di perversioni su cui si reggeva, insieme alla corte di servi, nani, ballerine, puttane e puttani che ne diffondevano e amplificavano il verbo nel paese, tra moltitudini ormai avvilite e incapaci del ben che minimo moto di ripulsa o di ribellione. Laddove le forze e la volontà degli uomini non bastano a liberarsi da un giogo troppo gravoso, solo una superiore istanza etica, di preclara e riconosciuta autorità può ristabilire il corso della giustizia, il retto cammino delle cose e del mondo. Continua a leggere Il giudizio di dio (in sette paragrafi)

Nuovi parametri etici

Livio Borriello

Pubblico con piacere questo intervento “fuori dal coro” di Livio Borriello. Condivisibile o meno che sia, soprattutto in taluni passaggi “urticanti”, rappresenta comunque una ventata d’aria in un panorama mortalmente asfittico, appestato da quintalate di moralismi riversati da giorni a piene mani, in particolare da quanti (in primis esponenti politici e intellettuali se-dicenti di sinistra), negli ultimi due decenni, nei fatti, non hanno mosso un dito per cercare di arginare l’instaurarsi del più sordido e devastante regime della storia italiana (ed europea) degli ultimi cinquanta-sessanta anni, incapaci di proporre un’idea, un’ipotesi minimamente percorribile di alternativa: tutti compresi, com’erano e sono, nel ruolo “istituzionale” di chi si parla addosso, di chi non fa altro che celebrare il proprio immobilismo come la più lungimirante delle strategie politiche, o il proprio “collaborazionismo mediatico”, “in partibus infidelium”, come un “disegno rivoluzionario” di presunto accerchiamento del nemico. E tutti in attesa, oggi come ieri, delle ipocrite sacre “lamentationes” del “consiglio di amministrazione” della Vaticano SpA, uno dei cardini del mostruoso leviatano che ha inghiottito il paese – in uno, tra gli altri, col nazismo a conduzione familiar-municipale della moltitudine verde-incamiciata-e-incravattata. (fm)

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Metastasi umane con diritto di voto

Gennaro Carotenuto

E’ devastante lo spettacolo di Roma che brucia mentre la classe politica del paese è sorda e grigia come le sue aule parlamentari. Il governo che si salva con l’aiutino del CEPU/E-campus, l’esamificio online che Silvio Berlusconi ha appena ricoperto di soldi sottratti all’università pubblica, è un dettaglio che appare ancor più esemplificativo dello stato del paese di quanto non sia l’indecorosa vendita dei Moffa e degli Scilipoti o la sconfitta esiziale del “grande statista” Gianfranco Fini, nulla più di un apprendista stregone. Quello del governo che si salva sull’interesse privato di chi aiuta a passare esami studiando meno possibile è il simbolo di un paese frammentato in parti sempre più inconciliabili.

La prima Italia è dunque quella irredimibile dei furbi, dei corrotti e dei mafiosi, che siedono senza vergogna in Parlamento, da Cuffaro a Dell’Utri. E’ l’Italia di Silvio Berlusconi, Massimo Calearo (il capolista veltroniano del PD in Veneto) e di Miss Cepu Catia Polidori. E’ l’Italia di quei criminali che, evadendo il fisco, hanno sottratto nel solo 2009 alla collettività nazionale 159 miliardi di Euro (+10%, grazie Tremonti!) e che invece di essere trattati come delinquenti e insultati in strada vengono considerati dritti e rispettati. Centocinquantanove miliardi… che bel paese sarebbe l’Italia se non fosse abitata da così tante metastasi umane con diritto di voto.

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Impubblicabile (IV)

Antonio Scavone

Cultura è leggere un libro, vedere un film, guardare un’opera d’arte, compilare la ricevuta di una raccomandata, scrivere una domanda di partecipazione a un concorso, inoltrare un’istanza di condono, concepire una lettera di protesta, parlare di se stessi, argomentare una tesi, contrapporre una critica, seguire un avvenimento sportivo.
     Cultura non è solo elaborazione del dire e dello scrivere ma soprattutto trasmissione del sapere (lo diceva Beniamino Placido negli anni ’80) e la trasmissione del sapere è correlata – spesso condizionata – ai mezzi di comunicazione di massa (“Il mezzo è il messaggio”, secondo McLuhan) e ai metodi – non tutti innovativi e originali – che i media hanno inventato o raffazzonato. Ma per essere comunicata, e quindi trasmessa, la cultura ha bisogno di strumenti e attrezzature, ideologie e finalità, istituzioni e individui preposti al compito. Continua a leggere Impubblicabile (IV)

