Archivi categoria: filosofia

La Biblioteca di RebStein (LXXXIII)

La Biblioteca di RebStein
LXXXIII. Settembre 2021

AA. VV.
(a cura di Giuseppe Zuccarino)

______________________________
Un seminario su Michel Foucault
______________________________

Foucault e il piacere della morte

Giuseppe Zuccarino

Foucault e il piacere della morte

1. Nella tradizione filosofica non mancano gli autori che, in maniera occasionale o sistematica, hanno avanzato argomenti in difesa del suicidio. Per citare solo qualche nome, basti pensare a Seneca, Montaigne, Montesquieu, Hume, Schopenhauer e Nietzsche. In ambito novecentesco, un posto a parte spetta a Michel Foucault, il quale, pur non dedicando un’intera opera all’argomento, è tornato ad accennare a esso più volte, nel corso dei decenni. Che per lui non si trattasse soltanto di un tema su cui riflettere, ma anche di qualcosa che implicava un coinvolgimento di natura personale, è dimostrato dalla sua stessa esperienza. È noto infatti che, quand’era poco più che ventenne, aveva tentato per due volte di suicidarsi, nel 1948 e nel 19501.

Continua a leggere Foucault e il piacere della morte

Klossowski, o dell’ostinata singolarità

Giuseppe Zuccarino

Se nel Novecento francese c’è un autore che mostra con estrema chiarezza come l’intensità del sentire debba necessariamente tradursi in opere inconsuete (tanto per il pensiero in esse espresso, quanto per le tecniche espressive adottate) e in uno stile di vita particolare, si tratta senz’altro di Pierre Klossowski. Nato a Parigi nel 1905 in una famiglia di artisti, ha la fortuna di essere guidato, nei suoi primi passi, da uno scrittore importante, André Gide. Verso il 1930, si interessa alla psicoanalisi e alle opere di Sade. Pochi anni dopo conosce Georges Bataille, col quale partecipa ad esperienze collettive come il gruppo di militanza antifascista «Contre-Attaque», la rivista «Acéphale» (e l’omonima società segreta), il Collège de Sociologie. Nella prima metà degli anni Quaranta, attraversa un periodo di febbrile ricerca religiosa, che lo porta a compiere studi di teologia e ad entrare come novizio in monasteri benedettini e domenicani, poi a convertirsi, ma solo per un breve periodo, al protestantesimo.

Continua a leggere Klossowski, o dell’ostinata singolarità

Le lacrime del faraone

Giuseppe Zuccarino

Tutto comincia con una strana vicenda narrata da Erodoto, e relativa al faraone egiziano Psammetico. Si tratta in realtà di Psammetico III, incoronato nel 526 a. C. e rimasto in carica solo pochi mesi, perché sconfitto dai persiani di Cambise II. Ciò è avvenuto dapprima nella battaglia di Pelusio, poi definitivamente con la resa della città di Menfi. Secondo il racconto erodoteo, lo sfortunato faraone si era trovato a dover fronteggiare l’esercito persiano in una guerra iniziata già quando a capo dell’Egitto c’era suo padre Amasi. In ogni caso, dopo il lungo assedio di Menfi, Psammetico cade nelle mani dei nemici assieme alla sua famiglia.

Continua a leggere Le lacrime del faraone

Foucault e Manet

Giuseppe Zuccarino

[…] Già in un saggio su Flaubert datato 1964, Foucault ha introdotto un parallelismo fra il narratore e il pittore ottocenteschi: «Flaubert è, rispetto alla biblioteca, ciò che Manet è rispetto al museo. Essi scrivono e dipingono in un rapporto fondamentale con quel che è stato dipinto e scritto – o piuttosto con ciò che della pittura e della scrittura rimane indefinitamente aperto. La loro arte si edifica là dove si forma l’archivio. Non in quanto segnalino il carattere tristemente storico – gioventù diminuita, assenza di freschezza, inverno delle invenzioni – con cui ci piace stigmatizzare la nostra epoca alessandrina; ma essi fanno emergere un fatto essenziale per la nostra cultura: ogni quadro appartiene ormai alla grande superficie quadrettata della pittura; ogni opera letteraria appartiene al mormorio indefinito di ciò che è scritto. Flaubert e Manet hanno fatto esistere, nell’arte stessa, i libri e le tele». In effetti, lo scrittore – specie in opere come La tentation de saint Antoine o Bouvard et Pécuchet – aveva costruito dei volumi che erano il frutto di innumerevoli letture, così come Manet presupponeva nello spettatore delle proprie tele la capacità di riconoscere analogie e differenze rispetto ai capolavori pittorici dei secoli precedenti, a cui non di rado si ispirava. [Continua a leggere qui]

