Archivi categoria: letteratura argentina

La biblioteca di Babele

Jorge Luis Borges

La biblioteca di Babele

L’universo (che altri chiama la Biblioteca) si compone d’un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, bordati di basse ringhiere. Da qualsiasi esagono si vedono i piani superiori e inferiori, interminabilmente. La distribuzione degli oggetti nelle gallerie è invariabile. Venticinque vasti scaffali, in ragione di cinque per lato, coprono tutti i lati meno uno; la loro altezza, che è quella stessa di ciascun piano, non supera di molto quella d’una biblioteca normale. Il lato libero dà su un angusto corridoio che porta a un’altra galleria, identica alla prima e a tutte. A destra e a sinistra del corridoio vi sono due gabinetti minuscoli. Uno permette di dormire in piedi; l’altro di soddisfare le necessità fecali. Di qui passa la scala spirale, che si inabissa e s’innalza nel remoto. Nel corridoio è uno specchio, che fedelmente duplica le apparenze. Gli uomini sogliono inferire da questo specchio che la Biblioteca non è infinita (se realmente fosse tale, perché questa duplicazione illusoria?), io preferisco sognare che queste superfici argentate figurino e promettano l’infinito… La luce procede da frutti sferici che hanno il nome di lampade. Ve ne sono due per esagono, su una traversa. La luce che emettono è insufficiente, incessante.

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I teologi

Jorge Luis Borges

I Teologi

     Devastato il giardino, profanati i calici e gli altari, gli unni entrarono a cavallo nella biblioteca nel monastero e lacerarono i libri incomprensibili, li oltraggiarono e li dettero alle fiamme, temendo forse che le pagine accogliessero bestemmie contro il loro dio, che era una scimitarra di ferro. Bruciarono palinsesti e codici, ma nel cuore del rogo, tra la cenere, rimase quasi intatto il libro dodicesimo della Civitas Dei, dove si narra che Platone insegnò in Atene che, alla fine dei secoli, tutte le cose riacquisteranno il loro stato anteriore ed egli, in Atene, davanti allo stesso uditorio, insegnerà nuovamente tale dottrina. Continua a leggere I teologi

Il ritorno di Hartz

Osvaldo Lamborghini

Osvaldo Lamborghini
Massimo Rizzante

[…] Lamborghini è colui che ha atteso e incontrato Rimbaud in fuga dalla poesia in una stanza d’hotel di Buenos Aires. I due avranno parlato di sesso. Probabilmente avranno bevuto molto. Ma nessuno dei due avrà cercato nell’ivresse un vascello o almeno una zattera che li trasportasse in qualche inferno o paradiso. Tutto ciò era alle loro spalle. Ogni trasgressione linguistica era alle loro spalle. Forse si saranno affacciati alla finestra. Si saranno messi ad ascoltare le voci della strada. Lamborghini avrà confessato a Rimbaud che in fondo la sua era «una letteratura famigliare: il desiderio di prolungare senza fine un dopocena». Che cosa poteva farci se il coltello domestico poi si trasformava in uno strumento di tortura? Forse hanno intuito che dire in un altro modo, «dire male», non comportava più alcuna ricerca del nuovo, che anzi proprio questa ricerca del nuovo si era fatta troppo seria, era diventata accademica. Per questa ragione la vera audacia di Lamborghini sta nel «riprendere le vecchie strofe», nel copiare «il metro dei traduttori di Walt Whitman», nel mimare la loro libertà, il «loro muovere le spalle», come scrive in una sua poesia intitolata Jacobo Fijman non oserebbe. Continua a leggere Il ritorno di Hartz

La perdizione

Osvaldo Lamborghini

La perdizione…

La perdizione, un pullover chiaro
con l’emblema di un’Università
ma,
la perdizione non è universale.
È un sapere che riguarda solo esseri
delicatamente e abiettamente particolari.
Io sono quello che ieri parlava appena.
Ma ora è il silenzio:
il silenzio, disse come un prigioniero.
Contro una solitudine troppo popolata
le sirene si trasformano in pietre
e gli uomini
gli uomini in sabbia iniqua.

Così il canto vibra in un abisso di promesse.

(Alcuni testi di Osvaldo Lamborghini
tradotti da Massimo Rizzante.
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“Pasaron, pues, largos días”

Antonio Scavone

Un testo magistrale, indimenticabile. Tradotto dal silenzio, da quel lugar sin límites dove la nostra identità, deposto tutto il carico che gli occhi imbarcano nella traversata degli anni, si specchia e si riflette, libera e perpetua traccia del rifiorire dei volti, nell’immagine senza tempo e senza parole delle sue radici. Una pagina che migra lenta al ritmo di un respiro a lungo trattenuto nel cuore, sulle ali di una scrittura trasparente come una fonte e commossa come un battito di ciglia sfuggito per un attimo al controllo del pensiero – una scrittura che ne segue e asseconda il volo dal paese della memoria agli annali inviolabili dell’anima. (fm)

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Per Ernesto Sábato (1911-2011)

Massimo Rizzante

Oggi 30 aprile è morto Ernesto Sábato, l’autore della trilogia romanzesca composta da Il tunnel (1948), Sopra eroi e tombe (1961) e L’angelo dell’abisso (Abaddón el exterminador, 1974) e di saggi come Lo scrittore e i suoi fantasmi, Prima della fine, Resistenza. In realtà gli editori italiani avrebbero dovuto fare di più e meglio per il maestro argentino. Ma mai come in questo caso sono rimasti sordi ai miei richiami. Non che la mia voce abbia per loro un qualche peso, ma questi mirabili capi d’azienda, la cui presunzione spesso supera quella dei loro editor, la quale a sua volta supera quella dei loro scrittori, dovrebbero qualche volta alzare il naso al di là dei nostri confini e del nostro presente.

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L’ombra che scrive il mare

Juan Gelman
Alessandro Ghignoli

 

il tuo piede
calpesta la notte/lieve/
apre la pioggia/
apre il giorno/

la morte niente sa di te/
il tuo piede ha erba sotto
e un’ombra che scrive
il mare/

 

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Alejandra PIZARNIK tradotta da Florinda FUSCO

La noche

Poco sé de la noche
pero la noche parece saber de mí,
y mas aún, me asiste como si me quisiera,
me cubre la conciencia con sus estrellas.
Tal vez la noche sea la vida y el sol la muerte.
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