Archivi categoria: memoria

La ciotola di Jaccottet

[Per ricordare Philippe Jaccottet (Moudon, 30 giugno 1925 – Grignan, 24 febbraio 2021) ripropongo lo splendido saggio di Antonio Devicienti (Una ciotola per attraversare il presente. Jaccottet e Morandi) già pubblicato su “RebStein” il 5 luglio 2019.]

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Tentata vicinanza

Presentiamo la Postfazione di Stefanie Golisch al volume, da lei stessa curato e tradotto, che raccoglie le lettere scritte da Cristina Campo a Alejandra Pizarnik in un arco di tempo che copre gli anni dal 1963 al 1970. L’opera sarà pubblicata integralmente nella “Biblioteca di RebStein”. Buona lettura. (fm)

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Il presente

Franco Fortini

………Il presente

…………..(Da Questo muro, 1973)

Guardo le acque e le canne
di un braccio di fiume e il sole
dentro l’acqua.

Guardavo, ero ma sono.
La melma si asciuga fra le radici.
Il mio verbo è al presente.
Questo mondo residuo d’incendi
vuole esistere.
……………..Insetti tendono
trappole lunghe millenni.
Le effimere sfumano. Si sfanno
Impresse nel dolce vento d’Arcadia.
Attraversa il fiume una barca.
È un servo del vescovo Baudo.
Va tra la paglia d’una capanna
sfogliata sotto molte lune.
Detto la mia legge ironica
alle foglie che ronzano, al trasvolo
nervoso del drago-cervo.
Confido alle canne false eterne
la grande strategia da Yenan allo Hopei.
Seguo il segno che una mano armata incide
sulla scorza del pino
e prepara il fuoco dell’ambra dove starò visibile.

Un ricordo di Franco Loi

“Erano tutti abitanti del rione, tra Teodosio e Loreto. Uno con le mani protese davanti alla faccia, come a proteggersi e a gridare – una faccia paonazza, gli occhi come buchi viola, i capelli impiastricciati, incollati alla fronte bassa; un altro con gli occhi stravolti, bianchi, le labbra tumide, dure; e altri ancora con le dita lunghe come rami, e certi colli gialli tra camicie gualcite, magliette spiegazzate […]
I parenti non potevano onorare i loro morti. Nessun grido, nessun pianto. I fascisti erano lì, giovani e spavaldi. In quel fotogramma della loro vita e della loro storia, sprezzanti, quasi a non dover o non poter tradire la parte che una terribile legge gli aveva assegnato.”

(Leggi l’intero articolo di Giuseppe Natale su Poliscritture)

La città bifronte

Antonio Devicienti

Credo che pochi Italiani sappiano che per secoli popolazioni di lingua e cultura tedesca hanno abitato accanto alle genti lituane, estoni, russe, polacche quella vasta e interessantissima regione d’Europa affacciata sulle sponde meridionali del Mar Baltico; molti Italiani hanno dimenticato la storia dolorosa degli IMI (Italienische Militär-Internierte – Internati militari italiani), di quelle migliaia di soldati italiani, cioè, catturati dall’esercito tedesco e deportati nei vari campi di lavoro del Reich e che non aderirono alla Repubblica di Salò, ma decisero di restare in prigionia anche se in condizioni terrificanti, ai quali non fu riconosciuto da Berlino lo status di prigionieri di guerra e che, liberati dagli Angloamericani o dall’Armata Rossa a seconda della dislocazione geografica dello Stalag (il campo di lavoro e di internamento) in cui si trovavano, affrontarono spesso un lungo e doloroso ritorno a casa, angosciato molto spesso dalla mancanza di notizie della propria famiglia. […]

……………………………………………..(Leggi l’intero articolo qui)

