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L’ora mora del giorno

Giuseppe Samperi

[…] Credo che possiamo considerare quest’ultimo libro di Giuseppe Samperi come un compendio. Un tirare le somme, ce ne sono indizi. Compendio di vita e di scrittura, entrambi terreni di una ricerca esistenziale della quale la prima è stata ed è materia, la seconda metafora e strumento, come il negro sèmen dell’Indovinello Veronese. Ricerca insoddisfatta, come sempre, tanto che la vita sembra a volte osservata alla lontana, come dalla porta di casa che dà su una via assolata, mentre la scrittura è perennemente a rischio di essere dismessa, o licenziata, come un aratro non affilato a sufficienza che finiremo per lasciare arrugginire. Nella poesia di Giuseppe le due cose sono sempre andate di pari passo, c’è sempre stato un occhio che osserva contemporaneamente le parole che si vanno tracciando sulla carta e la penna che le traccia, l’oggetto e lo strumento, basta vedere a titolo di esempio tutto l’ “inchiostro” che viene evocato in parola e sostanza in un altro suo libro, Il miliardesimo maratoneta, 2011 (“Regalo questo inchiostro, / scolatura che rimane / dagli accurati strappi”). E gli strappi, inutile dirlo, sono dolorosi. Continua a leggere L’ora mora del giorno

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dialettututtu

Diego Barucco, Paesaggio presso Monte Turcisi Giuseppe Samperi
 

Testi

 
Trippi nni stu quarteri
unni trippavu jù
(muzzicuna di sicaretti
pitruzzi
erba fausa gnuni gnuni
vuci
di lingua ncripitusa).

T’addurmisci nni sta casa
unni m’addurmiscevu jù
(cci muriu mo nannu
a longu stari,
mo patri).

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Il miliardesimo maratoneta

Il miliardesimo maratoneta

Giuseppe Samperi

     I versi di Giuseppe Samperi parlano di incontri, di appuntamenti con la vita e la scrittura, raccontati nella forma del viaggio reale e metaforico: viaggio nel corpo, nella parola, nel tempo. Per il «maratoneta» (titolo e icona ironica e sofferta) essere il primo, l’ultimo o il miliardesimo è indifferente (p. 75). Il poeta-viator soffre da un lato un senso di inappartenenza (tanto da rovesciare la parabola del figliol prodigo) [p. 74], dall’altro avverte la necessità di riappropriarsi del battito vitale («ciò che devo ripescare / è il battito»), unico modo per far sì che il verso, la poesia possano riconciliarsi con la vita ed offrirsi quale dono. «Battito» è parola che non a caso ritorna nell’ultima poesia, segnacolo di una vita incipiente. Il mistero della nascita assume in sé le contraddizioni che attraversano tutto il libro e le proietta nel nudo scenario della vita che si confronta dialetticamente con la scrittura.

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