Archivi categoria: marco ercolani

Due note di lettura

Giorgio Galli

Nel fermo centro di polvere”:
il canto di Marco Ercolani

Una silloge traversata da un’atmosfera di catastrofe e da colori freddi o autunnali. Presenza costante, il mare. Paesaggi marini che ricordano la pittura di Savinio, agitati da presenze ex-umane.

E’ Ercolani stesso a fornirci le chiavi d’accesso alla sua opera, rispondendo, in appendice, alle Tre domande indiscrete di Gabriela Fantato:

Non saprei dire chi parla, in questo libro. Posso dire qualcosa della musica che cerco di evocare: una musica atonale, ossessiva ma evocativa, dove alcuni superstiti emettono le loro voci come all’interno di un coro, che allude a qualcosa di tragico ma indefinito. Ogni arte si scopre porosa, lacunosa, traversata da sussulti. La mia poesia, nelle immagini che trova e in quelle che cancella, ha qualcosa di elementare, di atroce, di irriducibile alla logica del discorso comune. Dopo aver traversato il sogno e la notte ed essere stata a un passo dall’afasia, riprende a essere canto. Ma canto nudo, breve frammento, sempre all’inizio -che è anche l’approdo- di sé.

Continua a leggere Due note di lettura

Così muore mammina

Marco Ercolani

[Pagine rifiutate da Mia madre, musicista, è morta di Louis Wolfson e non confluite nel libro definitivo – violento atto di accusa contro la madre da parte del figlio schizofrenico. Wolfson è anche autore di uno scritto teorico, Le Schizo et les langues, amato da Gilles Deleuze.]

 

Continua a leggere Così muore mammina

Quaderni di Traduzioni (XLI)

Quaderni di Traduzioni
XLI. Aprile 2018

Yves Bergeret

__________________________
Le trait qui nomme
VI. La parole de la pente (2010, 2018)

__________________________

Quaderni di Traduzioni (XL)

Quaderni di Traduzioni
XL. Aprile 2018

Yves Bergeret

__________________________
Le trait qui nomme (2010, 2018)
IV. Journal du neuvième séjour au Mali (oct./nov. 2003)
V. Remarques d’avant le départ de février 2004

__________________________

Tutto questo

Marco Ercolani

Nota di lettura a:
Maria Luisa Vezzali
Tutto questo
(puntoacapo,  2017)

 

«bellezza è quell’armonia dolcemente
crocefissa nel rilievo dell’onda
che riconosci come un luogo
frequentato a lungo in un passato
che non è nel tempo
ma sul tetto della piramide
sfinge scava senza fine nel petto
il pozzo del dono che non fa rumore».

Continua a leggere Tutto questo

Docile e interminabile

Marco Ercolani

Lorenzo Calogero
(Docile e interminabile)

Lorenzo Calogero nasce a Melicuccà nel 1910, in provincia di Reggio Calabria. Studia ingegneria, poi si laurea in medicina, esercita saltuariamente la professione in Calabria e poi in provincia di Siena, dedicandosi con crescente interesse alla filosofia e alla letteratura. Pubblica a proprie spese alcune raccolte poetiche in case editrici minori: Poco suono, Ma questo, Parole del tempo, e cerca di stabilire contatti con poeti e case editrici (Betocchi, Bargellini, Einaudi) ma senza successo. Continua a leggere Docile e interminabile

La bellezza

Marco Ercolani

Alcuni frammenti di una lettera scritta da Sigmund Freud alle soglie della sua vita (1935).

Ho trascurato la bellezza, caro amico.
Mi sono messo a indagare i labirinti della ragione, per capire come dare un ordine ai confusi labirinti della non-ragione, e ho trascurato proprio la bellezza. Forse questa amnesia è un sintomo di qualcosa. Bisognerebbe amare solo le cose belle che durano sempre meno, come le lucciole, le farfalle, e se ne vanno, e non guardare troppo oltre. Anche la vita dell’uomo è troppo lunga. Io stesso sono durato troppo. L’uomo, anche malato, sopravvive.
Spero che tu, mio ultimo medico, sia pietoso e voglia togliermi serenamente dal mondo, dopo tutte queste operazioni. Queste labbra straziate non vogliono più parlare. Chi disse che a 50 anni bisognava morire!! Ah Dostoevskij, sì! Non ho mai parlato di lui. Meglio così: lo avrei frainteso, apponendo il mio ragionevole sigillo al limpido delirio del Santo Inquisitore.
Quanti errori! Che inutile ostinazione nel voler spiegare tutto l’inspiegabile! E la presunzione! Ma lei lo sa, amico mio, lei che inutilmente mi cura, lei lo sa che fino all’ultimo mi sono sentito un perfetto ignorante di tutto il mondo della psiche, io, il grande conquistador, io, Sigmund Freud?
Dopo, ho fatto un passo indietro, e le ombre mi sono apparse vere ombre.
Era necessario, per sentirmi umano.

Né qui né altrove

Luigi Sasso

Né qui né altrove

Su Il mese dopo l’ultimo
di Marco Ercolani

Ogni autentico scrittore interroga il linguaggio, ne esplora le potenzialità e i confini, lo trasforma, ce ne offre un’immagine nuova, che insieme ci sorprende e ci inquieta.
Si ha la sensazione, leggendo Il mese dopo l’ultimo, che per Ercolani le parole non possano esaurire tutta la realtà, tutta la sua stratificata e proteiforme configurazione. Resta sempre qualcosa di non detto, una cornice di silenzio percorre le frasi ogni volta che le parole si dispongono sulla pagina. C’è un’insufficienza che non deriva da una scarsa abilità del narratore, ma dalla natura del mezzo impiegato. Probabilmente uno dei modi di definire la letteratura è proprio quello di un linguaggio che non nasconde, ma al contrario rivela i suoi limiti «La lotta fra silenzio e parola fa emergere l’opera come lampo sulle rovine – come luce nera su macerie bianche. E così moltiplica il segreto». Continua a leggere Né qui né altrove

Il poema ininterrotto

Nino Iacovella
Francesco Tomada

“Una allucinata somiglianza, una serie progressiva di variazioni, lega le poesie del suo unico libro, che sembrano vivere una dentro l’altra, intrecciarsi e districarsi come un “registro di fragili danze”, come voci «nella traccia di vento / del nostro svanire all’approdo». Sembra che le poesie si rincorrano e si ricombinino in “fuochi di caduta”, in una “incurabile misura del guardare”, all’interno di un dolore che non trova sollievo: «alle tue spalle immagina / con quale lingua il deserto / racconta la piaga dove premeva / la lama della luce il varco / dove precipita il respiro». Ma una speranza resta: «basta un’eco una reliquia di voce / affiorata all’insaputa delle labbra / e il confine è la tua mano». La speranza è sempre, con violenza, «la pupilla / esplosa di un fiore». Lo sguardo origina dalla cecità.”

(Continua a leggere su Perìgeion)