Archivi categoria: memoria dell’oggi

Memoria dell’oggi: Carla Accardi

Senza titolo, fine degli anni ’60, guazzo su carta montata su tela, Fondazione Guggenheim
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Memoria dell’oggi: Carla Lonzi

Adesso esisto; questa certezza mi giustifica e mi conferisce quella libertà in cui ho creduto da sola e che ho trovato il mezzo di ottenere. Tutte le distinzioni, le categorie che esprimevano appunto il costituirsi della mia identità a partire dal dissenso – non vedevo altra via in quanto donna – non mi appartengono più: faccio ciò che voglio, questo è il contenuto che mi appare in ogni circostanza, non aderisco ad altro che a questo“. [Diario]

La Dimora del Tempo sospeso è il viandante di Briançon

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Yves Bergeret ha fotografato su un grande muro di Briançon quest’opera di street art che ha chiamato “Le marcheur de Briançon” – marcheur: viandante, camminatore, pellegrino, fuggiasco, migrante, perseguitato…

Tutto quello che pensiamo, leggiamo, scriviamo non avrebbe alcun valore né senso se, in ogni momento della nostra attività, non fossimo consapevoli delle migliaia e migliaia di marcheurs che tentano di varcare i confini tra disperazione e speranza.

La Dimora del Tempo sospeso è il viandante/migrante/pellegrino di Briançon perché nella Dimora del Tempo sospeso non esiste mai distinzione tra scrittura e atto politico della scrittura.

Memoria dell’oggi: Gino Strada

Gino StradaQuando i ministri cominciano a non fare i ministri, ma vanno in giro a dire la qualunque, sempre più circondati da un alone di militarismo, la cosa preoccupa molto. E mi preoccupa l’assoluta mancanza di umanità. Non dovrebbe essere prendersi cura dei cittadini il lavoro di chi deve garantire la sicurezza? Mi pare invece sia un lavoro orientato a ignorare i cittadini e spingerli a puntare il dito contro chi sta più in basso. Non si punta mai il dito in alto: perché ci sono milioni di poveri in Italia, non si dice mai.

Da una conversazione di Gino Strada con Chiara Cruciati, pubblicata sul Manifesto del 14 maggio 2019. 

Memoria dell’oggi: Carmelo Bene dedica la sua lectura Dantis “da ferito a morte non ai morti, ma ai feriti dell’orrenda strage”

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«Io mi scuso… io mi scuso per il vento che ha turbato questa dizione, questo canto e, sebbene ringrazi gli astanti, ricordo un po’ a tutti che ho dedicato questa mia serata, da ferito a morte non ai morti, ma ai feriti dell’orrenda strage» (Bologna, 31 luglio 1981)

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Un disegno di John Berger contenuto in Bento’s Sketchbook (p. 133 dell’edizione tascabile, editrice Verso, 2015).

Trovo molto significativo il fatto che, di anno in anno, la data del 25 luglio susciti nella memoria collettiva un’eco sempre più debole –  è l’ennesima conferma del fatto che l’Italia è un Paese che non ha mai fatto con serietà e determinazione i conti con il ventennio fascista, con quello che ha preceduto e seguito quel ventennio.

Si diffondono e si rafforzano, invece, come incontrovertibili verità menzogne e luoghi comuni (“il fascismo ha fatto anche cose buone”, “in Africa abbiamo portato il benessere”, “sotto Mussolini non esisteva la mafia”, “anche i partigiani, però…”, “ e le foibe, allora?”, eccetera).

Sono nipote di chi (il mio nonno materno), convinto antifascista, catturato sul fronte albanese dopo l’8 settembre, scelse di rimanere nei campi di prigionia tedeschi  e sono nipote di chi (un mio zio paterno), carabiniere diventato partigiano, fu ucciso in combattimento dai fascisti di Salò.

