Archivi categoria: poesia dialettale

Il domatore di canzoni

Vincenzo Mastropirro

La lingua di Vincenzo Mastropirro

So viste accide le murte, questa ridondanza semantica rende bene il valore della poesia dialettale di Vincenzo Mastropirro. Sènza facce sìenze/ sènza sanghe/ sènza recurde/ sènza vausce/ sènza nudde// Nudde meninne mèi (senza faccia senza/ senza sangue/ senza ricordi/ senza voce/ senza niente// Niente bambino mio). Libera tanto dalla “globalizzazione dei linguaggi poetici”, quanto dalla “specializzazione” delle lingue nazionali, il linguaggio poetico si dispiega nel vuoto pneumatico della libertà. Continua a leggere Il domatore di canzoni

Repertorio delle voci (XXIII)

Manuel Cohen
Dina Basso

Dina Basso tra le primizie del deserto.

“Nun serva a nenti cummighiarisi,
tantu quannu scrivemu
semu sempri’ a nura”

(“Non serve a niente coprirsi,
tanto quando scriviamo
siamo sempre nudi”)

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Repertorio delle voci (XXII)

Manuel Cohen
Salvatore Pagliuca

La terra e la lingua.
Tra orti e pietre la parola
di Salvatore Pagliuca.

“…ciascuno risale per strade
di pensieri più chiari e inquieti
come una nazionale tra oliveti
da sicignano a vietri”

     Con Lengh’ r’ terr’ (Lingua di terra), Salvatore Pagliuca, archeologo, infaticabile operatore culturale, studioso di arte contemporanea e di storia locale, basti qui ricordare la prova narrativa in cui storia e fiction danno luogo a un esito inatteso: Il 1799 a Muro ovvero su di un manoscritto perduto, ritrovato e nuovamente perduto (1999), consegna al lettore una ampia scelta del suo lavoro in versi edito in volume, o presente in antologie, si pensi ai componimenti apparsi nei volumi curati da Tito Spinelli (2000; 2011) e da Luciano Zannier (1998; 2005), o in edizioni d’arte: è il caso, ad esempio, dei versi che corredano il catalogo So quanti passi. Muro lucano dal 1981 al 1997 nelle fotografie di Antonio Pagnotta (1998); nonché una nuova sezione di Inedite. Le raccolte edite nell’ultimo ventennio sono: Cocktél (1993), Orto botanico (1997), Cor’ šcantàt’ (Stupido cuore spaventato, 2008) e Pret’ ianch’ (Pietre bianche, 2010). Quattro solchi d’aratro, o quattro scavi nell’archeologia della lingua e del paesaggio, che marcano la scrittura e la vita. Continua a leggere Repertorio delle voci (XXII)

Repertorio delle voci (XXI)

Manuel Cohen
Giuseppe Rosato

Sabato 5 maggio alle ore 18, nel Teatro Fenaroli della sua città, Lanciano, verranno festeggiati gli ottant’anni di Giuseppe Rosato, il più importante poeta abruzzese vivente. L’autore è nato a Lanciano in provincia di Chieti nel 1932.
Ha pubblicato le raccolte di poesie: La cajola d’ore, Lanciano, Cooperativa Editoriale Tipografica (CET), 1956; Ecche lu fredde, Pescara, Riccitelli, 1986; Ugn’addó, Monterotondo, Grafica Campioli, 1991; L’ùtema lune, Faenza, Mobydick, 2002, pref. Franco Loi; E mó stém’accuscì, Torino, I libri del Quartino, 2003; La vergogna del mondo, San Cesario di Lecce, Pietro Manni Editore, 2003; La ‘ddòre de la neve, Novara, Interlinea Edizioni, 2006, pref. Giovanni Tesio; La distanza, Book editore, Bologna, 2010; La nève, Carabba, Lanciano, 2010; Vedere la neve, Carabba, Lanciano, 2011.
Ha diretto i periodici “Dimensioni” (con Ottaviano Giannangeli e Giammario Sgattoni) e “Questarte”.

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Repertorio delle voci (XX)

Manuel Cohen

[Si ripropone un intervento, qui riveduto e corretto, precedentemente apparso, con il titolo Una monografia su Tonino Guerra: Luigi D’Amato, ‘Il paese che è dentro di me. La poesia di T. G.’, Maggioli, Rimini, 2005, su «Il parlar franco», anno V, n. 5, novembre 2005, pp. 70-74.]

