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La rosa di nessuno

SALMO

Nessuno ci impasta di nuovo da terra e fango,
nessuno evoca la nostra polvere.
Nessuno.

Sia lode a te, Nessuno.
E’ per amore tuo che noi vogliamo
fiorire.
Incontro
a te.

Un Nulla
eravamo, siamo,
resteremo, fiorendo:
la rosa di Nulla,
di Nessuno.

Con
lo stilo chiaro d’anima,
il filamento da cielo deserto,
rossa la corolla
per la parola purpurea, quella che cantammo
sopra la spina,
oltre.

(da qui)

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Samori Touré (2)

Romain Poncet

[Continua da qui]

Quanti anni ha vissuto Samori? Cosa dicono le foto del guerriero. Senza dubbio, sul grigio e bianco del Journal des Voyages, le rughe sottolineano il suo sguardo smarrito. E’ seduto per terra, dritto, con un volto enigmatico, sostenuto da un sorriso imbarazzato o penetrante – chi può dirlo?
Il pubblico applaude: che nemico! Che prestanza! La Francia trova il tempo di inorgoglirsi dopo diciotto anni di massacri: la vittoria permette di passare dall’esecrazione a uno stato d’animo più magnanimo.

Quest’uomo unico, quest’imperatore irrigidito nel suo abbattimento, poteva essere alla fine la persona alla quale la Repubblica una e indivisibile stava dando la caccia dappertutto in Africa occidentale: il frammento mancante nello specchio della sua potenza.

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Samori Touré (1)

[…] In questo periodo di imponenti migrazioni, contro le quali si levano i razzismi e i populismi europei più brutali, è necessario ripetere con Carena, dopo Carena, che i migranti del Sahel portano in sé e nella loro stessa parola, oltre a un’antropologia particolarmente ricca, un corpus popolare di personaggi reali che hanno spinto a ripensare profondamente il mondo e le relazioni tra le sue terre del sud e quelle del nord. Thomas Sankara, Kwamé N’Krumah, Franz Fanon, Patrice Lumumba, per esempio. Samori Touré è tra costoro, intorno al 1900. La loro forza simbolica, politica e popolare è ancora oggi, per una gran parte della gioventù africana, un elemento fondamentale della lingua-spazio di quei luoghi.

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Fuga

Sopra il ferro dimenticato sfioriscono le viole.
E sopra il ferro crescono sospiri e addii,
le orme musicali del cuore del vento
che cerca lontananze per scordare i suoi boschi.

Un cervo trasparente sogna squarci di fuga.
Ma il sogno s’infrange contro sentori di morte.
Non basta il profumo del nardo a placare
la fronte dove gemono smeraldi e addii.

Dove ha sepolto il sole il suo cerchio splendente,
la sua corolla ardente, in quale sabbia, in quale notte,
se tutto rimane in silenzio: vento, fiore e battito,
se tutto è ormai immobile tra le alte torri?

Il cervo trasparente giace sotto la nebbia.
Gli occhi morenti nell’umidità salmastra
guardano tra le ombre del fumo e della lama
il suo sangue che si rapprende nella notte.

(Versione libera da “Huida
di Augusto Roa Bastos, 1947)

Fluxus

(Fluxus)

Nessun fiore
nello spazio sabbioso
di urne di canto – solo la polvere
dice di un astro venuto a lambire
per strade di fiamma
la sorgente dove lo stelo
si veste d’immenso
e s’affila nell’orbita
di cieli scoperti per caso.
Nessun fiore racconta alla voce
le sue storie di un giorno
covate tra febbri e radici –
quando sporge oltre i bordi
bagnati di luce
a contemplare la chiarità
di una morte sapiente,
il colore dissolto nell’onda
di un’acqua ormai cieca.

Coniunctio

migrazione1(Coniunctio)

Mani che annaspano nell’aria
dietro vele salpate
al richiamo di un faro –
mani che stringono
le stesse parole mute
che il polline semina nel vento
per salutare l’esilio
della foglia dalla spina.
Mani arrese
a un volto che si scioglie
come la terra d’autunno
in devozioni d’acque,
come la notte
a un passo dall’addio
che marchia il cielo
col rosso del suo sguardo,
prima di immergersi
per legge di silenzi
nella luce improvvisa
di non visibili tracce.

Quaderni delle Officine (LXXXVII)

Quaderni delle Officine
LXXXVII. Agosto 2019

quaderno part_ b_n

Romain Poncet

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Pratica della poesia
(Su “Il tratto che nomina” di Yves Bergeret)

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Nomina lucis

Immagine di Michele Guyot Bourg(Nomina lucis)

Se potesse lo sguardo
consumato dalla febbre del cammino,
fiume irrequieto di memorie,
fermarsi a rimirare
gli orli feriti delle immagini
che costellano le rive,
e osservasse le pietre
dove frange la marea dei giorni
come un uccello fissa il proprio volo
negli specchi del cielo, anche il nulla
di cui fa fede la risacca
illimitata dei miraggi
sarebbe un silenzio che trascorre
in natura di deserto rifiorito,
il mistero che si schiude
nel grembo di neve dell’aurora,
la gemma che si annuncia
nel respiro profondo della pioggia,
l’astro delle stagioni
che fascia i calici dell’anima.
Sarebbe voce
stagliata su orizzonti di vertigine,
alfabeto di fuochi in fondo al mare,
e i nostri volti, tutti,
gli infiniti nomi della luce.

Magna Mater

(Magna Mater)

Il calice inviolato
di memorie
su cui talvolta posano le labbra
in un coro d’invisibili presenze,
conserva la neve segreta
sposa dei boschi,
il bagliore dove dio si mostra
nel vento sempreverde
di una gemma.
Il suo occhio
che d’un tratto s’illumina
al richiamo vociante
di una fonte,
cerca tra le acque danzanti
l’ombra dalle mille braccia
nella cui stretta farsi corpo,
albero, eternità migrante
in un respiro.

Metamorphosis

(Metamorphosis)

Sul volto di una pietra
levigata da lingue di sorgente,
i segni di luoghi aperti
a venti di visione –
le orme del tempo e l’acqua,
a immagine del cielo,
che emerge da cavità di quarzo
con mani colme
del lume degli abissi.
Domani sarà un flauto
che risale l’aria e incastra
suoni nelle lettere del mondo,
una guglia eretta su cattedrali d’alga,
oppure uno sterpo,
un glifo di sabbia, un’ombra errante
che cerca dimora nell’azzurro.
Domani sarà albero o stelo
di granito, pupilla in volo
o cieco affluente di memoria,
sarà fiamma, pioggia,
luna trapassata d’echi,
forma indefinita, pulviscolo,
pensiero –
domani sarà una rosa,
verdissima linfa
che soffia luce all’alba.

Semen

(Semen)

Specchiata nel lume ghiaccio
della notte, lingua e canto
di terre dissolte in pozze di luna,
la costellazione
invisibile di un seme.
Nessun legame lo trattiene,
la sua sola memoria
è un passato
votato a diventare foglia
nell’abbraccio materno dell’alba.
Fermenta come olio
evaso da lampade di tenebra,
annaspa nella vertigine
fonda di una zolla, schiude
i suoi occhi d’oasi tra i sassi –
inaccessibile respiro
del mondo che si fa voce
e parla dalle labbra della luce.