Archivi categoria: memoria

Bitches brew


(Cliccando sull’immagine si può ascoltare “Sanctuary”)

Mezzo secolo fa Miles Davis pubblicava Bitches brew, un’opera collettiva, senza tempo, che spazzava via per sempre i confini e le barriere tra i generi musicali. Il messaggio era chiaro allora e lo è ancora di più oggi, non solo per quello che riguarda la musica e l’arte in generale: le radici del futuro, dell’unico futuro ancora possibile, sono in Africa.

Mario Benedetti (1955-2020)


Mario Benedetti

Mandami le ossa, mandami il cranio senza gli occhi,
la mascella aperta, spalancata, fissa nei denti,
e i calzini sotto la tuta, eri rigido, eri rigido, eri una cosa
come un’altra, senza la forma che hanno i tavoli,
morso dallo stento del vivere, una cosa inservibile,
indecisa, un terriccio che non si nota, un pezzo di asfalto
di una strada anonima, eri tu, quella cosa, eri tu,
quella cosa, eri uno che è morto. Così fragile il tuo sorriso,
lo sguardo blu e gli zigomi, il metro e settantacinque
portato come un uomo che piace, che vive per sempre,
per sempre dentro una vita che per potere essere
vissuta deve sembrare una vita per sempre, mentre eri
della carne, quello che io sono uno per sempre ancora.

(da Tersa morte, 2013)

(Immagine: Mario Benedetti,
foto di Dino Ignani)

Materiali resistenti (1)

Mario Pezzella

Sarà un 8 settembre?

Il nostro primo ministro, citando Churchill, dice che stiamo attraversando l’“ora più buia”; speriamo invece che non sia un nuovo 8 settembre. Voglio alludere al fatto che da una sensazione di invulnerabilità dei corpi, di odio contro lo “straniero” e di identificazione col potere, si sta passando – in brevissimo tempo e non si sa per quanto – a una condizione di radicale insicurezza ontologica e politica, in cui tutti i parametri precedenti di comprensione e di riferimento sono sospesi e oscillanti.

Vedo che i filosofi discutono a proposito del contagio: è vero, è falso, è virtuale, è biopolitico, serve a introdurre uno stato d’emergenza, no l’emergenza c’è già, bisogna confidare nella scienza, no la scienza è una macchinazione, etc. È probabile che il paradigma biopolitico non spieghi interamente il presente stato di cose. Il “governo dei corpi” sta lasciando il posto a un disordine reattivo della natura, che pone in primo piano l’emergenza ecologica: la situazione attuale deriva dall’incapacità crescente a governare in modo non autodistruttivo la vita biologica.

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Showdown / Stardust

Fabrizio Bianchi

Showdown

vecchie poetesse ..[brutte o sciancate]
o ancor più vecchie traduttrici.
Terribili rosse con la faccia ../legnosa da cavalla
/irlandese
bianca e infiammata

come sconvolte e eccitate .. [quasi ubriache] di poesia
[io un sobrio, astemio mormone, al confronto: ..un triste shaker
che vive tra le sue /povere cose ..dalla monacale esiguità]
/minime

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Ciao, Fabrizio

Con profondo dolore apprendo della scomparsa del carissimo Fabrizio Bianchi. Chi l’ha conosciuto e frequentato, ricorderà sempre, al di là del suo pregevole lavoro di critico, di poeta e di editore, la sua presenza viva e generosa, la sua persona umile e grande, la sua ricerca inesauribile di valori autentici in un mondo letterario ormai completamente alla deriva nel vuoto di senso di tanti pallidi burattini e impresentabili figure di cartapesta. Ci mancherai, indimenticabile amico.

“Il castello di Apice” di Giancarla Frare

Il “mio” primo labirinto è stato il Castello dell’Ettore, ad Apice, nel Sannio, dove ho vissuto gli anni della mia infanzia, a seguito della mia famiglia. Un microcosmo, un hortus conclusus da cui raramente mi allontanavo perché tutto vi era compreso: l’asilo, la scuola elementare, le carceri, il ricovero dei cavalli, l’abitazione del nobile proprietario. Alcune botteghe artigiane e le due case di chi vi abitava. Una era la mia. Il castello, in parte distrutto dal terremoto del Sannio e recentemente restaurato, è stato oggetto di mie ripetute riprese fotografiche e filmiche, che, come il racconto, hanno individuato i nodi fondamentali di memoria del luogo, creando una rete di relazioni che, come rami di un albero, sovrappone i piani di lettura di un vissuto. Come Dedalo ho costruito il mio labirinto, fatto di molte variabili. Tentando poi di trovarne una, di uscita, come Teseo. E di liberarmene.