Se furono necessari due anni di guerra pagati con lutti da quasi tutte le famiglie italiane affinché gran parte della nazione capisse finalmente che cos’era il fascismo, il 25 luglio rimanga monito e memoria. Oggi SAPPIAMO che quei vent’anni furono privazione della libertà, ch’essi furono violenze e assassini, razzismo e irrazionale fede nell’uomo forte: lo SAPPIAMO e non possiamo ignorarlo.

E a vent’anni dai fatti di Genova dalla Dimora del Tempo sospeso si rinnova il NO convinto a qualunque forma di fascismo e di neofascismo.

Uno specchio per Christian Boltanski

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     L’arte della distanza t’apparteneva e anche quella del congedo, dell’assenza: l’inesausto andare del consumarsi, dello svanire, del trascorrere era (è) vita. Immersi nel tempo lo percepiamo vento, posizionarsi e trasmigrare di stelle, accendersi e spegnersi di luci pulsanti su specchi neri. E cantano le balene fin dall’inizio del tempo.

     Un’isola ricolma di scatole sonore (ritmi cardiaci di fratelli in umanità) è dono, rinnovato dono di risacca e in finibus terrae il vento attraversa grandi trombe di leggenda.            

     Contro il vetro d’una finestra è rimasto soltanto il riflesso di una vecchia menorah: e del suono d’una campanellina-animita: molte foto, davvero molte, ma la domanda tocca i nomi (come si chiamavano, dove abitavano, che cosa facevano) e torna indietro priva di risposta.

     Questa camicia un po’ scolorita, questa scarpa e il suo tacco scheggiato, questa giacca da muratore erano le pagine del tuo pensare, gli sprofondamenti della memoria. 

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     Una versione in qualche modo “speculare” di questo testo viene  pubblicata contemporaneamente nello spazio  Le Nature indivisibili – un grazie particolarmente sentito a Mauro Leone (Morel) per l’ospitalità.

luglio ’60 / Carlo Bordini

Carlo BordiniNel 1960 ci fu un tentativo di instaurare in Italia un governo di destra, il governo Tambroni. Era un monocolore democristiano appoggiato dai neo fascisti dell’MSI. Questo governo voleva essere una risposta a una ripresa operaia che era cominciata in Italia nell’anno precedente, e che si esprimeva in una forte ripresa degli scioperi dopo gli anni bui del dopoguerra.

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Africana

“Se c’è qualcosa che accomuna il continente, dalla Tunisia al Lesotho, è proprio lo sguardo coloniale che si è posato sulle terre africane. La ferita del colonialismo è ancora lì, visibile ai nostri occhi. E’ lì come un fantasma che infesta i sogni e occupa abusivamente le case. Ed ecco che sotto quello sguardo l’Africa soccombe. E diventa di volta in volta ancestrale, primitiva, selvaggia, misteriosa. Sono questi gli strascichi nocivi del colonialismo storico. Il continente doveva essere smembrato dalle potenze europee per essere sfruttato meglio, ma prima era necessario descriverlo come soggetto inferiore, che aveva bisogno degli europei e della loro “superiore” civiltà come il pane. E fu così che l’Africa venne inserita in una narrazione che la voleva, di volta in volta, innocente, premoderna, voluttuosa, bisognosa di ogni cosa, soprattutto dell’aiuto degli Europei.” (Igiaba Scego)

AA. VV.
Africana.
Raccontare il continente al di là degli stereotipi,
a cura di Igiaba Scego e Chiara Piaggio
Milano, Feltrinelli Editore, 2021

Memoria dell’oggi: Dario Bellezza

 

 

 

Dario Bellezza
(Roma, 5. 9. 1944 – 31. 3. 1996)

 

 

 

Ma non saprai giammai perché sorrido.
Perché fui il pedante Amleto
della più consolatrice borghesia.
Perché non ho combattuto il Leviatano
Stato che vuole tutto inghiottire
nella macchinosa congerie
della sua burocrazia inesorabile.
Ora mi nascono le unghie come ai morti.

da Invettive e licenze (1971)