Archivi categoria: resistenza

Per allusione e rimando: Marco Bagnoli, la Città del Sole, Tommaso Campanella, terre di Calabria…

Un artista fiorentino (Marco Bagnoli) rende omaggio nel 1988 al Centro Pecci di Prato a un’opera (La città del Sole, 1602) del filosofo calabrese Tommaso Campanella, legando traverso il tempo momenti luminosi della terra di Calabria che voglio richiamare qui, in questo preludio ottobrino in cui ragione, dialogo e parola sembrano ancora una volta inabissarsi.

A ognuno il suo governo

La “nostra squadra” di governo si è insediata il 25 aprile

LEGGE 20 giugno 1952, n. 645
Art. 1.
(Riorganizzazione del disciolto partito fascista)

Ai fini della XII disposizione transitoria e finale (comma primo) della Costituzione, si ha riorganizzazione del disciolto partito fascista quando una associazione o un movimento persegue finalita’ antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politico o propugnando la soppressione delle liberta’ garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attivita’ alla esaltazione di esponenti, principii, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista.

Cantiere orale

“Uomini di parola, uomini della parola, non possiamo ridurci ad accettare questo abbrutimento. Non lo può un poeta, artigiano della parola etica, bene comune che è di tutti e non appartiene a nessuno.”

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Charlie Hebdo: da Parigi a Kobane

attentatori a parigi […] Non sfugga a nessuno che è il sistema democratico a essere sotto attacco in Europa, stretto in una morsa della quale i terroristi di presunta matrice islamista che hanno agito a Parigi sono solo la faccia più visibile e odiosa della tenaglia. Non sfugga a nessuno la piena funzionalità del nemico islamico a un disegno autoritario che, di fronte all’insostenibilità del modello economico neoliberale – la crisi del quale dalle periferie del mondo è giunta dal 2008 in avanti nei paesi centrali – pretende di tagliare libertà e diritti sulla base di un’emergenzialità e di un’islamofobia che abbiamo già conosciuto dall’11 settembre 2001 in avanti. Il terrorismo, come il disagio causato nelle periferie urbane dalla sommatoria tra crisi e frizione tra nuovi e vecchi proletariati e immigrazione, sono la foglia di fico che le classi dirigenti usano per sviare l’interesse dal sistematico taglio di diritti e di servizi sociali indispensabili per una piena integrazione e per il progresso dei migranti. Ai diritti e all’integrazione non c’è alternativa, come non c’è cedimento possibile all’odio xenofobo che si alza in queste ore. Se l’integrazione costa ma è indispensabile, non c’è alternativa a farla pagare a chi può: a quelle classi dirigenti che quella crisi hanno creato, che quei diritti vogliono smantellare e soffiano sul fuoco del nemico esterno per sviare l’obiettivo dalle loro responsabilità. Sostengono invece che non ci sia alternativa a ridurre o negare sanità, educazione, redditi di cittadinanza, costati quasi due secoli di lotte al movimento operaio e che stanno evaporando in pochi anni, e inducono col martellamento dei media che controllano a demonizzare gli immigrati, in particolare quelli musulmani, additandoli come un nemico esterno. […]

[Gennaro CarotenutoLeggi l’intero articolo qui…]

I barbari

Vauro-Vincino

Antonio Scavone

I barbari

     Rileggendo la celebre poesia di Costantino Kavafis sull’attesa di una sinistra invasione dobbiamo riconoscere che i barbari a più riprese, vichianamente, arrivano e che, anzi, da noi erano già arrivati da almeno vent’anni ma che avevamo fatto in modo, con sciagurata supponenza, di tenerli lontani dai centri di potere semplicemente ignorandoli, considerandoli lestofanti tollerabili perché esigui di numero e di prospettive. Non è stato così: in realtà li avevamo sottovalutati e li abbiamo in seguito obliquamente cooptati al nostro sistema sociale e politico, lasciando che ne diventassero protagonisti.  Negli ultimi vent’anni, con bandiere diverse ma con un’unica determinazione, ce li siamo ritrovati nelle fabbriche, negli uffici, nelle scuole, nei bar, nelle case, nelle tivvù. Come chiamarli questi barbari? Affaristi, galoppini, portaborse, persuasori, mediatori, amministratori? Continua a leggere I barbari

La fabbrica della cattiveria

Rogo al campo nomadi

Sergio Baratto

La fabbrica della cattiveria, come ogni impresa che si rispetti, ha dirigenti, quadri intermedi, lavoratori dipendenti. A diversi livelli della gerarchia, tutti lavorano al funzionamento della fabbrica. È ridicolo prendersela con il consiglio d’amministrazione e dimenticare la rete capillare di amministratori locali, militanti, semplici elettori, cittadini senz’altra specifica che come tanti ingranaggi hanno partecipato al movimento generale della macchina. Ogni atto, piccolo o grande, può contribuire a perpetuare o a fermare quel movimento. E, come in tutti gli stabilimenti, esiste pur sempre la – dolorosa – possibilità di tirarsi fuori. Di licenziarsi o, quanto meno, di sabotare il lavoro della fabbrica della cattiveria. In altre parole, non sto affatto parlando della tragedia di una nazione oppressa da un’oligarchia politica nemmeno tanto abilmente celata dietro la foglia di fico della democrazia. Sto parlando della catastrofe di una collettività che a quell’oligarchia empia (uso la parola che più mi sembra conforme alla sua natura) dà il proprio consenso. Di più: sto parlando di un «popolo» che è consustanziale alla propria «casta».

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Parole
Atti
Lo sgombero del campo nomadi di Opera
Fuori gli stranieri
Lo sgombero della baraccopoli di Via Rubattino