Passione e morte di un innocente

Luigi La Gloria

(Tratto da:
Riflessi on line
Ediz. numero 11
del 20 luglio 2010)

Alle 7:20 del 4 Agosto del 2009, dopo 82 lunghe ore legato ad un letto di contenzione del reparto di psichiatria dell’ospedale civile di Vallo della Lucania (Salerno), moriva il maestro più alto del mondo: Francesco Mastrogiovanni. Per molti di voi questo nome risulterà sconosciuto sebbene la terza rete della televisione pubblica, nel corso del programma “Mi manda Rai 3” del 30 Aprile del 2010, abbia divulgato una sintesi video della sua passione e della sua incredibile morte. Quelle immagini brutali ci hanno lasciato attoniti; durante quegli interminabili minuti le nostre incredule coscienze sono arrivate a pensare che ciò a cui stavano assistendo fosse il frutto della sapiente macchinazione organizzata da qualche regista del genere horror. Disgraziatamente però si trattava di un’agghiacciante realtà. Continua a leggere Passione e morte di un innocente

Il maestro più alto del mondo

FRANCESCO MASTROGIOVANNI, ANARCHICO
COMITATO VERITA’ E GIUSTIZIA

Mura che occultate
L’infamia contro l’umanità
Mura omertose
Mura impregnate di violenza e di terrore
Di grida e di dolore
Che siate di pietra viva o di cemento
Non ascoltate nessun lamento
Sordi ad ogni implorazione
Ad ogni preghiera
Ostinate nel vostro silenzio
Guardate indifferenti
Oltre la sofferenza

Sabatino Catapano

DOSSIER MASTROGIOVANNI

L0 SPERGIURO DI IPPOCRATE

 

Impubblicabile (III) – I compagni Karamazov

Antonio Scavone

Sezione Curiel

L’avranno affittata come sala-giochi ma una ventina d’anni fa, al Vico San Nicola a Nilo, tra i portici di Via Tribunali, era sede di una sezione cittadina di un partito politico. Portava il nome di Eugenio Curiel, quella sezione: il nome di un perseguitato, di una vittima di un sistema totalitario. Come molte altre sedi sezionali, anche la “Curiel” era spoglia come una casa in disarmo, anonima e con le luci al neon: due grandi tavole, una cinquantina di sedie di legno, un’altra trentina di sedie di plastica pieghevoli, alle pareti qualche manifesto elettorale dalle falde pendule, qualche foto-ricordo di visitatori illustri, bandiere con le grinze, striscioni di cortei, posacenere e cestini porta-rifiuti. Continua a leggere Impubblicabile (III) – I compagni Karamazov

Impubblicabile (II)

Antonio Scavone

     È stato sempre travagliato il destino degli intellettuali di sinistra, non solo per la funzione cui erano chiamati per la competenza sapienziaria, ma anche e forse di più per il ruolo che gli era stato via via configurato, censurato, dimezzato e infine dismesso.
     Dall’intellettuale organico – che ebbe secondo alcuni una valenza più teorica che pratica – si passò all’intellettuale impegnato (éngagé, secondo la dizione sartriana) per concludersi, attraverso la dimensione iper-reale dell’intellettuale effimero, con la figura incerta e confusa dell’anti-intellettuale o del “cane sciolto” (che è, per la verità, un’accezione della destra). Ha modificato, questo Carneade, la sua identità e il suo status: nessuno più si definisce “intellettuale” (diventata quasi una bestemmia, da evitare) e nessuno più si dichiara “di sinistra”, sebbene poi tutti confermino di votare “a sinistra”. Continua a leggere Impubblicabile (II)

Impubblicabile (I)

Antonio Scavone

     Non possiamo dire che i ricchi la fanno sempre franca perché ci accuserebbero di essere dei vetero-comunisti; non possiamo dire che il premier è un qualunquista populista e demagogico perché ci accuserebbero di essere comunisti; non possiamo dire di non apprezzare Santoro o Saviano perché ci accuserebbero di non essere comunisti, o di non esserlo sul serio o abbastanza, oppure di essere in realtà geneticamente di destra e fittiziamente di sinistra.
     È un ginepraio, non se ne esce con tranquillità ma con le ossa rotte, con una dignità vilipesa, con una personalità depotenziata, da occultare, ristrutturare o addirittura rimuovere. E dire che coltiviamo la libertà, siamo pronti a difenderla sulla nostra pelle e per la pelle altrui: siamo pronti, cioè, ad assumerci la responsabilità di un giudizio che sembra ingeneroso e tagliente ma che, in fondo, è solo un esercizio di coscienza, una pratica politica. Continua a leggere Impubblicabile (I)