La Biblioteca di RebStein (LXXX)

La Biblioteca di RebStein
LXXX. Settembre 2020

etretatlibraryyq7

AA. VV.
(a cura di Marco Ercolani)

______________________________
Omaggio a Rubina Giorgi
______________________________

Un pensiero sorgivo

etretatlibraryyq7Marco Ercolani

Un pensiero sorgivo*

……«Ora è forse morta? No o sì, cosa importa, se da sempre si è già nella magia di morte, nel difetto di vita bramoso di una più che vita – che non consegue alcuna più che vita come risarcimento o ricompensa ma come una regale incomprensibile latenza… Come un frutto – uno di quelli che non si danno a conoscere per tali». Questa frase, contenuta in Una vita imperfetta, ci orienta verso la poetica filosofica di Rubina Giorgi. I libri di Rubina sono contenuti dentro questa «regale incomprensibile latenza», dove a contare non è più la realta definibile della vita o della morte, ma i ritmi di una parola sprofondata in modo sonnambolico nell’ascolto del pensiero. Continua a leggere Un pensiero sorgivo

L’arte, frammento

Jean-Luc Nancy

Il saggio L’art, fragment è apparso dapprima, in traduzione italiana e inglese, nel catalogo della mostra Frammenti Interfacce Intervalli. Paradigmi della frammentazione nell’arte svizzera, a cura di Viana Conti, Genova, Costa & Nolan, 1992, poi in francese, e con varie modifiche, nel volume di Jean-Luc Nancy Le Sens du monde, Paris, Galilée, 1993 (tr. it. Il senso del mondo, Milano, Lanfranchi, 1997). La versione italiana del 1992, che qui si ripropone, era stata condotta a partire dal dattiloscritto, con correzioni autografe, del filosofo. [N. d. T.]

Continua a leggere L’arte, frammento

La cripta e la fiamma

Marco Ercolani

La cripta e la fiamma

……1
……Proust afferma in Contre Sainte-Beuve: «I bei libri sono scritti come in una lingua straniera»1. Questa frase riassume bene l’idea di un viaggio interiore che si emancipa dalla ragione dominante. Il comune senso delle cose esige che esista una lingua originale e una lingua tradotta, ma la sensazione proustiana di una “lingua straniera”, aliena, conquista noi lettori, come se non appartenessimo mai totalmente a noi stessi ma sempre abitassimo al di qua o al di là dei nostri limiti, dentro una lama di luce obliqua che fa apparire il testo letto come uno strano meteorite, precipitato casualmente nella pagina, e che solo l’intuizione ci permette di gustare. L’intuizione, nel momento in cui è nostra, è anche lo strumento che ci guida fuori di noi. Continua a leggere La cripta e la fiamma

Filosofia del nome in Agamben

Luigi Sasso

Filosofia del nome in Agamben

……L’indagine sul linguaggio, sugli elementi che lo compongono, accompagna la storia del pensiero occidentale. Agamben ci ricorda, in Che cos’è la filosofia?, che il mondo antico non poteva riferirsi alla realtà delle cose in un modo che si pretendesse indipendente da come il mondo stesso «si rivelava nella lingua»1. E non a caso molti passaggi dell’opera di Platone, per ricondurci all’esempio più autorevole ‒ dal Cratilo al Sofista, dalla Settima lettera a un brano delle Leggi ‒ si soffermano sull’origine del linguaggio e in particolare dei nomi, sulla loro qualità (da alcuni ritenuta naturale, da altri convenzionale), sul rapporto tra nome e definizione, sulle possibilità che il linguaggio è in grado di offrire alla conoscenza. Continua a leggere Filosofia del nome in Agamben

Warburg e Agamben

Viana Conti

Il canto di Mnemosyne
per una Ninfa danzante.
Warburg e Agamben

……Ninfa. È il piede nudo, sollevato nel lieve incedere della fanciulla di un bassorilievo marmoreo trovato a Roma, quello che eccita il delirio erotico di Norbert Hanold, il giovane archeologo che ne chiede un calco al museo. Non cessando di contemplarlo, mentre la giovane avanza da tempi remoti, trattenendo, con grazia, le pieghe dell’ampio peplo bianco, Norbert le attribuisce il nome di Gradiva, «colei che risplende nel camminare». La figura di quell’archeologo nymphóleptos, posseduto dalla Ninfa, colto in un delirio feticistico, è protagonista del racconto di Wilhelm Jensen del 1903 intitolato Gradiva. Continua a leggere Warburg e Agamben

