Archivi categoria: poetiche

Ritratti incrociati. Leiris e Bacon

Giuseppe Zuccarino

Tra gli scrittori novecenteschi, Michel Leiris è senz’altro uno di quelli che hanno stabilito un più stretto rapporto con le arti visive. Ciò è accaduto tramite la frequentazione diretta di pittori e scultori (trasformatasi spesso in amicizia), ma anche mediante la stesura di pregevoli testi sugli artisti. Inoltre Leiris, essendo collezionista e imparentato con una famiglia di galleristi, ha potuto acquisire un gran numero di opere significative. Basti pensare che quando, nel 1983, egli decide di donarle quasi tutte ai musei nazionali, tale donazione, che comprende «90 quadri, 30 sculture, 85 disegni e collages (Bacon, Braque, Derain, Giacometti, Gris, Klee, Miró, Picasso, Vlaminck, ecc.) […], è la più importante collezione venuta ad arricchire il patrimonio moderno dei musei francesi». A ciò si può aggiungere che Leiris ha avuto il raro privilegio di essere ritratto da quattro fra i maggiori pittori del suo secolo: Picasso, Masson, Giacometti e Bacon. Continua a leggere Ritratti incrociati. Leiris e Bacon

Antonio Devicienti su “Hairesis”

Sul blog-rivista Il Primo Amore, Antonio Devicienti propone una lettura di Hairesis: un vero attraversamento del libro, del quale porta a galla echi e risonanze profonde grazie alla sua finezza di critico e a un’innata, naturale disposizione-vocazione all’ascolto dei testi.

Ringrazio sentitamente l’autore e la redazione tutta, a partire da Jonny Costantino che ha pubblicato l’articolo. Lo si legge qui.

Prestare parola al desiderio

Antonio Devicienti

Prestare parola al desiderio.
Su Tutto è sempre ora di Antonio Prete

Tutto è sempre ora (Torino, Einaudi, 2019) è una precisa visione della poesia, una postura della parola, un ritmo della scrittura. Questo libro è luminosa regione di un continente composito e affascinante, ricco e complesso, costituito da saggi scientifici, traduzioni, racconti, scritture al confine tra il journal intime e il carnet de voyage, memoria e descrizione.
Antonio Prete ha affermato più di una volta di aver scritto in poesia fin dall’adolescenza, ma di fatto ha pubblicato la sua poesia in età matura, come se avesse avuto pudore di farlo troppo precocemente o timore nel mentre si confrontava da lettore innamorato e da valente studioso con giganti che rispondono al nome di Leopardi, Baudelaire, Char, Hölderlin, Jabès…
Credo infatti che esista, in alcuni autori, un’umiltà, un pudore, che li spinge a un limae labor indefesso e a mantenere a lungo nell’ombra (parola, concetto e immagine fondamentale nell’opera di Prete) la propria produzione artistica, e quest’atteggiamento è accentuato se per scelta esistenziale e per mestiere si smontano e si rimontano, si studiano, si amano nelle loro intime pieghe le opere dei grandi. […]

(Continua a leggere qui…)
L’articolo sarà pubblicato integralmente
in “Quaderni delle Officine“, XCVII

Una condizione concava

Marco Ercolani

Una condizione concava

La parola, bloccata dal senso comune nel recinto di una sola prospettiva, smette di vorticare, diventa un pezzo di plastica, un oggetto inerte che smette di sedurre: solo quando riprende a girare, inafferrabile trottola, riacquista il suo primo, indefinibile senso, quella natura di danza, di suono pieno di discorso. Ma questa danza, come si esprime? Nel ricevere e mescolare suono e parola con originali alchimie. Il poeta è un essere concavo, che trasforma le complessità in visioni linguistiche; non un essere convesso, chiuso in una veduta senza risonanze. Continua a leggere Una condizione concava

Un suono che possa guardarci: su “Le cose imperfette” di Gianni Montieri

Mi piace giungere al libro Le cose imperfette (Bari, LiberAria Editrice, 2019) dopo aver almeno accennato ai due precedenti libri in poesia di Gianni Montieri: Futuro semplice (Faloppio, LietoColle, prima edizione 2010) e Avremo cura (Arezzo, Editrice Zona, 2015) – in tal modo si potrà apprezzare la coerente organicità di un percorso di scrittura (il quale riflette anche un percorso esistenziale MA senza solipsismi né autocompiacimenti) e la riconoscibilità di una precisa dizione poetica capace d’interpretare in maniera personale e originale una tendenza presente in molti poeti italiani contemporanei che focalizzano la propria attenzione sulla così detta quotidianità e sugli oggetti e luoghi più comuni e apparentemente desublimati. Mi preme però sottolineare come la scrittura di Montieri non ceda a tentazioni cronachistiche o mimetiche nei confronti del “reale”, come essa rifiuti la facile sovrapposizione di scrittura e cronachismo, di registrazione verbale del brusio di fondo delle nostre quotidianità, ma si proponga, chiara e senza simbolismi o allegorie, quale saldo scandaglio del reale, strumento del pensiero materiato di una sintassi a sua volta salda e intesa a restituire un’attitudine dell’io poetante che esercita sempre la propria razionalità spesso riscaldata da una profonda umanità e da una partecipazione emotiva che, però, mai tracima occupando tutto l’orizzonte del poetare. Continua a leggere Un suono che possa guardarci: su “Le cose imperfette” di Gianni Montieri

Tre dei quattro soli (I, 1)

Verso la fine dell’anno scorso, grazie a una casuale e felicissima coincidenza, sono riuscito a recuperare un po’ di materiali (alcuni libri, qualche disco, una decina di quaderni) che credevo perduti per sempre. I quaderni, di quelli a righe con la copertina nera in uso nella scuola di un tempo, risalgono agli anni Ottanta e contengono testi di varia natura scritti nel corso di quel decennio. Parecchie pagine sono praticamente illeggibili o quasi (scoloritura dell’inchiostro, umidità, polvere, macchie più o meno estese di muffa), ma con molto impegno e tanta pazienza sto riuscendo lentamente a ricopiare alcune scritture. Continua a leggere Tre dei quattro soli (I, 1)

Riflessi (sette inediti di Gianluca D’Andrea)

Ho l’impressione che, con la coerenza che ne contraddistingue la scrittura, Gianluca D’Andrea stia cercando di andare oltre la cronaca e oltre la storia (presenti e affrontati in maniera convincente in tutti i suoi libri più recenti) per approdare a una visione capace di fondare e, in qualche modo, spiegare il presente e il contingente: il ductus poetico rimane quello di Transito all’ombra (Milano, Marcos y Marcos, 2016), sempre saldo e affidato a una sintassi articolata e sorvegliatissima perché D’Andrea mai ha perso la fiducia nella capacità raziocinante della mente e sempre ha cercato nel linguaggio quegli strumenti capaci di dire con lucidità – le questioni di riferimento possono essere rintracciate, humus fertile, in Postille (Forlì, L’Arcolaio, 2017) e in Forme del tempo (Osimo, Arcipelago Itaca Edizioni, 2019).

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Per chi dice che la poesia…

… per chi dice che la poesia è scollata dal reale, un’illusione di anime belle (leggasi ingenue, se non stupide), per chi è sempre pronto a insegnarti come si vive, per chi nega che la poesia sia anche atto politico, per chi neanche immagina che la poesia possa essere portata sui muri dei nostri edifici e delle nostre vite:

parcours lustral aux nouveaux Thermes di Yves Bergeret