Non mi uccise la morte

Luca Moretti
Toni Bruno
Cristiano Armati

Nel “paese dell’amore“, la tortura e l’omicidio di stato stanno diventando la norma – una regola non scritta ma ampiamente e ferocemente praticata nel silenzio dei molti e nella quasi totale impunità del “braccio armato” e degli esecutori materiali di turno. Gli allarmi di Amnesty International e di altre organizzazioni umanitarie sulla salute e il rispetto dei diritti individuali in Italia, trovano ogni giorno di più tragica conferma. Il libro di Luca Moretti e Toni Bruno (Non mi uccise la morte, Castelvecchi Editore, 2010, ora liberamente scaricabile dalla rete), partendo dalla ricostruzione delle vicende relative all’assassinio di Stefano Cucchi, getta luce su un intero panorama sempre più pervasivamente caratterizzato dalla prassi del sopruso istituzionale a danno dei soggetti individuati come deboli, come portatori di disagio e di presunte devianze. Ricordate? Per il prode e solerte Ministro della Giustizia, il dott. Angelino Alfano, Stefano Cucchi è morto per una “caduta accidentale dalle scale”; mentre per l’integerrimo, cattolicissimo Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, dott. Carlo Giovanardi, “è morto perché anoressico, drogato e sieropositivo”. Non un barlume di umana pietà in queste parole, né, successivamente, a verità acclarata, un ben che minimo accenno di scuse ai familiari e all’opinione pubblica: un silenzio assordante che la dice lunga sul sentire morale dei dirigenti del partito dell’amore. Continua a leggere Non mi uccise la morte

Subito è già troppo tardi

Dopo Auschwitz, dopo i Gulag, nessuno può essere assolto
per avere girato la faccia al fine di non vedere e non sapere.

(Moni Ovadia)

Torino
10 luglio 2010

Manifestazione e corteo
per la chiusura immediata dei C.I.E.

Tutto è cominciato con la paura dello straniero, dell’immigrato che invade le nostre strade portando delinquenza, degrado e insicurezza. Un sentimento diffuso ad arte dalla stampa e dalle televisioni, che vede uniti i politici di destra e di sinistra in una guerra ai poveri che ha il solo scopo di coprire le falle di un sistema in crisi reintroducendo nuove forme di schiavismo ed emarginazione. Al culmine di questa deriva razzista delle moderne democrazie, le politiche della fortezza Europea prevedono le chiusure delle frontire, l’espulsione sistematica degli immigrati irregolari e l’istituzione di centri che in molti non esitano più a chiamare Lager.

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Taci, il governo ti ascolta (V)

SCIOPERO!

Siamo tutti d’accordo, va da sé, è importante mandare segnali, creare momenti condivisi e alimentare sacche di resistenza. E, del resto, chi non lo sarebbe quando ci si ritrova (così, improvvisamente?) “sotto assedio“? La gravità del problema, però, non può far passare sotto silenzio, tanto meno rimuovere, tutta una serie di considerazioni che andrebbero fatte, insieme a un bel po’ di domande che bussano sempre più insistentemente, e non da oggi, investendo il ruolo e la funzione della stampa e della comunicazione in questo paese.

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Per il solo fatto che mi sono ribellata al silenzio

Patrizia Moretti Aldrovandi

Alla vigilia della manifestazione per la libertà di stampa

oggi, mentre stavo riposando a casa, è suonato il campanello. sono andata ad aprire stanca per il caldo e per una giornata di lavoro appena terminata.
la stanchezza per me è pericolosa perchè la stanchezza uccide l’adrenalina e l’adrenalina è quella che ti fa vivere giorno per giorno cercando di dimenticare il fatto che Federico non c’è più.
la stanchezza è la mia vera nemica. e purtroppo sono molto stanca.
ho aperto la porta e c’erano due ufficiali di polizia che si sono subito qualificati e mi hanno “identificata”.
tanto ormai tutti sanno chi sono.
ma quando mi identificano capisco che sono sottoposta a procedimento penale, ormai sono esperta in materia per tutte le querele che mi hanno fatto per il solo fatto che mi sono ribellata al silenzio, alla mistificazione, agli insulti e alle intimidazioni.

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SOLIDARIETA’ A PATRIZIA MORETTI
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