Quaderni delle Officine (XCIX)

Quaderni delle Officine
XCIX. Settembre 2020

quaderno part_ b_n

AA. VV.
(A cura di Giuseppe Zuccarino)

__________________________
Spazi di pensiero.
Un seminario su Giorgio Agamben

______________________________

Agamben e la Musa della filosofia

Tra il mese di settembre 2019 e il mese di febbraio 2020 si è tenuto a Genova, presso il Centro Former, un seminario sull’opera di Giorgio Agamben. Ai vari incontri hanno partecipato: Viana Conti, Dario De Bello, Gianfranco Di Pasquale, Marco Ercolani, Giuliano Galletta, Tommaso Gazzolo, Rossella Landrini, Luigi Sasso, Enrico Sciaccaluga, Giuseppe Zuccarino.
I materiali realizzati in quell’ambito saranno pubblicati in “Quaderni delle Officine”, Vol. XCIX, Settembre 2020.
Come anticipazione presentiamo il saggio “Agamben e la Musa della Filosofia” di Giuseppe Zuccarino.

Continua a leggere Agamben e la Musa della filosofia

Il corpo del pensiero. Derrida e Adami

Giuseppe Zuccarino

È stato lo stesso Derrida a spiegare le circostanze che lo hanno condotto a incontrare Valerio Adami e ad avviare con lui un buon rapporto: «Un giorno, il mio amico Jacques Dupin, che lavorava per Maeght, mi propose di collaborare con un pittore a un’opera in comune, una serigrafia che mescolasse il tratto, la pittura e la scrittura. […] Qualche mese più tardi, Jacques ha avuto l’idea di associarmi a Valerio Adami. […] Nel 1975, Dupin mi ha portato dei cataloghi e io sono rimasto subito colpito dalla forza, dall’energia del tratto, ma anche da un richiamo nel disegno – e anche nella pittura – ad altri tipi di scritture: letteraria, politica, “storica”. Assai presto ho notato l’esistenza, nella sua opera, di un certo rapporto sincopato con l’evento letterario o politico, con gli scritti di Joyce o Benjamin, con le rivoluzioni europee di questo secolo, la rivoluzione russa, quella di Berlino, ecc. Il tutto colto in modo ellittico, sincopato, in un tratto dalla forma molto singolare».

(Continua a leggere qui)

Indagini su un poliedro

Giuseppe Zuccarino

Indagini su un poliedro

È una strana scelta, da parte del filosofo e critico d’arte Georges Didi-Huberman, quella di dedicare un intero volume all’analisi di una specifica opera di Giacometti, a sua volta piuttosto insolita, Le Cube[1]. Si tratta di una scultura a prima vista astratta: non un cubo, a dispetto del titolo, bensì un poliedro a dodici facce (tredici, se si conta anche quella che poggia sul basamento). L’artista svizzero l’ha dapprima realizzata in gesso, nel 1934, e solo assai più tardi l’ha fatta fondere in bronzo. Le facce sono diseguali per forma e dimensioni, e presentano qualche irregolarità sulla superficie. È in causa dunque un prodotto sfuggente, «troppo poco rigoroso per essere “costruttivista”, troppo poco analitico per essere “cubista”, e troppo geometrico per raccontare una qualsiasi storia»[2]. Giocando sulla particolare struttura di quest’opera giacomettiana, Didi-Huberman suddivide il proprio libro in dodici capitoli (preceduti e seguiti da un prologo e un epilogo, entrambi intitolati Face enterrée); ogni capitolo, pertanto, corrisponde idealmente a una delle facce del Cube.

Continua a leggere Indagini su un poliedro

Ritmi dello svanire

Antonio Devicienti

La coppia dei paraventi che costituiscono l’opera Shōrin-zu byōbu di Hasegawa Tōhaku non è una rappresentazione o, peggio, una raffigurazione di un bosco di pini avvolto dalla nebbia e dalla pioggia, ma una scrittura ritmata di pieni e di vuoti, di visibile e di non visibile, di presenze e di assenze consegnata a un uso apparentemente prosaico (decorare un paravento): il bosco di pini ritma, invece, gli spazi della casa e chiama l’occhio (presenza della mente aperta sul mondo) a soffermarsi sull’apparire e sullo scomparire, sull’illusorio e sul transeunte. Chiama la mente a pensarsi illusoria e transeunte. […]

(Continua a leggere su Antinomie)