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Del fare spietato

Pasquale Vitagliano

Scrivo sempre la stessa poesia
Passo sempre dagli stessi luoghi
So contare fino a tre
Riesco quasi sempre a fermarmi in tempo
Cerco sempre le stesse persone
Dopo averle perse
Sarà il mio modo di indagare
Sulla legge segreta del tempo
La forma per adeguarmi al suo moto pendolare
Mi rassicura questo ticchettio
Che ti dice dove stai e con chi
Che è impossibile restare a lungo nel quadrante
Che ti ritrovi di nuovo ai margini
Consolato dal fatto che da soli
Si scrive e si muore

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Pasquale Vitagliano
Del fare spietato
Osimo (AN), Arcipelago Itaca, 2019

Come i corpi le cose

Pasquale Vitagliano

Pasquale Vitagliano

[…] Il terzo tentativo di Vitagliano si riconnette esattamente a quello che lo ha preceduto ma il tono il passo e l’impegno di scrittura sembrano assai diversi.
Subentra la critica di costume e l’impegno civile si rivela qualcosa con cui bisogna in ogni modo riuscire a fare i conti. Molti dei testi contenuti nella raccolta, infatti, trattano temi di frontiera e sono frutto dell’osservazione di cambiamenti spesso profondi nella cultura italiana (soprattutto di quella meridionale).
[…] Non si tratta comunque di una conversione di Vitagliano alla poesia civile di taglio neorealista quanto della riconversione di certi temi già presenti nei suoi libri precedenti in un’ottica di oggettività descrittiva (il che certamente non esclude la presenza e l’impatto forte con la soggettività). I luoghi e le situazioni rappresentano pur sempre un “paesaggio dell’anima”.
Non si tratta, infatti, di una protesta contro un mondo pietrificato nella sua presenza di sempre quanto la volontà di rappresentare in essi la scarnificazione dei corpi e la trasformazione degli oggetti in una sorta di inquietante materia vivente (come in un romanzo di William S. Burroughs). Continua a leggere Come i corpi le cose

Il domatore di canzoni

Vincenzo Mastropirro

La lingua di Vincenzo Mastropirro

So viste accide le murte, questa ridondanza semantica rende bene il valore della poesia dialettale di Vincenzo Mastropirro. Sènza facce sìenze/ sènza sanghe/ sènza recurde/ sènza vausce/ sènza nudde// Nudde meninne mèi (senza faccia senza/ senza sangue/ senza ricordi/ senza voce/ senza niente// Niente bambino mio). Libera tanto dalla “globalizzazione dei linguaggi poetici”, quanto dalla “specializzazione” delle lingue nazionali, il linguaggio poetico si dispiega nel vuoto pneumatico della libertà. Continua a leggere Il domatore di canzoni

Il cibo senza nome

Pasquale Vitagliano

La chiave di lettura della poesia di Pasquale Vitagliano è il percorso di una voce che insegue, mentre la vive con intensità, una definizione del caos tutt’altro che calmo della vita con le sue ricadute continue nell’ossessivo (“Non è riuscita ad agglutinarla neppure / il tempo…”). Quella vita che in mille rivoli e frammenti continuamente scivola via, scorre inafferrabile eppure è tenuta, provata, goduta per qualche attimo, anche se “Hai voglia tu a sperare che / domani la storia potrà essere riscritta. / Tutto quello che hai detto, e fatto / si riverserà dentro senza farsi domande”. Continua a leggere Il cibo senza nome

Tre storie spezzate

Pasquale Vitagliano

Carlo Michelstaedter, Guido Pasolini e Giaime Pintor,
tre storie “spezzate” di un’altra Italia.

In attesa che arrivi un’Italia migliore, l’occasione di vivere in un’altra Italia l’abbiamo avuta. E persa. Nel paese delle due chiese opposte, quella cattolica e quella rossa, non sarebbe stato male offrire un viatico per una terza frontiera, non bigotta, ma neppure dogmatica. La via della libertà, ha scritto Savinio, è quella di offrire sempre tre possibilità. Continua a leggere Tre storie spezzate

Nella “Casa viola”

Pasquale Vitagliano

Nota critica a
Marco Scalabrino, La casa viola, Edizioni del Calatino, 2010.

