Archivi categoria: manuel cohen

Repertorio delle voci (XXIII)

Manuel Cohen
Dina Basso

Dina Basso tra le primizie del deserto.

“Nun serva a nenti cummighiarisi,
tantu quannu scrivemu
semu sempri’ a nura”

(“Non serve a niente coprirsi,
tanto quando scriviamo
siamo sempre nudi”)

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Repertorio delle voci (XXII)

Manuel Cohen
Salvatore Pagliuca

La terra e la lingua.
Tra orti e pietre la parola
di Salvatore Pagliuca.

“…ciascuno risale per strade
di pensieri più chiari e inquieti
come una nazionale tra oliveti
da sicignano a vietri”

     Con Lengh’ r’ terr’ (Lingua di terra), Salvatore Pagliuca, archeologo, infaticabile operatore culturale, studioso di arte contemporanea e di storia locale, basti qui ricordare la prova narrativa in cui storia e fiction danno luogo a un esito inatteso: Il 1799 a Muro ovvero su di un manoscritto perduto, ritrovato e nuovamente perduto (1999), consegna al lettore una ampia scelta del suo lavoro in versi edito in volume, o presente in antologie, si pensi ai componimenti apparsi nei volumi curati da Tito Spinelli (2000; 2011) e da Luciano Zannier (1998; 2005), o in edizioni d’arte: è il caso, ad esempio, dei versi che corredano il catalogo So quanti passi. Muro lucano dal 1981 al 1997 nelle fotografie di Antonio Pagnotta (1998); nonché una nuova sezione di Inedite. Le raccolte edite nell’ultimo ventennio sono: Cocktél (1993), Orto botanico (1997), Cor’ šcantàt’ (Stupido cuore spaventato, 2008) e Pret’ ianch’ (Pietre bianche, 2010). Quattro solchi d’aratro, o quattro scavi nell’archeologia della lingua e del paesaggio, che marcano la scrittura e la vita. Continua a leggere Repertorio delle voci (XXII)

Winterreise – La traversata occidentale

Manuel Cohen

Sappiamo che la veste letteraria è analoga alla camicia di Nesso, il poeta è prigioniero nella sua prigione linguistica e stilistica. Ma questa prigione linguistica altro non è che una formazione reattiva (intendendo questo termine nell’accezione freudiana di «sintomo», comportamento abreativo complementare al comportamento del rimosso latente) che si pone di fronte alla ferita (la blessure originaria) da cui nasce la scrittura letteraria. È il disordine sottostante che Manuel Cohen tiene a freno mediante una accorta vigilanza stilistica che si pone come una vera e propria contro riforma stilistica pur se dimidiata e rimodernata alla maniera «antica». Continua a leggere Winterreise – La traversata occidentale

Repertorio delle voci (XXI)

Manuel Cohen
Giuseppe Rosato

Sabato 5 maggio alle ore 18, nel Teatro Fenaroli della sua città, Lanciano, verranno festeggiati gli ottant’anni di Giuseppe Rosato, il più importante poeta abruzzese vivente. L’autore è nato a Lanciano in provincia di Chieti nel 1932.
Ha pubblicato le raccolte di poesie: La cajola d’ore, Lanciano, Cooperativa Editoriale Tipografica (CET), 1956; Ecche lu fredde, Pescara, Riccitelli, 1986; Ugn’addó, Monterotondo, Grafica Campioli, 1991; L’ùtema lune, Faenza, Mobydick, 2002, pref. Franco Loi; E mó stém’accuscì, Torino, I libri del Quartino, 2003; La vergogna del mondo, San Cesario di Lecce, Pietro Manni Editore, 2003; La ‘ddòre de la neve, Novara, Interlinea Edizioni, 2006, pref. Giovanni Tesio; La distanza, Book editore, Bologna, 2010; La nève, Carabba, Lanciano, 2010; Vedere la neve, Carabba, Lanciano, 2011.
Ha diretto i periodici “Dimensioni” (con Ottaviano Giannangeli e Giammario Sgattoni) e “Questarte”.

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Repertorio delle voci (XX)

Manuel Cohen

[Si ripropone un intervento, qui riveduto e corretto, precedentemente apparso, con il titolo Una monografia su Tonino Guerra: Luigi D’Amato, ‘Il paese che è dentro di me. La poesia di T. G.’, Maggioli, Rimini, 2005, su «Il parlar franco», anno V, n. 5, novembre 2005, pp. 70-74.]

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Repertorio delle voci (XIX)

Manuel Cohen
Umberto Piersanti

Tornando assolutamente a
I Luoghi Persi”.