Per Tommaso Di Ciaula

Cammino da tempo cercando un ricovero.
Ma tutte le chiesette rurali che incontro, antichissime chiesette senza memoria, senza tempo, sono deposito di vecchi e polverosi attrezzi agricoli. Tra forti odori di paglia vecchissima e frutti marci, nugoli di insetti…
Ci sono anche molti palmenti nella zona, ma anch’essi impraticabili.
Avranno senz’altro 3-400 anni e si riunivano i contadini sotto quei muri. Sotto questi antichissimi palmenti, dalle immense volte a botte, e su quei pavimenti di vivida pietra, gruppi di contadini affiatati ed amici, portavano le loro rispettive rigogliose vendemmie.
Ed era grande festa:
con i lembi dei pantaloni fin sulle ginocchia, pestavano ritmicamente i grappoli divini.
Scivolavano gli umori fragranti e pungenti fin giù, nelle magnifiche cisterne di pietra.
Dopo il magico rito, ognuno si portava al paese la sua porzione di mosto, sui traini nelle tinozze e poi fin nelle panciute botti delle cantine.
Era una festa: un via vai di carri, di tinozze colme di mosto, inseguiti da nugoli di moscerini; scanditi dall’abbaiare di volpini saltellanti, nelle pozzanghere dell’autunno sognante e misterioso.

Tommaso di Ciaula, da Acque sante, acque marce, Sellerio, Palermo 1997,  pp. 10 e 11

La strage delle fonderie

Giovanni Giovannetti
Malastoria
L’Italia ai tempi di Cefis e Pasolini
Milano, Effigie Edizioni, 2020

Modena, 9 gennaio 1950

[…] a Modena calano 1.500 tra poliziotti e carabinieri armati rispettivamente di mitra Mab e di moschetto, a presidiare quella piazza e quella fabbrica fianco a fianco a tredici autoblindo da combattimento T17 Staghound della compagnia autocarrata dei Carabinieri di Bologna. Dal terrazzo della fabbrica i Carabinieri cominciano a sparare sui lavoratori e chi li sostiene. Mirano ad altezza d’uomo anche dai blindati e il bilancio si fa pesante: sei morti, centinaia di feriti e trentaquattro arrestati. Muore l’ex partigiano Angelo Appiani, 30 anni, colpito al petto da un colpo di pistola sparato a bruciapelo da un carabiniere. Muoiono colpiti da raffiche di mitra lo spazzino disoccupato Arturo Chiappelli, 43 anni, e Arturo Malagoli, 21 anni; sono entrambi ex partigiani. Muore l’ex partigiano Roberto Rovatti, 36 anni, che ha il torto di portare al collo una sciarpa rossa e per questo motivo viene brutalizzato con il calcio dei fucili e poi gettato cadavere in un fossato. Muore il carrettiere Ennio Garagnani, 21 anni, colpito dal fuoco delle autoblindo. E muore l’operaio metallurgico Renzo Bersani, 21 anni, preso a fucilate nei pressi della fabbrica.

(Leggi l’intero articolo qui)

Passa el tò cör tra j òmm

Franco Loi

(Genova, 21 gennaio 1930 –
Milano, 4 gennaio 2021)

vedi el nient, el vardi, e me vègn denter
la malagogna del diu che m’à creâ..
deserta giuèntü, spersa la vita,
tanta vergogna, amur pien de viltâ..
..me ciapa quèl silensi che m’inferna,
preghi la nott, me raspi, me remèni,
ghe giunti anca l’assogn.. Respund el verna,
e de luntan rümur d’una quaj machina
che porta per Milan l’aria suverna.
Uh tì, cacca del dìss, lengua de l’ànema,
pàrlum de lü, ‘na volta dì ‘n quajcoss,
che mì me sun malâ de l’aria eterna,
paüra de la nott nera de foss.

[Io vedo il niente, lo guardo, e mi viene dentro/ la maledizione del dio che mi ha creato../ deserta gioventù, spersa la vita,/ tanta vergogna, amori pieni di viltà../ ..mi prende quel silenzio che m’inferna,/ prego la notte, mi raspo, mi dimeno,/ ci perdo anche il sonno.. Risponde l’inverno,/ e da lontano i rumori di qualche macchina/ che porta per Milano l’aria sotterranea./ Oh te, cacca del dirsi, lingua dell’anima,/ parlami di lui, una volta dì qualcosa,/ che io mi sono ammalato dell’aria eterna,/ paura della notte nera di fosso.]