Staiu / na casa / cu li naschi ciola. / Stulani / a conza / di collamitina. / E lampi / e trona / pi viviruni (Abito / una casa / con le narici viola. / Inquilini / a prova / di colla d’amido. / E lampi e tuoni in terrazza.), sono entrato con curiosità nella Casa viola di Marco Scalabrino. Vi sono entrato inseguendo suggestioni ed associazioni successive. Mi viene in mente la Camera verde di Truffaut o la Camera azzurra di Simenon. Niente di tutto questo. In questa casa non veniamo ospitati né in una cappella sepolcrale e neppure in una alcova clandestina. La casa di Scalbrino si apre su una terrazza ventosa e da qui si sente la Sicilia. Suli-pigghialu / di Frivaru. / Nta na seggia di juncu / a stenniri / l’arma mia / agghiummata (Sole incerto / di Febbraio. / Su una sedia di giunco / è stesa / l’anima mia / ingobbita).

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Come calce nei palmi

Pasquale Vitagliano

Se il presente è la sostanza vivente da cui la poesia trae i materiali per dare corpo ai suoi fantasmi di parole, il senso della scrittura è tutto nella libertà di forzare e di spingere sul bordo d’altro – verso un dire che restituisca l’alfabeto della prima pronuncia – le immagini e i suoni che l’occhio ingloba durante l’attraversamento: una tensione inappagata a riaverne, come pegno e destino, una memoria affrancata, una memoria mobile, metamorfica, non fossilizzata, capace di rispondere ad ogni richiamo col grido della ferita da cui si originano il degrado e la maceria in cui siamo immersi, come individui e come comunità ammutolita. Continua a leggere Come calce nei palmi

Realtà vince il sogno

Carlo Betocchi

Realtà vince il sogno. La poesia “solitaria” di Carlo Betocchi.

Si propone la lettura, e magari la riscoperta, di un poeta ai margini della letteratura del ‘900, eppure tutt’altro che marginale. Erede dell’ermetismo, Carlo Betocchi è stato una voce solitaria ma non isolata nell’oceano poetico italiano. Betocchi si è distinto per originalità d’ispirazione. Singolare combinazione di potenza visionaria (Campana, Rimbaud) e realismo (Realtà vince il sogno), di soluzioni di matrice classica (Pascoli) e oggettiva rappresentazione della realtà, la sua poesia preannuncia la fuoriuscita dal Novecento. La sua “rinuncia alla cantabilità” è legata alla religiosa ricerca del “silenzio” quale “requie del canto che non serve più”. Lontano da sperimentalismi e neo-avanguardie, Betocchi percorre un cammino personale poetico (e anche spirituale) che porta “faccia a faccia con la vita e con i suoi confini”. “Ho smesso di credere scandalizzato da quell’essere consolato da solo (nella fede) (…)”, scrive Betocchi a David Maria Turoldo. Lo scandalo sta in questa ricerca solitaria della salvezza, dell’uscita dal dolore. E’ l’eterno urlo di Giobbe. Eterno, eppure attualissimo. Amico di Caproni e Pasolini, fu un fertile promotore di cultura, tra i fondatori della rivista fiorentina Frontespizio, dalla quale furono scoperti poeti come Vittorio Sereni. Buona lettura. (Pasquale Vitagliano)

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Amnesie amniotiche – di Pasquale Vitagliano

(Mark Rothko, White, Red, on Yellow, 1958)

h2_1985_63_5Fine della Storia

Volevamo essere statue,
solo solcate
dalle lacrime degli
sconfitti
e mosse dal ritmo
dei loro passi.
Siamo solo
acqua smarrita,
impotente
alla forma
e al colore
di sordide bottiglie.
Siamo solo
lische lasciate
sulla polvere
di un muro a secco.

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