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Antonio Devicienti su “Hairesis”

Sul blog-rivista Il Primo Amore, Antonio Devicienti propone una lettura di Hairesis: un vero attraversamento del libro, del quale porta a galla echi e risonanze profonde grazie alla sua finezza di critico e a un’innata, naturale disposizione-vocazione all’ascolto dei testi.

Ringrazio sentitamente l’autore e la redazione tutta, a partire da Jonny Costantino che ha pubblicato l’articolo. Lo si legge qui.

Prestare parola al desiderio

Antonio Devicienti

Prestare parola al desiderio.
Su Tutto è sempre ora di Antonio Prete

Tutto è sempre ora (Torino, Einaudi, 2019) è una precisa visione della poesia, una postura della parola, un ritmo della scrittura. Questo libro è luminosa regione di un continente composito e affascinante, ricco e complesso, costituito da saggi scientifici, traduzioni, racconti, scritture al confine tra il journal intime e il carnet de voyage, memoria e descrizione.
Antonio Prete ha affermato più di una volta di aver scritto in poesia fin dall’adolescenza, ma di fatto ha pubblicato la sua poesia in età matura, come se avesse avuto pudore di farlo troppo precocemente o timore nel mentre si confrontava da lettore innamorato e da valente studioso con giganti che rispondono al nome di Leopardi, Baudelaire, Char, Hölderlin, Jabès…
Credo infatti che esista, in alcuni autori, un’umiltà, un pudore, che li spinge a un limae labor indefesso e a mantenere a lungo nell’ombra (parola, concetto e immagine fondamentale nell’opera di Prete) la propria produzione artistica, e quest’atteggiamento è accentuato se per scelta esistenziale e per mestiere si smontano e si rimontano, si studiano, si amano nelle loro intime pieghe le opere dei grandi. […]

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L’articolo sarà pubblicato integralmente
in “Quaderni delle Officine“, XCVII

La Passione di Eugenio

Paolo Ottaviani

Meditazioni inconcluse sopra “L’altra passione – Giuda: il tradimento necessario?”
di Eugenio De Signoribus

(Pubblico l’intervento che Paolo Ottaviani dedica a Eugenio De Signoribus e si tratta di meditazioni, appunto, appassionate e profondamente partecipi nei confronti di un libro, ma anche di un’intera opera poetica e di una persona – l’amico stimato e ammirato – che comprovano quanto la poesia sappia andare oltre il fatto puramente letterario.  A. D.)

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Una condizione concava

Marco Ercolani

Una condizione concava

La parola, bloccata dal senso comune nel recinto di una sola prospettiva, smette di vorticare, diventa un pezzo di plastica, un oggetto inerte che smette di sedurre: solo quando riprende a girare, inafferrabile trottola, riacquista il suo primo, indefinibile senso, quella natura di danza, di suono pieno di discorso. Ma questa danza, come si esprime? Nel ricevere e mescolare suono e parola con originali alchimie. Il poeta è un essere concavo, che trasforma le complessità in visioni linguistiche; non un essere convesso, chiuso in una veduta senza risonanze. Continua a leggere Una condizione concava

Materiali resistenti (1)

Mario Pezzella

Sarà un 8 settembre?

Il nostro primo ministro, citando Churchill, dice che stiamo attraversando l’“ora più buia”; speriamo invece che non sia un nuovo 8 settembre. Voglio alludere al fatto che da una sensazione di invulnerabilità dei corpi, di odio contro lo “straniero” e di identificazione col potere, si sta passando – in brevissimo tempo e non si sa per quanto – a una condizione di radicale insicurezza ontologica e politica, in cui tutti i parametri precedenti di comprensione e di riferimento sono sospesi e oscillanti.

Vedo che i filosofi discutono a proposito del contagio: è vero, è falso, è virtuale, è biopolitico, serve a introdurre uno stato d’emergenza, no l’emergenza c’è già, bisogna confidare nella scienza, no la scienza è una macchinazione, etc. È probabile che il paradigma biopolitico non spieghi interamente il presente stato di cose. Il “governo dei corpi” sta lasciando il posto a un disordine reattivo della natura, che pone in primo piano l’emergenza ecologica: la situazione attuale deriva dall’incapacità crescente a governare in modo non autodistruttivo la vita biologica.

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Non siete altro che degli imbecilli?

Raoul Vaneigem

Nel 1898, Zo d’Axa, indignato per la stupidità dominante, scrisse un libello che intitolò: “Siete soltanto degli imbecilli!”. La constatazione, ahimè, non ha perso nulla della sua pertinenza ed è solamente la preoccupazione di non dare adito né al disprezzo né alla generalizzazione che mi esorta a dargli una forma interrogativa. Non conviene esasperare coloro che il rincoglionimento mediatico non è riuscito a scalfire perché hanno conservato il gusto di vivere, e per i quali l’intelligenza sensibile prevale sul calcolo economico. Si può giudicare sconvolgente lo spettacolo di intere popolazioni rassegnate a putrefarsi da vive nella palude finanziaria che prolifera ovunque, sterilizza i suoli, inghiotte le conquiste sociali. Ma la funzione dello spettacolo non è proprio quella di intrattenere, agghindando con divertenti volgarità la disperazione, la paura e la rassegnazione, che sono i migliori sostegni dell’oppressione statale e mafiosa?

