Archivi categoria: inediti

Il mosaico dei ciechi, Una lettura dell’inedito “Colono 22” di Chiara Catapano

Non so dove sia il boschetto in cui Sofocle fa morire Edipo. Oggi Colonòs è il campo di sterminio degli alberi, l’insulto all’equilibrio della natura, che è poi l’unico vero “splendore” umano, il suo incespicare, il suo cadere, il suo niente.

E nel niente di tutto ciò che si spegne, ed era, nel niente di quel bosco in cui Edipo finisce di vivere – e inizia a respirare, finalmente, spegnendosi –, in questo vuoto saccheggiato si apre, silenziosa, la corolla della memoria. Intorno, all’improvviso, si fabbrica il silenzio del petalo.

Per irrompere nell’orrore di telefoni, metro, uffici e bar, basta una lacrima che, da sola, ha “divelto il giorno”. Questa lacrima che ha “divelto il giorno” mi ha aperto il sentiero in questa scrittura.

In una specie di discesa nel silenzio, quando fuori degli occhi un mondo rotto si accatasta deforme su sé stesso, nel fondo di qualcosa – che potremmo essere noi stessi – avviene un altro mondo, che si costruisce, o si ricostruisce inseguendo un equilibrio.

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Emilio Coco, Inediti da “La casa”

Nella zona più buia della casa
dove le tapparelle sono sempre abbassate
e le luci del grande lampadario
in falso stile inglese vittoriano
è da anni che si sono fulminate
e nessuno si è preso mai la briga
di sostituire con le nuove a led
le nere lampadine a tortiglione
troneggianti sui bracci con doratura a foglia
che farebbero gola
ai fanatici amanti del vintage.

In questa stanza di quaranta metri
che funge ancora da salotto e studio
anche se ormai non v’entra più nessuno
si aggira traballante un uomo solo
cercando compagnia tra i vecchi libri
che piangono l’assenza di una mano
sul dorso o tra le pagine.
Quasi a chiedere scusa, allunga le sue dita
a tastare la pelle raggrinzita
dei classici Aguilar, li sfiora a uno a uno,
quei corpi inerti, che più non sobbalzano
alle folli lanciate del cavaliere errante.

Senza profferire una parola
accosta il petto allo scaffale e cinge
in un unico abbraccio incontenibile
tutti e trenta i volumi.
Resta così finché viene distratto
da un brusio di passi alle sue spalle,
volge lo sguardo e scorge Dulcinea
splendente come rosa,
in abito di schiuma vaporosa
coi capelli che indorano
la sua svelta figura.

Un’alchimia di luci e di colori
riempie la sala mentre la donzella
stringe il suo cavaliere contro il seno.
Si spengono le luci e nuovamente il buio
ogni cosa ricopre col suo velo
nella mia stanza triste di poeta.

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Qualche appunto che mi hai chiesto

(più che a margine, provvisorio)

testo e foto di Mia Lecomte

Da bambina ripetevo convinta: «Tanto morirò presto». Qui la materia è labile, effimera. Il corpo si indossa distrattamente, sghembo, senza riguardo. Cadrà, sparirà, non ce ne accorgeremo neppure. C’è una grande eleganza – nessuna volgarità, tristezza, rassegnazione – anche nella povertà, nella sporcizia. Quello che conta è altrove e insieme profondamente in noi. Si sta come se non si stesse. Mai.

Come se fossi tornata a casa dopo tanto tempo. A colazione, la mattina.

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Chiara Catapano, Un paesaggio cresciuto dentro


Di quando Majakovskij in sogno ha letto una mia poesia

Considera questo: nulla di diverso
Solo una nota vagamente asprigna sull’amara radice.
La voce più tremenda della sua apparizione;
Le parole, scheletri di luce.
E lui seduto, terastico impassibile
Frusta l’aria dentro l’ugola russa.
Majakovskij non mi era mai venuto a trovare in precedenza;
L’ho considerato un gesto delicato
Compiuto senza troppi complimenti,
Alla sua maniera.

Ha raccolto i miei versi in grappoli metallici
Il succo lo premeva fuori
Schiacciando tra le mandorle
Dei denti, chicco dopo chicco
Il latte di un qualche arcaico sacrificio.
Ma poi com’era carico di senso il suo idioma
Una sorta di terra vergine tra il russo e il sogno;
Io dipingevo i suoni a doppia lama
Che non raggiungevano niente e nessuno
Ma che s’ incatenavano all’aria vibrante santità.
Il Dio ebbro della poesia non cercava più la sua morte,
E lui pareva contemplato dai cieli
Splendido, inarrivabile.
Il brusio della vita calato in quel fosco paradigma
Dentro l’ingranaggio dell’uditorio
Nel perfetto silenzio divaricato tra le parole.

