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Oracoli (3)

Nomi

Il nome Osip ti viene incontro. L’eco dei passi lacera la tenebra stagnante dei tuoi sensi. Ti apre un varco tra i silenzi e le piaghe di un’esistenza che puoi solo immaginare. Viene a mostrarti i frutti di una terra che germoglia sotto il fuoco. Ti accolga l’abbraccio della lampada muta che accende ogni notte sulla soglia. Ti accolga il vento che dalla soglia soffia parole d’acqua alla polvere. Che rifiorisce le voci mai placate dei morti che gridano giustizia dal ciglio ferito dei suoi occhi. Questa è la casa, dimora dei viandanti, qui c’è la tavola che invecchia e che rinasce ad ogni incontro. La mensa di spighe mature imbandita per il transito degli anni. Guarda. Non si consuma l’olio del lume che ti aspetta, se arde nella coppa delle mani la luce fraterna degli sguardi.

Scacchiera

Yves Bergeret

Io porto
il vento dell’alba
a dispetto di tutto

Io porto
verso il cielo dello straniero
la polvere del sogno

Io riporto
dall’orizzonte che trema
il profumo dell’assenza

Io riporto
l’orizzonte e la sabbia che si distendono
al libro sul quale
hai posato la testa per dormire

Tratto da:
Damier
Espace du désert et de la montagne au Mali

Éditions Langue et Espace, Paris, 2000
(Cfr. qui)
Traduzione di Francesco Marotta

Senza solennità

René Char

 

Bout des solennités

Affermi par la bonté d’un fruit hivernal, je rentrai
le feu dans ma maison. La civilisation des orages gouttait
à la génoise du toit. Je porrai à loisir haïr la tradition,
rêver au givre des passants sur des sentiers peu vétilleux.
Mais confier à qui mes enfants jamais nés? La solitude
était privée de ses épices, la flamme blanche s’enlisait,
n’offrant de sa chaleur que le geste expirant.
Sans solennité je franchis ce mond muré. J’aimerai
sans manteau ce qui tremblait sous moi.

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Oracoli (2)

Alfabeti

Ci sono segni, simboli, figure, interi alfabeti senza origine e senza sintassi, nello spazio dove l’ombra si raccoglie per farsi evento e sguardo: lo spazio dove la vita si immerge nella pienezza della sua libertà senza ragione, inavvertita, per vedersi rinascere a ogni alba nelle forme mobili, cangianti, che liberano nel giorno lampi ed echi del suo universo innominato, senza riposo. La scrittura del vivente segue i passi interminati di quella perpetua erranza: da una forma indefinibile al suo mistero rivelato, da ciò che apparentemente permane al vento che ne cancella il profilo, da quanto si richiude in bozzoli di pietra al lampo che spinge più lontano l’orizzonte. L’equilibrio è l’impronta che manca, l’immagine che nel cammino si lascia presentire come assenza. Perché è nelle cose, nella loro semplice, inafferrabile esistenza, che dimora la radice del canto: tutte, una ad una, lettere di un sillabario d’aria, d’acqua, di terra e di fiamma, sorgenti alle cui labbra la pupilla si offre come sete, si abbevera – per restituire alla lingua la misura inaccessibile della metamorfosi e del passaggio.

Oracoli (1)

Tracce

Lasciare tracce di parole è allevare ricordi che cresceranno senza i nostri occhi. Strappare alla notte il canto di stelle inesistenti, e dietro il coro d’ombre andare incontro all’altro in attesa nelle radure del respiro, nell’assenza che prende corpo e voce a ogni passo. Seguire il destino della fiamma che si offre in schegge di chiarore all’abbraccio del buio che la assorbe. Cadere come cade un lume in trasparenze d’acqua, nell’acqua spegnersi, e dentro l’acqua scrivere il senso della nascita, le cifre del naufragio, i volti silenziosi dell’esilio. Fare di ogni sguardo strappato all’abbandono, agli specchi incrinati della resa, un’isola levigata da fioriture d’onda. Di ogni mano che si tende, la dimora materna dove la neve viene ad abitare, a riconoscersi nei rivoli di vita in cui si scioglie.

Margine

Margine

Sul margine interno
della pagina, nel bianco
sabbioso che costeggia
la selva di ciò è scritto
qualcuno attende
rannicchiato
con sguardo da sordo
con ansia da miope
che la parola dica
in futuro arcaico
in un suono, con la sua voce
qualcosa
che somigli al canto
naturale degli uccelli
o almeno al rumore di uno spillo
che cade di punta sulla cresta
del mondo.

(Versione libera di Margen, 1947,
di Augusto Roa Bastos.
Immagine: opera grafica di Davide Racca.)