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Ritmi dello svanire

Antonio Devicienti

La coppia dei paraventi che costituiscono l’opera Shōrin-zu byōbu di Hasegawa Tōhaku non è una rappresentazione o, peggio, una raffigurazione di un bosco di pini avvolto dalla nebbia e dalla pioggia, ma una scrittura ritmata di pieni e di vuoti, di visibile e di non visibile, di presenze e di assenze consegnata a un uso apparentemente prosaico (decorare un paravento): il bosco di pini ritma, invece, gli spazi della casa e chiama l’occhio (presenza della mente aperta sul mondo) a soffermarsi sull’apparire e sullo scomparire, sull’illusorio e sul transeunte. Chiama la mente a pensarsi illusoria e transeunte. […]

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Il silenzio di Andrea Emo

Antonio Devicienti

Medito sulla vicenda esistenziale e intellettuale di Andrea Emo Capodilista: ecco un luminoso punto di riferimento, un silenzio appartato e fecondo, pochissime ma salde amicizie nutrite di letture comuni, d’intenso dialogo intellettuale. La scrittura a fecondare i giorni. Pagine e pagine di quaderno non a fissare o congelare il tempo dei giorni, ma a seguirlo nel suo trans-currere traverso e oltre le chiuse della mente; corrispondenze per affinità elettive (le uniche che contino) con autori del passato e della contemporaneità.
Quello scrivere a mano, paziente e ordinato (pochissime le cancellature, indizio di lunga e concentratissima meditazione); quell’accumulare i quaderni l’uno accanto all’altro, segno visibile del farsi del pensiero; quel rifuggire l’estetizzazione del pensiero, dal momento che lo studio e la riflessione hanno sempre al loro centro la consapevolezza (dolorosa eppure stimolante) che la meta della riflessione e dello studio sfugge ininterrottamente.
Eppure studiare, meditare, scrivere.
Ma se è vero che si scrive sempre troppo, sempre poco è quello che si realizza nel passaggio dal pensiero alla scrittura e la sfida da parte del mondo si enuclea proprio dentro tutto quello che si perde o non si raggiunge o non si scorge nel passaggio da pensiero a scrittura, in quell’alone d’ombra che ci resta accanto, consapevolezza di una tale mancanza o sottrazione o spazio vuoto che, proprio per questo, parla, ci provoca e scandalizza e possiede la sua forte presenza e le sue irrinunciabili rivendicazioni.
I fragili fogli di carta, i tratti a penna o a matita su di essi tracciati sono una biblioteca interiore che, traccia del silenzio, risplende per chi voglia ascoltare.

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(Tratto da: Tacere il proprio silenzio,
di prossima pubblicazione in
“Quaderni delle Officine”, XCI, novembre 2019)

Domino e giochi a carte

Yves Bergeret

“Tremble la terre
tremble la strate blanche
tremble la strate noire
seul compte le tremblement
tandis qu’à reculons le volcan
retourne ricaner
même pas dans une radicelle
du cacaoyer togolais.”

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Niímptem. Un diario

Massimo Sannelli

“La metrica è il vestito dei pensieri. Mentre voi interpretate il contenuto – perché le idee vi ossessionano, e a scuola vi hanno insegnato a cercare e parafrasare il contenuto – io cerco di interpretare il contenuto della forma. Esempio: nell’Orestiade di Eschilo c’è un epiteto, quindici volte, e Pasolini non lo traduce mai – e nessuno se ne accorge. Io penso che questa assenza formale abbia un contenuto. E che lo abbia di per sé, contemporaneamente al contenuto mitico e religioso dell’Orestiade e della sua traduzione. Ma questa assenza formale non è il contenuto parafrasabile, amato dalla scuola. Si tratta di un contenuto diverso.
Se la metrica è il vestito dei pensieri, non basterà descrivere gli accenti. La descrizione non è analisi, ma una tautologia. Per forza.
Se la metrica è il vestito dei pensieri, il vero contenuto non è quello che appare, ma i pensieri. E i pensieri sono segreti: quasi sempre inconfessabili. Si può scoprire che in un segreto – l’evidente assente – c’è un mondo ostile a the best minds of my generation. Solo cinquantotto anni per notare l’evidente assente: che cosa volete che siano? Abbiamo perso troppo tempo a fare gli scolastici, di contenuto in contenuto. E invece si dovrebbero riaprire le ostilità. Occuparsi dei contenuti è come fare diplomazia. Va bene. Ma sull’evidente assente si gioca una questione molto piú seria: nel caso dell’Ambiguo, il mitografo, si tratta di cose da mitologi.”

(Tratto da qui)