(Giancarla Frare, qui Il catalogo della mostra;
qui notizie sulla mostra.)

Il silenzio di Andrea Emo

Antonio Devicienti

Medito sulla vicenda esistenziale e intellettuale di Andrea Emo Capodilista: ecco un luminoso punto di riferimento, un silenzio appartato e fecondo, pochissime ma salde amicizie nutrite di letture comuni, d’intenso dialogo intellettuale. La scrittura a fecondare i giorni. Pagine e pagine di quaderno non a fissare o congelare il tempo dei giorni, ma a seguirlo nel suo trans-currere traverso e oltre le chiuse della mente; corrispondenze per affinità elettive (le uniche che contino) con autori del passato e della contemporaneità.
Quello scrivere a mano, paziente e ordinato (pochissime le cancellature, indizio di lunga e concentratissima meditazione); quell’accumulare i quaderni l’uno accanto all’altro, segno visibile del farsi del pensiero; quel rifuggire l’estetizzazione del pensiero, dal momento che lo studio e la riflessione hanno sempre al loro centro la consapevolezza (dolorosa eppure stimolante) che la meta della riflessione e dello studio sfugge ininterrottamente.
Eppure studiare, meditare, scrivere.
Ma se è vero che si scrive sempre troppo, sempre poco è quello che si realizza nel passaggio dal pensiero alla scrittura e la sfida da parte del mondo si enuclea proprio dentro tutto quello che si perde o non si raggiunge o non si scorge nel passaggio da pensiero a scrittura, in quell’alone d’ombra che ci resta accanto, consapevolezza di una tale mancanza o sottrazione o spazio vuoto che, proprio per questo, parla, ci provoca e scandalizza e possiede la sua forte presenza e le sue irrinunciabili rivendicazioni.
I fragili fogli di carta, i tratti a penna o a matita su di essi tracciati sono una biblioteca interiore che, traccia del silenzio, risplende per chi voglia ascoltare.

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(Tratto da: Tacere il proprio silenzio,
di prossima pubblicazione in
“Quaderni delle Officine”, XCI, novembre 2019)

Omaggio a Lorand Gaspar

Nei giorni scorsi è venuto a mancare, a Parigi, il grande poeta francofono Lorand Gaspar. Silenzio assoluto sulla stampaglia e la bloggaglia italiote, tutte intente a celebrare i loro eroi da avanspettacolo delle lettere, da sagra paesana del nulla in versi.
Ho chiesto a Yves Bergeret, che tra l’altro lo ha conosciuto e frequentato personalmente, di tracciarne il profilo per i lettori della Dimora. Il ritratto che ne emerge è quello di un uomo e di un poeta resistente, trasparente, umanissimo cantore della vita degli ultimi e dei senza storia. (fm)

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Memoria dell’oggi: Mercedes Sosa

mercedessosaMercedes Sosa (San Miguel de Tucumán, 9 luglio 1935 – Buenos Aires, 4 ottobre 2009)

Gracias a la vida que me ha dado tanto
Me ha dado el sonido y el abecedario
Con él las palabras que pienso y declaro
Madre, amigo, hermano y luz alumbrando
La ruta del alma del que estoy amando

Gracias a la vida que me ha dado tanto
Me ha dado la marcha de mis pies cansados
Con ellos anduve ciudades y charcos
Playas y desiertos, montañas y llanos
Y la casa tuya, tu calle y tu patio

 

Samori Touré (2)

Romain Poncet

[Continua da qui]

Quanti anni ha vissuto Samori? Cosa dicono le foto del guerriero. Senza dubbio, sul grigio e bianco del Journal des Voyages, le rughe sottolineano il suo sguardo smarrito. E’ seduto per terra, dritto, con un volto enigmatico, sostenuto da un sorriso imbarazzato o penetrante – chi può dirlo?
Il pubblico applaude: che nemico! Che prestanza! La Francia trova il tempo di inorgoglirsi dopo diciotto anni di massacri: la vittoria permette di passare dall’esecrazione a uno stato d’animo più magnanimo.

Quest’uomo unico, quest’imperatore irrigidito nel suo abbattimento, poteva essere alla fine la persona alla quale la Repubblica una e indivisibile stava dando la caccia dappertutto in Africa occidentale: il frammento mancante nello specchio della sua potenza.

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