Archivi categoria: gianmarco pinciroli

Quaderni di RebStein (XLIX)

Quaderni di RebStein
XLIX. Novembre 2013

Chateau-branlant

Gianmarco Pinciroli

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Luogo (2013)
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Del pensare ossessivo

Yayoi Kusama, Ossessione infinita, 1977

Gianmarco Pinciroli

Del pensare ossessivo

Soltanto la musica e la poesia
possono permettersi di non insegnare…

Vladimir Jankélévitch

Sul pensiero ossessivo. Vai a letto e sai di avere un pensiero ossessivo, e ti addormenta soltanto l’estrema spossatezza. Quattro, cinque ore di sonno; il minimo rumore esterno all’alba ti sveglia e per il riposo ormai non c’è più niente da fare; ed il pensiero ossessivo è lì che ti aspetta. Ti accompagna per tutta la giornata, qualsiasi cosa tu faccia, dica, scriva, qualsiasi cosa apparentemente altra da quella che tu pensi. Continua a leggere Del pensare ossessivo

Scrittura e libertà in Beckett e Kafka

Bram Van Velde, Senza titolo, 1954

[Questo post contiene parte della nota introduttiva e i primi due paragrafi di un più articolato saggio di Gianmarco Pinciroli sull’opera di Samuel Beckett (e di Franz Kafka, in parallelo), in particolare sulle opzioni teoriche e le scelte stilistiche entro le quali si dispiega l’universo creativo dello scrittore e drammaturgo irlandese. Vi si presenta l’ipotesi interpretativa avanzata dall’autore, cui seguirà il lavoro completo, disponibile a breve nel volume XXXIII dei Quaderni delle Officine. Con la consapevolezza che fuori dal perimetro della critica accademica e dell’editoria di riferimento esiste una produzione saggistica di altissimo profilo che andrebbe finalmente valorizzata e diffusa. fm]

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Il viaggio

Gianmarco Pinciroli

“Nella nostra intuizione, il pensiero più immediato già da subito presentifica a se stesso la mobilità cui l’intero del viaggio sarà sottoposto; nella nostra intuizione, è l’acqua degli occhi che presente il mare aperto, che presagisce l’aperto, l’attesa dell’aperto, la pienezza – che attende sempre di completarsi – dell’aperto. La nostra intuizione, intendendo prepararsi al viaggio, predispone l’elemento dentro il quale la sacralità dell’esserci manifesterà una parola altra da quella cui l’usura l’ha comunemente ridotta; l’acqua degli occhi parla parole seminali, capaci di lasciare traccia, di consentire il ritorno, di edificare una partenza come la risultata concretezza, inattingibile nella sua interezza, cui la forma di ogni partenza aspira.”

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