Archivi categoria: in sonno e in veglia

L’albero di neve

Anna Maria Ortese

L’albero di neve

Sabato scorso, mentre cominciava a venir giù la prima neve, e cioè verso le cinque del pomeriggio, mi trovavo alla Stazione centrale per accompagnare una persona al treno. Sul momento non mi accorsi neppure che nevicava, ma, tornata indietro, mi parve che qualche cosa, nell’aspetto e il colore del Piazzale prospiciente la Stazione, fosse lievemente mutata. Il piazzale era il medesimo che tutti possiamo vedere in qualsiasi ora del giorno e della notte, col grande albergo sulla destra, sormontato da una cupola schiacciata, e, sulla sinistra, le rotaie dei tram che portano al centro, e i varii caffè dalle vetrine illuminate, dietro cui s’intravedono, in un vapore bianco, i rossi e i gialli delle bottiglie di liquore. Ma – e me ne resi conto solo dopo qualche momento – i caffè, benché aperti, erano del tutto bui e deserti, e tram non ne passavano, neppure il più leggero scampanellìo. Pensai che doveva essere mancata la corrente, in quella zona della città e forse anche altrove, e mi disposi a rincasare a piedi, profittando del fatto che l’albergo non era lontano, e non faceva freddo.

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James PURDY (17 luglio 1923 – 13 marzo 2009)

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Queste due opere, Just what is it that makes today’s homes so different, so appealing? di Richard Hamilton (in alto a sinistra) e Mourningpicture di Edwin Elmer (in basso a destra), sono riprodotte sulla sopracoperta di due romanzi di James Purdy a cui sono particolarmente legato, al di là del loro indubbio, eccezionale valore letterario: e cioè, rispettivamente,
mourningpicture1 Rose e cenere (Eustace Chisholm and the works, trad. it. di Attilio Veraldi, Torino, Einaudi, Supercoralli, 1970), e La versione di Geremia (Jeremy’s Version, trad. it. di Bruno Oddera, Torino, Einaudi, Supercoralli, 1973). Si tratta delle mie primissime scoperte letterarie autonome, fatte quando entrare in una libreria significava varcare una soglia, come in sogno, per ritrovarsi immersi in un universo tutto da esplorare: con la segreta speranza (ma questa ti sarebbe diventata chiara solo anni dopo, alla luce del rimpianto, di fronte a scaffali strabordanti di merci avariate) di portare a casa, magari per seimilaottocento lire, due autentici capolavori, due opere che ti avrebbero accompaganto per tutta la vita. Poi sarebbero venute tutte le altre opere di questo gigante solitario, a partire da Io sono Elijah Thrush o I figli sono tutto, libro, quest’ultimo, che mi avrebbe costretto a cercare, come una reliquia, la prima edizione di Color of Darkness (63: Palazzo del sogno, tradotto nel 1960 da Floriana Bossi per i mitici “Coralli“). Mi piace pensare che oggi, proprio tra le ombre animate e i lampi di rosso e di bianco della Composition di Miró del 1933 riprodotta in copertina, James Purdy sia ritornato ad abitare, per sempre: ombra viva tra ombre vive, lampo di luce sulla faccia della morte.

[Qui un omaggio a James Purdy da parte di uno dei pochi blog grazie ai quali la rete ha ancora un senso e una funzione.]

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Il dolore in una stanza

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“La mansarda in cui vive è nel cuore della vecchia Roma, a due passi da Piazza Navona. È molto piccola, solo un lungo corridoio e una stanza, con il letto e il tavolo da lavoro. Dalla finestra c’è la visione molto suggestiva che ci si aspetta: una fuga di tetti e tegole. Il silenzio è compatto, assoluto. L’ultima luce del pieno pomeriggio invernale scorpora lentamente la sagoma ai pochi oggetti che stanno intorno: le pareti foderate di libri sono una massa incerta, sfumata, irreale. Resta solo la sua voce; e qualche volta, la sua risata. La voce è gutturale e affrettata, come di chi ha dovuto ricavare l’italiano da un’esperienza plurilingue e cosmopolita.”

E’ l’inizio di uno splendido articolo/intervista di Renato Minore che ha per protagonista Amelia Rosselli. Pubblicato su “Il Messaggero” del 2 febbraio 1984, viene riproposto integralmente da Giorgio Di Costanzo sul suo blog. Da leggere assolutamente.

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