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Tre poesie tre di Carmine Vitale


1

mi ricordo che una sera
stavo facendo i conti (in tutti i sensi si potrebbe dire)
e d’improvviso ho smesso
era stata una giornata lunga piovosa perfetta per ricordare il passato
avevo bevuto due caffè nel pomeriggio
e tentato la fortuna segnando i numeri

Però si è accesa un piccola luce sullo schermo
MV
(pensavo che spesso trabocchiamo di stupidi sensi e crediamo che tutte le parole messe in fila come un tram legato ai fili diventino poesie)
La metafisica il mammut most valuable player
Se deve piangere si accomodi da questa parte, prego.
E invece:

“immagina la primavera astrattamente:
bocca appena dischiusa
a febbraio inoltrato, che infiltra di ruggine
l’oro del cielo
come nelle icone della tenera età
in cui il nero e la doratura
segnavano i mondi polari.
Il Bene e il Male, come due flotte ostili,
conversero, mischiarono le navi
e terra non fu data al loro mare.”

Devo aggiungere altro?

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I mostri migrano con i piedi dritti

Cristiana Panella

 i mostri migrano con i piedi dritti

i Neanderthal di Eurasia si sedettero, e aspettarono. l’antro era un taglio controluce, la luce livida opalescente che annuncia il muro delle piogge. avevano lasciato il padre al centro del cielo aperto. un albero con le fruste scure dell’incendio a tenere l’unità nel giusto verso. durante la marcia padre si era fermato e si era sdraiato. il senso dell’ultimo giorno era un presentimento senza rito. l’albero aspettava frugale sferzato, al suo posto.

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3 (inediti) di > Manòlis Anagnostàkis


Traduzione e introduzione di
Crescenzio Sangiglio

Le poesie che seguono non risultano inserite in nessuna raccolta di Anagnostakis. E sono del tutto sconosciute, praticamente sono come inedite, essendo apparse una sola volta, rispettivamente negli anni 1945, 1946 e 1947, nella rivista anti-regime Ελεύθερα Γράμματα, “Lettere Libere” poi eliminata dalla circolazione e letteralmente scomparsa e inesistente. Sono state ultimamente ritrovate dallo studioso e ricercatore Vassos Vomvas che le ha affidate allo scrivente per la traduzione italiana.)


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Lisa Sammarco: quattro poesie da “Trenta poesie d’amore e nessuna strategia”

Lisa Sammarco su Perìgeion

ieri sera mentre come ogni sera tiravo giù le persiane
ad un tratto mi sono fermata
presa dal dubbio che fuori la sera fosse un errore
come quando all’improvviso qualcuno chiama
e invece il tuo pensiero è già nella quiete che rabbuia i vetri

[leggi tutte le poesie su perìgeion]

perìgeion

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Corpo di fondo, inediti di Lucianna Argentino

Julian Schnabel, Portrait of Stella, 1996


Scappo nel rifugio antiaereo della terza persona, invio un altro nei campi minati del passato. Lo stesso che una volta era alla prima persona, era io, e ho paura di chiedere se è ancora vivo. Sono vivi coloro che noi siamo stati?

Fisica della malinconia, Georgi Gospodinov


(i poeti)

Sta dalla parte di quelli che usano le parole per cercarsi nel buio che rosicchia la luce e ai quali accade, a volte, un di più di vita o una sottrazione perché essi vivono nello squilibrio – scomposti senza baricentro – obliqui equilibristi dell’invisibile. Senza consenso.

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Unici argomenti

Jeremy Jeddes, Wilderness, 2019, tecnica giclée

Riccardo Martelli


I

meglio le resine del suo corpo e del suo cibo
della prosopopea che cola dalla riunione di amici
chiamami come le ultime due cifre del mio cellulare
mi rammenterai meglio
esco imbevuto del suo profilo stagliato su pareti squallide
non potendo non volendo fare il fotografo
che attende lo spostarsi del sole
non mi sono allenato invano
la mia moral suasion che non sintetizza alcaloidi
la libido che porta a inselvarmi
unici argomenti dei calembours e aneddoti remissati
sul tuo divano o tra i tuoi condimenti disgustosi riposo
non amori ma massaggi rilassanti
non versi piagnoni mi interessano risate piene
proseguire nella sovrascrittura della giornata
preparando un antidoto grossolano abbastanza funzionante

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