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Note di lettura (VI) – Iaia Caputo

Antonio Scavone

Vivere e scrivere

     Perché si scrive un romanzo? Per dimostrare un’abilità o una competenza a se stessi o ai lettori? Per esprimere un’idea o un convincimento che ha accompagnato negli anni l’esistenza? Perché non si resiste all’irrefrenabile smania di raccontare le stagioni della propria vita, ritenendole emblematiche di una generazione? Oppure si scrive un romanzo per testimoniare con la letteratura, e quindi letterariamente, un personale struggimento tragico o melodrammatico?
     A tutte queste domande non dà risposte il romanzo “Dimmi ancora una parola” di Iaia Caputo, edito da Guanda nel 2006. Non dà risposte ma le contempla tutte, quelle domande, perché la scrittrice se le pone continuamente nel racconto che allestisce sin dall’infanzia (quando inventava storie incredibili), ma le presenta come esigenze impersonali, ambizioni o voglie riferibili a tutti e a nessuno. Infatti la protagonista non dichiara il suo nome pur argomentando della storia della sua identità: la rifiuta, la allontana da sé questa identità contraddittoria e racconta gli avvenimenti in terza persona, stabilendo quasi un distacco socratico con se stessa. Qual è allora lo scopo di questo romanzo? Da quale esigenza espressiva o analitica è nata l’iniziativa letteraria di raccontarsi? Continua a leggere Note di lettura (VI) – Iaia Caputo

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