Archivi categoria: memoria

La mano che canta

«Voyez, allez, apprenez, c’est le chemin de la vie que vous devez mener, bâtir, terrasser, inventer. Moi, je broute ma vie autour de mon rocher. Mais c’est ma vie-empreinte que je veux vous donner, recevez ces pierres aussi vides que les étoiles, recevez».

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Il danzatore Malige

Stefanie Golisch

Antique photo: Rope walker acrobat

Il danzatore Malige

Ho riletto in questi giorni un breve racconto del poeta Johannes Bobrowski (1917-1965) che si intitola Il danzatore Malige e che è ambientato nell’agosto del 1939. In una piccola città polacca un gruppo di soldati tedeschi attende. Non si sa – non sanno – che cosa. Ammazzano il tempo giocando a carte, dormendo, bevendo, condividendo barzellette. Tra di loro si trova il danzatore Malige, un artista di varietà, un outsider per natura.

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Alla salute del serpente

Combien durera ce manque de l’homme mourant au centre de la création parce que la création l’a congédié?

Quanto durerà questa mancanza dell’uomo, che muore al centro della creazione perché la creazione l’ha ricusato?

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L’Europa nel gorgo dei nazionalismi

Mario Pezzella

Non c’è dubbio che Putin stia conducendo una guerra di aggressione e che le sanzioni nei suoi confronti siano giustificate. Tuttavia l’autorevolezza morale e politica di chi le sta imponendo è prossima allo zero. Sono gli stessi Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia (e l’Italia come ruota di scorta) che hanno invaso e distrutto, o contribuito a distruggere, quattro Stati sovrani – Iraq, Afghanistan, Libia, Mali – senza subire sanzioni, che nessuno del resto ha osato chiedere. I droni e i bombardamenti hanno prodotto in quei Paesi le stesse devastazioni a cui oggi assistiamo in Ucraina. Anche lì sono morti bambini e sono stati distrutti ospedali. Ma le vittime non erano europee. E i profughi di quei Paesi sono destinati ai campi di concentramento. […]

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Nota dell’autore su “Il Crinale Puiseux”

Yves Bergeret

Da una mail a Francesco Marotta sulla traduzione di “L’arête Puiseux“.

Caro Francesco,
avevo probabilmente 18 anni, di sicuro non più di 20. Ero un giovane alpinista, troppo impulsivo, me ne rendo conto ora, che correva enormi rischi in imprese alpine particolarmente audaci. La mia famiglia era un disastro, oltretutto senza mezzi economici. A quanto ricordo, facevo di tutto per andarmene in montagna, da solo, ogni volta che potevo. Sono i giovani scalatori, di altissimo livello, che incontro da qualche anno, a mostrarmi l’assoluta spericolatezza di quello che facevo allora e di cui non mi ero mai reso conto; tra loro, anche una giovane coppia, sui trent’anni credo, con cui mi sono intrattenuto a lungo sabato scorso a Luc en Diois.

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I tatuaggi della nonna


Crescenzio Sangiglio

patiannaharootian.com


1) Premessa

A tutti è noto – o almeno dovrebbe storicamente essere noto – il genocidio perpetrato nel 1915 dai Turchi a carico delle popolazioni armene in Turchia.

Più di 1.500.000 Armeni (uomini, donne, bambini, giovani e vecchi) trovarono una tormentosa morte nei deserti e nelle montagne della Turchia centrale durante interminabili marce forzate e insostenibili lavori forzati, in condizioni di estrema crudeltà e spietatezza.

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“Cercare l’equilibrio sul filo del coltello”

Giovanni Nuscis legge Edifici pericolanti
di Massimiliano Damaggio

(…) Il titolo Edifici pericolanti e l’esergo di Vinicio de Moraes (Questo cercare l’equilibrio sul filo del coltello …) preannunciano la tensione che pervade dall’inizio alla fine quest’opera. Pericolante, secondo il dizionario Treccani, è ciò “che è in pericolo, che minaccia di crollare, di rovinare”. E fin dai primi versi troviamo conferma del sentimento di precarietà generato da una filosofia economica spietatamente selettiva della specie che ha segnato il destino, con poche eccezioni, della popolazione globale, finendo per ammorbarne le relazioni, lo slancio vitale e la fiducia tra le persone e nel futuro.  Di rado la poesia azzarda a tradurre in versi un fenomeno epocale così complesso e impoetico come il capitalismo, il neoliberismo, la metastasi del tessuto sociale ed economico che ne è derivata; come avviene a seguito di una guerra o di altro evento devastante.

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Massimiliano Damaggio
Edifici pericolanti
Postfazione di Fabio Franzin
Nota di lettura di Nino Iacovella
Milano, Dot.com Press, 2017

Canto del guardare lontano

Giuliano Scabia

da Canti del guardare lontano
Torino, Einaudi, 2012

[…]

DICE L’ANNO NUOVO
Possiamo passare?

DICE IL CAVALLO
Siamo qui per aprirvi la strada.

DICE L’ANNO VECCHIO
Benché cieco, pieno di ferite, vecchio
io ho l’esperienza – e posso confortare.

DICE IL CAVALLO, CANTANDO
Chi è il conforto? Chi è l’andare?
O gente in attesa: lontano
arriva il guardare ma noi
sino alla fine dello sguardo
sapremo un giorno arrivare?

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La spina dorsale

Danni Antonello
La spina dorsale
Poesie (2009-2017)

Macerata, Giometti & Antonello, 2021

« …Danni è sempre stato un vero ladro dei grandi testi poetici, nel senso che li assimilava, li ruminava e li digeriva, con umiltà ma mai con spirito epigonale: mi piace pensarlo come una sorta di macina, di quelle antiche dei mulini ormai diroccati e scomparsi, capace di dare ancora quella meravigliosa crusca scura, ruvida e povera, ma consistente e per nulla addomesticata alle regole di “purezza” che il mercato ci vende come “naturali”. E perché la poesia, per Danni, è essenziale come il cibo, povera come il pane nero, pericolosa come un impiastro d’erbe sconosciute, che non sai mai se faccia bene o male o, meglio, sai benissimo, per esperienza diretta, sulla pelle, e quindi tattile, che le due cose non possono essere mai separate». (Dalla Prefazione di Andrea Ponso)

Esci, fatti foresta, sterpaglia e bosco di sotto,
battere ramo su fronda: fruscio – infine: foresta.
Sperditi, e spandi il polline raro sui resti
fecondi del pasto dei lupi, nema a temere:
non sarai guardato in gola,
da segreto a segreto potrai conservare
la grazia, profonda, di foglia, argilla, che nasce –
come bianca, non incisa, un’aperta foresta
che nasce.