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Pratica della poesia (I)

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Nomina lucis

Immagine di Michele Guyot Bourg(Nomina lucis)

Se potesse lo sguardo
consumato dalla febbre del cammino,
fiume irrequieto di memorie,
fermarsi a rimirare
gli orli feriti delle immagini
che costellano le rive,
e osservasse le pietre
dove frange la marea dei giorni
come un uccello fissa il proprio volo
negli specchi del cielo, anche il nulla
di cui fa fede la risacca
illimitata dei miraggi
sarebbe un silenzio che trascorre
in natura di deserto rifiorito,
il mistero che si schiude
nel grembo di neve dell’aurora,
la gemma che si annuncia
nel respiro profondo della pioggia,
l’astro delle stagioni
che fascia i calici dell’anima.
Sarebbe voce
stagliata su orizzonti di vertigine,
alfabeto di fuochi in fondo al mare,
e i nostri volti, tutti,
gli infiniti nomi della luce.

Magna Mater

(Magna Mater)

Il calice inviolato
di memorie
su cui talvolta posano le labbra
in un coro d’invisibili presenze,
conserva la neve segreta
sposa dei boschi,
il bagliore dove dio si mostra
nel vento sempreverde
di una gemma.
Il suo occhio
che d’un tratto s’illumina
al richiamo vociante
di una fonte,
cerca tra le acque danzanti
l’ombra dalle mille braccia
nella cui stretta farsi corpo,
albero, eternità migrante
in un respiro.

Metamorphosis

(Metamorphosis)

Sul volto di una pietra
levigata da lingue di sorgente,
i segni di luoghi aperti
a venti di visione –
le orme del tempo e l’acqua,
a immagine del cielo,
che emerge da cavità di quarzo
con mani colme
del lume degli abissi.
Domani sarà un flauto
che risale l’aria e incastra
suoni nelle lettere del mondo,
una guglia eretta su cattedrali d’alga,
oppure uno sterpo,
un glifo di sabbia, un’ombra errante
che cerca dimora nell’azzurro.
Domani sarà albero o stelo
di granito, pupilla in volo
o cieco affluente di memoria,
sarà fiamma, pioggia,
luna trapassata d’echi,
forma indefinita, pulviscolo,
pensiero –
domani sarà una rosa,
verdissima linfa
che soffia luce all’alba.

Semen

(Semen)

Specchiata nel lume ghiaccio
della notte, lingua e canto
di terre dissolte in pozze di luna,
la costellazione
invisibile di un seme.
Nessun legame lo trattiene,
la sua sola memoria
è un passato
votato a diventare foglia
nell’abbraccio materno dell’alba.
Fermenta come olio
evaso da lampade di tenebra,
annaspa nella vertigine
fonda di una zolla, schiude
i suoi occhi d’oasi tra i sassi –
inaccessibile respiro
del mondo che si fa voce
e parla dalle labbra della luce.

Tramonto

(L’arte dimenticata di morire)

è lo spazio che occupano – l’anima delle cose
portare alle labbra pazienza e dolore
tracciare solchi sul viso per scrivere la parola seme
le sue sillabe di solitudine
e i mancati giorni, l’alfabeto delle stagioni
che, ignari, indossiamo come un vestito di gala –
ed è già tramonto –
in un viola oscuro si esplorano gli abiti deposti sul letto
si contano a lumi di vertigine
le ultime flebo consumate, i liquidi miracolosi
che galleggiano nell’aria
come schegge di un mare raccolto in un bicchiere,
mentre ancora si cerca il sesso dell’amata
mezzaluce di domande dimenticate
di risposte disattese

(nella deriva delle pupille assopite
profili incerti in un reliquiario di voci,
la stanza ondeggia, i libri penzolano ingialliti alle pareti
i versi di ieri sul margine in ombra della riva –
a volte ti brucia i ricordi – il silenzio
come il fuoco di un dio senza tempio, e tu inciampi
negli strali del buio, tra le carte della tua assenza
disseminate nell’aria)

(da Hairesis, 2004)

Madre di creature ferite

(Madre di creature ferite, 3)

Non ricoprire di pietre
l’immagine che dal tuo respiro grida
fino a tentare il sonno
di un dio imbiancato di rughe e di tramonti
la sua ombra non mai coniugata
di pianto
(il paradiso lo scopri
nel breve volo
di un bambino
senz’ali – lo vedi, beve dalla tua bocca
anni sfioriti, frutto dell’incesto
tra miseria e miseria) –

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L’iniziazione

Yves Bergeret

L’iniziazione

Le principali iniziazioni maschili, anu tanguda, e femminili, iamu tanguda, sono presentate in un primo momento come delle grandi prove di sofferenza fisica da dominare: la circoncisione e il primo parto (l’etnia afferma di non praticare l’escissione). Ma la parola tanguda designa più il superamento di uno stadio, una iniziazione essa stessa, che il controllo o la resistenza a una prova. E’ affine a keke, che indica l’oscillazione “dell’altra parte” di uno spazio nell’altra fase di uno spazio. L’iniziazione contempla sicuramente il dispiegarsi di un destino umano: riguarda la temporalità. Ma si ricordi che, cercando un’espressione per dire l’equivalente della parola francese “spazio” in toro tegu, i pittori e Alabouri avevano cominciato col dire che lo spazio appartiene al tempo e che la parola che si avvicina di più al termine francese è l’avverbio keke.

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Il Monte Alto – Kuno Koyo

Yves Bergeret

Il 4 agosto 2009, il gruppo di “posatori di segni” del villaggio toro nomu di Koyo, con i quali da dieci anni proseguivo un lavoro di creazione in dialogo, mi condusse con una certa discrezionalità sulla parte più elevata dell’altopiano sommitale della loro montagna. Si chiama Kuno koyo, “il monte alto”. Fino a due anni prima, il mio percorso iniziatico era ancora troppo modesto perché mi ci conducessero. La densità sacra animista di questo spazio è altissima. Alcune profonde erosioni erano accessibili solo a due o tre grandi iniziati del villaggio e solo dopo una preparazione rituale specifica, nudi, con appena una pelle di capra, sacrificata per l’occasione, intorno alla vita. Continua a leggere Il Monte Alto – Kuno Koyo

Acqua

Dalla bocca della pietra
parla la sapienza delle ere, la meraviglia
di ciò che spinge il giorno
attraverso cunicoli di cielo, di storie
immaginate nel disadorno ammanto
del silenzio. Procediamo tra distese di immagini
che svanendo lasciano impronte di fiumi.
Noi siamo acqua, memoria
che semina albe nel passaggio.