«la nostra storia è l’ultima vicenda
prima che torni l’autunno, venga l’inverno
era quel giorno l’ultimo che resta
di un’età favolosa quando vagavo
sempre tra i colli con nuove compagne
trasale il sangue nomade che teme
la tiepida dimora che l’attende
che resterà negli anni fissa e immota
e non la muta il tempo e le vicende.»

(Dentro le alte nebbie, pp. 21-22).

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Repertorio delle voci (XVIII)

Manuel Cohen
Ivan Fedeli

[…] Virus è una narrazione complessa e lineare, un grande affresco, accorato e cordiale, corale e discorde, di epicità negativa e popolare, di epica epocale di derelitti e di dannati; si potrebbe anche dirla un’opera-mondo, per l’ampiezza di spettro o prospettiva, per l’ospitalità delle tante microstorie feriali, quotidiane e marginali.
Storie dell’abiezione, per l’accoglimento di una lingua che spalma i suoi registri attraverso le nuove parole della ‘voce telecratica’, attraverso un nuovo idioma o alfabeto globale. Sin dalla titolazione dei vari paragrafi, che spesso si costituiscono nell’autonomia di vere e proprie suite, siamo immessi in uno scenario in cui cose e uomini, vite e oggetti hanno a che fare con la realtà delle merci, o con la destinazione in ‘terre desolate’ (Eliot) o ‘terreni di risulta’ (Buffoni): si pensi allora a titoli come ‘Raccolta differenziata’, dove non a caso, ad esempio, l’endecasillabo si apre, anzi si raddoppia, come raramente accade nella nostra poesia (come nel Pagliarani de La ragazza Carla) perché evidentemente non basta più, ad arginare, a sconfinare, a registrare il presente, oppure ‘Macerie’, e ‘Dopo Ellis Island’. Continua a leggere Repertorio delle voci (XVIII)

Repertorio delle voci (XVII)

Manuel Cohen
Giarmando Dimarti

Giarmando Dimarti.
L’infinitudine dei cieli
immensi e sonori.

Giarmando Dimarti, nativo di Porto San Giorgio, da molti anni presenza discreta e significativa a Grottammare, stampa la prima raccolta di versi nel 1978, Elegie dopo (La rapida editrice, Fermo) che gli valse l’anno seguente i premi ‘Città di Levanto’ e il ‘Città di Arsita’ nella cui giuria figuravano, tra gli altri, Giorgio Barberi Squarotti, Ugo Fasolo, Gaetano Salveti, Dante Marianacci, Roberto Sanesi e Ruggero Jacobbi. Continua a leggere Repertorio delle voci (XVII)

Repertorio delle voci (XVI)

Manuel Cohen
Franco Loi

Franco Loi. Categorie della dispersione in Stròlegh
e nel passato-presente degli anni Sessanta-Settanta.

“I dis: al scriveva mei na volta,
ca sum dvntà volgare.”
(“Dicono che scrivevo meglio una volta,
dicono che sono diventato volgare.”
)
(Cesare Zavattini, A l’arcnosi, Lo riconosco, 1973)

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Repertorio delle voci (XV)

Manuel Cohen
Giulia Massini

Giulia Massini.
L’inquietante e oscuro posto
che chiamiamo casa.

Dopo il buon libro d’esordio, Le voci sotto (Pendragon, 2004, Premio Frignano Opera Prima 2005), una perlustrazione nella città degli studi della nostra autrice, una Bologna notturna e universitaria dai tratti velleitari e un po’ balordi di una tribù di ‘sprecati’, tardo-adolescenziale, dinoccolata, annoiata, confusamente in cerca di un chiarimento o specificazione di sé, con un linguaggio che mimava l’argot ed il parlato, Giulia Massini, torna ora con un nuovo incisivo, sorprendente, visionario romanzo, ambientato in una irreale, allucinata, lunatica e fantomatica Feriano, in cui il lettore non mancherà di cogliere i molti tratti di allusività e verosimiglianza con la più reale città di Fabriano, in cui l’autrice è nata, e nel cui contesto di civiltà e ordine ha deciso di ambientare una cupa, sordida, violenta vicenda.

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Repertorio delle voci (XIV)

Manuel Cohen
Marino Monti

Lus

Lus ch’al n’ha fatèz
al s’apéja
int e’ bur.
L’udor dla môrta
l’é póch luntân.
La mi crôsa
la j è a là
in che mur d’ombri
za pronta
par pighem
e’ côr.

[Luci – Luci senza sembianze / si accendono / nel buio. / E’ vicino / l’odore della morte. / La mia croce / è là / in quel muro d’ombre / già pronta / per piegarmi / il cuore.]