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Repertorio delle voci (XVI)

Manuel Cohen
Franco Loi

Franco Loi. Categorie della dispersione in Stròlegh
e nel passato-presente degli anni Sessanta-Settanta.

“I dis: al scriveva mei na volta,
ca sum dvntà volgare.”
(“Dicono che scrivevo meglio una volta,
dicono che sono diventato volgare.”
)
(Cesare Zavattini, A l’arcnosi, Lo riconosco, 1973)

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Il Parlar Franco

Franco Loi

“Franco Loi è poeta della socialità e congiuntamente delle intervenute difficoltà a saldare in un qualche modo le attese dell’epoca in un comune e condiviso orizzonte. Autore della speranza e insieme del disincanto – potremmo quasi affermare guardando all’insieme della sua produzione, al suo primo come ugualmente al suo secondo tempo. O con più stringente sintesi: agente e riflesso della Modernità (nelle sue tensioni positive e umanistiche), ma poi anche della post-modernità. In concreto, tutta l’opera poetica di Loi, pur nelle sue articolazioni, vive in una essenziale e duratura unità. (…) La forza di Loi è la percezione ansiosa che nasce da quell’immensità d’attesa che appartiene e che anche compete in quanto dovere agli uomini.”

[Il Parlar Franco n. 10 – Indice del volume]

Il Parlar Franco
Rivista di Cultura Dialettale e Critica Letteraria

Direttore: Gualtiero De Santi
Pazzini Stampatore Editore (RN)

 

Pret’ ianch’ (Pietre bianche)

Salvatore Pagliuca

Un diario di guerra del padre ritrovato – dopo molti anni – dal figlio Nicola. Pagine che descrivono la cattura in Grecia dei soldati italiani dopo l’armistizio dell’8 settembre da parte dell’esercito tedesco, il viaggio di deportazione nel lager polacco di Auschwitz e l’esperienza di un contadino meridionale nel luogo del dolore assoluto. Dialogando con suo padre da un’enorme distanza temporale, Nicola ripercorre la storia del dopoguerra e di un rapporto padre-figlio che è lo specchio di un’Italia normale, fatta di sacrifici e di speranze, di gioie e dolori, di morte e vita e di quello che sta in mezzo.

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Fontana Parađiśe

Pier Franco Uliana

“A volte la voce viene da chissà quale corpo arboreo, o anche da fontane di stillicidio celate dal sottobosco, per tentare un qualche colloquio che non sia solo chiasso d’ombra. È voce di selva che per sentieri impervi, i sentieri percorsi e perduti dal linguaggio errante, si fa canto d’uccelli in volo, di quelli che sbandano alla radura del foglio, sospinti dal facile vento del fiato. La occupano per cantare la vita sotto forma di comèđia, una finzione di senso, tra lo specchio del cielo e il roccolo di foglie in attesa, che significa tanto la rete delle cose quanto l’anello del tempo, senza clamore alcuno. Di là del margine non c’è nient’altro, se non quello che si vede: il bosco che recita in silenzio il ciclo delle stagioni. Ed è il loro un verso vernacolo, almeno fino a quando il muschio di un’altra lingua non abiterà la bocca per rinnovare i nomi e ricoprire definitivamente i vecchi.”

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A stragi da Purtedda

Ignazio Buttitta

A stragi da Purtedda

Nni lu Chianu da Purtedda
chiusu nmenzu a dui muntagni
c’è na petra supra l’erba
pi ricordu a li cumpagni.

All’additta nni sta petra
a lu tempu di li Fasci
un apostulu parrava
pi lu beni di cu nasci. (*)

E di tannu sinu ad ora
a Purtedda da Jnestra
quannu veni u Primu Maggiu
c’è u populu e fa festa.

Giulianu lu sapía
ch’era a festa di li poviri
na jurnata tuttasuli
doppu tantu tempu a chiòviri.

Cu ballava, cu cantava,
cu accordava li canzuni;
e li tavuli cunzati
di niciddi e di tirruni.

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Per una resistenza al non luogo (II)

Pier Franco Uliana

 

Dialogo di una sfinge e di un boscaiolo

“toutes ces cimes chauves qui regardent d’en
haut la Méditerranée ont perdue leur couronne
de culture, de forêts. Et reviendra-t-elle?
Jamais.”

