Archivi categoria: nino iacovella

Il poema ininterrotto

Nino Iacovella
Francesco Tomada

“Una allucinata somiglianza, una serie progressiva di variazioni, lega le poesie del suo unico libro, che sembrano vivere una dentro l’altra, intrecciarsi e districarsi come un “registro di fragili danze”, come voci «nella traccia di vento / del nostro svanire all’approdo». Sembra che le poesie si rincorrano e si ricombinino in “fuochi di caduta”, in una “incurabile misura del guardare”, all’interno di un dolore che non trova sollievo: «alle tue spalle immagina / con quale lingua il deserto / racconta la piaga dove premeva / la lama della luce il varco / dove precipita il respiro». Ma una speranza resta: «basta un’eco una reliquia di voce / affiorata all’insaputa delle labbra / e il confine è la tua mano». La speranza è sempre, con violenza, «la pupilla / esplosa di un fiore». Lo sguardo origina dalla cecità.”

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Per il decennale di RebStein, 15

Nino Iacovella

Polaroid
(Cronaca nera)

La notte devia il corso delle povere cose
rimaste abbandonate:
un cartello rotto, un tubo di ferro,
sono ora corpi contundenti
accanto a un volto sfigurato

Rimane l’ombra dell’ultima parola
nella slogatura della bocca,
mastica il dolore di quella terra nuda

Poi la prima luce del giorno mostra
:::::::::::::::::::::::::::::  un corpo duro e solo,
tutto quel rosso che ferisce gli occhi
::::::::::::::::::::::::::::::::::::     ::di chi guarda:
la fossa mai terminata, la faccia come
:::::::::::::::::::::::::::::::un disegno sbagliato,
le fiamme di un’Italia che brucia

2 novembre 1975
Idroscalo di Ostia

Prima del diluvio, 11

Immagine di Michele Guyot Bourg

 

 

Nino Iacovella

(Una terra come carne)

La poesia non può cambiare l’ordine
del dolore

Quella polvere non si poserà altrove,
piuttosto ricuce addosso la presenza
delle lapidi, insinuando al funambolo
che osa lo sguardo oltre la corda
che sovrasta le proprie rovine

Cercare ricordi, tra i muri anneriti
e le case abbandonate, noi tra le notti ancorate
con le unghie che vanno a fondo
ai bordi del materasso, avessimo visto i volti,
le madri tra i vuoti delle stanze,
avremmo un taglio più vistoso al collo
e come parole un filo di voce

Per questo lanciamo solo segnali di fumo
da posti sicuri e abbandonati

e se apriamo nascondigli
nutriamo un vuoto di formaldeide,
un lascito di brace che toglie il respiro

Lasciamo tepore, ma con parole di cenere
dopo ogni bivacco

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Latitudini delle braccia (II)

Mario Giacomelli, Natura morta

Nino Iacovella

Latitudini delle braccia, come tutte le opere di poesia riuscite, lascia al lettore parecchie domande irrisolte e la sensazione che questa stessa incertezza non sia confusione, ma arricchimento e profondità. Come scrive il poeta, riprendendo un’asserzione che in Montale suona lievemente più apodittica: «siamo corpi accecati dall’indugio: / né cose che sanno andare via, / né cose che sanno restare».
(Alessandra Paganardi, dalla Prefazione)

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Latitudini delle braccia

Opera di Lucio Orlando, 1978
Opera di Lucio Orlando, 1978

Nino Iacovella

[…] Iacovella si assume per intero la responsabilità di un passato non scelto, spesso neppure vissuto, che nel bene e nel male preme nel suo sguardo quale inestinguibile eredità transgenerazionale. È il “passato che non passa”, il pegno heideggeriano dell’essere gettati nel mondo. È la serie di fotogrammi ideali che fermarono i gesti, le rinunce, i limiti da cui siamo stati forgiati, e che soltanto in apparenza sono andati perduti: come un’acqua corrente essi sono arrivati alla nostra generazione, e ancora scorrono verso le successive. […] Il poeta, grazie al lungo esercizio di uno sguardo meta-individuale, può parlare all’unisono con i protagonisti di vicende anche molto remote, fino a immedesimarsi totalmente con loro (…); oppure, come in molti testi di questa raccolta, può divenire parte in absentia di una coralità che, proprio come la memoria, passa e rimane. Continua a leggere Latitudini delle braccia