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Repertorio delle voci (XIII)

Manuel Cohen
Fabio Franzin

Chi legge per la prima volta questi versi è un lettore privilegiato. Si ritrova davanti, senza che nessuno gli abbia aperto o distorto lo sguardo, un’evidenza nuda, incontrovertibile, priva di argomenti. Come davanti al diario di Simone Weil sulla condizione operaia, ma alla rovescia, in una salda e coerente inquadratura soggettiva: lo stato di mobilità di ottanta e più lavoratori dell’industria del mobile, oggi, nel Nordest in crisi. Qui Franzin apre lo scenario, e racconta in sestine, in dialetto, con la stessa lingua, lo stesso passo del suo Fabrica, forse il miglior libro di poesia italiana dell’ultimo decennio. Lì si sentiva l’epica delle mani: l’elogio della loro arte di esistere e di mettere insieme i pezzi della lavorazione e il sostentamento delle vite, con l’affanno, il massacro delle tenerezze, delle aspirazioni, delle femminilità. Fabrica era il lungo canto ritmato, senza strepito, di quelle mani che ora sono state fermate, deprivate della loro capacità di afferrare il mondo e di capirlo. La realtà si è fatta obliqua, piena di salti e di curvature: l’ordine delle certezze è saltato, ed è cambiata la percezione del tempo, del paesaggio, dei rapporti familiari. Queste mani orfane dovranno imparare un modo nuovo di percepire, di accostarsi alle cose. (Stefano Colangelo)

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Tutti i nomi di Manuel

Massimo Raffaeli
Manuel Cohen

Tutti i nomi di Manuel

Si potrebbe sospettare della nostalgia nel repertorio di figure (poeti, narratori, studiosi) che Manuel Cohen traduce in epigrafi scritte dal vivo o meglio in etopee, ritratti intellettuali e morali che ordisce come fossero le tessere di un suo privatissimo mosaico, le Marche, nel cui epicentro due nomi veramente grandi, quelli di Paolo Volponi e Franco Scataglini, tuttavia rappresentano in emblema la dinamica di una vicenda letteraria che non ha avuto eguali nel nostro paese. L’uno è l’uomo della “diaspora”, della fuga dal luogo odiosamato e sempre ritrovato nella mente e nei sensi, quasi per un suo doloroso interdetto, con amore lancinante e passione stravolta; l’altro è il poeta della “residenza” e cioè della domanda radicale che a ognuno chiede conto dell’essere qui e non in un astratto altrove, che impone d’essere fedele a se stessa e dunque al proprio spasimo di verità. Continua a leggere Tutti i nomi di Manuel

Repertorio delle voci (XII)

Manuel Cohen
Dina Basso

’nto dialettu
i puntini puntini
nun ci stanu:
nunn’è lingua ppi cu
nun sapa cca ffari.

Nel dialetto
i puntini di sospensione
non ci stanno:
non è lingua per chi
non sa cosa fare.

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Repertorio delle voci (XI, 2)

Gianni Fucci

Gianni Fucci
di Manuel Cohen

Competente linguista e studioso della poesia romagnola, autore di un Dizionario dei poeti dialettali romagnoli del Novecento (2006), Gianni Fucci, decano della poesia neodialettale, nato in Francia nel 1928 da padre toscano e madre romagnola, vive dall’infanzia a Santarcangelo. Varcata la soglia dei cinquant’anni, come spesso è accaduto nel Novecento, a Scataglini, Loi, Baldassari, Pedretti e Baldini, Fucci arriva all’opera prima relativamente tardi con La mórta e e’ cazadour, La morte e il cacciatore (1981), sebbene tracce di suoi testi risalgano ai primi anni ‘settanta, gli anni della nuova grande messe dialettale. Continua a leggere Repertorio delle voci (XI, 2)

Repertorio delle voci (XI, 1)

Manuel Cohen

parchè la poeséa la pò arivé
– za préima dla paróla, – me pensìr
cumè lózzla ch’la vén a inluminé
l’energéa dla lèngua, – se santìr
dvè ch’u s rivela e’ mònd, – e’ su mudé
in ór, ór féin, e’ strimuléi lizìr
dl’amna che la vistéss la tu paróla
me fugh sòtta la zèndra dla tu róla…

perché la poesia può arrivare
– già prima della parola, – al pensiero
come favilla che viene a illuminare
l’energia della lingua, – sul sentiero
dove si rivela il mondo, – il suo mutare
in oro fino il fremito leggero
dell’anima che veste la parola
al nascosto fuoco della tua aròla…

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