(Jules Michelet, La Bible de l’Humanité, II, 9)

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Per una resistenza al non luogo (I)

Pier Franco Uliana

Rimappatura mentale del luogo-Cansiglio per una resistenza al non luogo, ovvero considerazione glocale sul bosco.

Non è un caso che la selva oscura sia stata assunta da Dante come allegoria del peccato. Nell’immaginario occidentale, fin dalle origini, il bosco (la hyle-sylva greco-latina) equivale all’indifferenziato, al caos primordiale, all’ambivalenza che fa coincidere i contrari; è la natura stessa che dispiega nella metamorfosi la sua possanza, dove sono assenti la luce del lógos e il rigore morale. Continua a leggere Per una resistenza al non luogo (I)

Repertorio delle voci (XIV)

Manuel Cohen
Marino Monti

Lus

Lus ch’al n’ha fatèz
al s’apéja
int e’ bur.
L’udor dla môrta
l’é póch luntân.
La mi crôsa
la j è a là
in che mur d’ombri
za pronta
par pighem
e’ côr.

[Luci – Luci senza sembianze / si accendono / nel buio. / E’ vicino / l’odore della morte. / La mia croce / è là / in quel muro d’ombre / già pronta / per piegarmi / il cuore.]

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Repertorio delle voci (XIII)

Manuel Cohen
Fabio Franzin

Chi legge per la prima volta questi versi è un lettore privilegiato. Si ritrova davanti, senza che nessuno gli abbia aperto o distorto lo sguardo, un’evidenza nuda, incontrovertibile, priva di argomenti. Come davanti al diario di Simone Weil sulla condizione operaia, ma alla rovescia, in una salda e coerente inquadratura soggettiva: lo stato di mobilità di ottanta e più lavoratori dell’industria del mobile, oggi, nel Nordest in crisi. Qui Franzin apre lo scenario, e racconta in sestine, in dialetto, con la stessa lingua, lo stesso passo del suo Fabrica, forse il miglior libro di poesia italiana dell’ultimo decennio. Lì si sentiva l’epica delle mani: l’elogio della loro arte di esistere e di mettere insieme i pezzi della lavorazione e il sostentamento delle vite, con l’affanno, il massacro delle tenerezze, delle aspirazioni, delle femminilità. Fabrica era il lungo canto ritmato, senza strepito, di quelle mani che ora sono state fermate, deprivate della loro capacità di afferrare il mondo e di capirlo. La realtà si è fatta obliqua, piena di salti e di curvature: l’ordine delle certezze è saltato, ed è cambiata la percezione del tempo, del paesaggio, dei rapporti familiari. Queste mani orfane dovranno imparare un modo nuovo di percepire, di accostarsi alle cose. (Stefano Colangelo)

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Nella “Casa viola”

Pasquale Vitagliano

Nota critica a
Marco Scalabrino, La casa viola, Edizioni del Calatino, 2010.

Staiu / na casa / cu li naschi ciola. / Stulani / a conza / di collamitina. / E lampi / e trona / pi viviruni (Abito / una casa / con le narici viola. / Inquilini / a prova / di colla d’amido. / E lampi e tuoni in terrazza.), sono entrato con curiosità nella Casa viola di Marco Scalabrino. Vi sono entrato inseguendo suggestioni ed associazioni successive. Mi viene in mente la Camera verde di Truffaut o la Camera azzurra di Simenon. Niente di tutto questo. In questa casa non veniamo ospitati né in una cappella sepolcrale e neppure in una alcova clandestina. La casa di Scalbrino si apre su una terrazza ventosa e da qui si sente la Sicilia. Suli-pigghialu / di Frivaru. / Nta na seggia di juncu / a stenniri / l’arma mia / agghiummata (Sole incerto / di Febbraio. / Su una sedia di giunco / è stesa / l’anima mia / ingobbita).

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Repertorio delle voci (XII)

Manuel Cohen
Dina Basso

’nto dialettu
i puntini puntini
nun ci stanu:
nunn’è lingua ppi cu
nun sapa cca ffari.

Nel dialetto
i puntini di sospensione
non ci stanno:
non è lingua per chi
non sa cosa fare.

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