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Mario Andrea Rigoni: Parla Giulio Cesare

Quando mi fu chiesto quale morte mi sarei augurato,
risposi: “Quella che giunge inaspettata”. Sono ancora
dello stesso parere, ma il mio voto, se fu dal destino
adempiuto, riuscì più esiziale che se avessi avuto
una morte naturale. Né potevo immaginare che
alla congiura, oh dei!, avrebbe partecipato anche Bruto,
il figlio che avevo adottato. Tra tutte fu sua la pugnalata
che mi inferse il dolore maggiore. Avrei dovuto ascoltare
i presagi di Calpurnia, che mi aveva pregato di non andare
quel giorno in Senato. Non ero un uomo senza coraggio,
ero anzi temerario, come si vide bene quando passai
il Rubicone. Ma c’è gloria senza sfida e presunzione?
È vero tuttavia che non bisogna tentare la sorte due
o più volte. Mi rattristo anche per Roma, che con la mia
morte aprì le porte ad una nuova guerra civile nella quale
Bruto stesso dovette rivolgere contro di sé la spada.
E i congiurati che a torto temevano volessi farmi re,
non sapevano, stolti!, che ne sarebbero seguite intere
generazioni di imperatori, non certo migliori di me,
che avevo assicurato a Roma potenza e ricchezza e spesso
ai miei nemici clemenza. Cerco di essere obiettivo,
impersonale, come sono stato anche da scrittore.
Gli uomini non sanno che le azioni che fanno hanno
impreviste conseguenze e i fini che perseguono con cieco
furore per lo più si ritorcono contro di loro.

da qui

ma si legga anche qui e qui

– e aggiungo un mio sentito grazie a Jonny Costantino e al Primo Amore.

Nell’esilio / Su “Mal di fuoco” di Jonny Costantino

Forse ben pochi elementi naturali posseggono un’identità così contraddittoria e doppia come il fuoco: esso riscalda, anima la vita, cuoce i cibi, forgia i metalli, la cultura umana ne ha fatto anche simbolo del pensiero ardente, appunto, e appassionato, immagine della luce stessa e, pure, il fuoco distrugge, uccide, nel suo estinguersi può far sovvenire il gelo e la morte, stavolta, per glaciazione e buio. Il libro di Jonny Costantino Mal di fuoco (Effigie Edizioni, Milano, 2016) mette in scena questa duplice natura del fuoco, ma, prima di avviare qualche riflessione, mi soffermerò brevemente a considerare Mal di fuoco dal punto di vista puramente letterario.  Continua a leggere Nell’esilio / Su “Mal di fuoco” di Jonny Costantino

Del sublime

Jonny Costantino

Il sublime è vertice e vortice

Esperienza limite, il sublime, lo è fin dall’etimologia. L’aggettivo latino sublimis viene dal sostantivo limen, che significa limite. «Sub limine»: sotto il limite. Un limite collocato, convenzionalmente, in alto. I Greci, per dire sublime, usavano la parola hýpsos, che sta per altezza. Secondo una differente ipotesi etimologica, sublimis verrebbe non da limen ma da limus: fango. «Sub limo»: sotto il fango. Fango: sudiciume che insozza; limo che feconda; fango ardente che travolge e distrugge, in gergo vulcanico: lahar. Il contrasto etimologico tra limen e limus è solo apparente. Anche il fango è un limite: un limite che sta in basso. Il sublime viaggia al limite: sul limitare dell’estrema altezza e dell’estrema bassezza. L’anonimo autore del celebre trattato Il sublime ravvisò, nel I secolo dopo Cristo, un’intima connessione tra altezza (hýpsos) e profondità (bathos) nell’arte (téchne) sublime. Nel 1856 è Victor Hugo a operare l’inversione che fa trentuno, per dirla coloritamente, affermando che «le sublime est en bas»: «il sublime sta in basso». Del resto, fin dalla tarda età ellenistica, II secolo avanti Cristo, rimbomba in Ermete Trismegisto: «Così in alto come in basso». Davanti a Rembrandt, il più sublime dei pittori, Jean Genet avverte «un odore di stalla». «In piedi sul letame»: è così che lo scrittore immagina le figure rembrandtiane ritratte parzialmente. Sotto le gonne, sotto le vesti dorate, sotto i mantelli bordati di pelliccia, i corpi assolvono con puntualità le loro funzioni: «digeriscono, sono caldi, sono pesanti, puzzano, cacano». I sei Sindaci dei drappieri (1662) «puzzano di liquame e di sterco» e la Sposa ebrea (1665), persino lei, con il suo viso delicato, con il suo sguardo grave, lo si sente, «ha un culo» (Che cosa è rimasto di un Rembrandt strappato in pezzetti tutti uguali e buttato nel cesso, 1967). Il sublime è vertice aulico e vortice maleolente, contemporaneamente.

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