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Due paginette del diario torinese (di Rocco Brindisi)

jodice_lecceVedo la casa ed è notte. La cucina è illuminata; un chiarore caldo, malinconico. A un lato della finestra,  la madre di Franco (sul terrazzino, tanti anni fa, Franco leggeva ad alta voce, un uomo, entusiasta, le mie deliranti poesie da Dolce Stil Novo). La madre vive al primo piano. Più in alto abita il secondogenito, anche lui da solo: un uomo invecchiato nei rimpianti: quando il nome dei figli, e quello di una donna che hai amato, chissà quando, ti batte alle tempie e cerchi i loro corpi in bocca e non li trovi, e guardi una finestra. La madre, seduta su una vecchia sedia ingiallita, guarda la notte. A due passi dalla casa, dalla mestizia orgogliosa della donna, c’è il vicolo VI Rosica, dove sono nato;  in questo momento è più lontano e disincarnato della luna. Sono qui, sospeso per aria, forse.  La madre di Franco ha una chioma bianca, quella di una signora di ottant’anni che ha cura dei propri capelli, ancora belli. Quando ero bambino, aveva messo sù una merceria, sotto  casa. Ci andavo a comprare una spoletta di cotone, una fettuccia, un ago, mi piaceva starle vicino, frugare con gli occhi nella vetrinetta del banco. C’era qualcosa di regale e remoto nel suo sguardo. Mi attirava la bontà delle sue mani. Ora che siamo invecchiati, Franco mi racconta sua madre;  Continua a leggere Due paginette del diario torinese (di Rocco Brindisi)

Storie, una nell’altra (di Rocco Brindisi)

Lorenzo Alessandri, Studio per un ritratto di Piera Oppezzo, 1953Non sento più il vento. Ieri siamo andati al cinema. Io e Angela. Sarebbe stato bello fosse venuta anche Anna. Ma in questi giorni, Angela respira meglio senza la sorella. Mi è negata la felicità di stare in mezzo a loro, e questo mi brucia. Ma guardo la grossa sciarpa di Angela, il piumino rosso. L’ho convinta a comprare un piumino rosso. Indossava sempre quelli neri. Il rosso le restituisce l’adolescenza.  Il film: “La notte più lunga dell’anno” è ambientato a Potenza, la città che abbiamo lasciato. Si svolge di notte, dall’inizio alla fine. Nessuna nostalgia, a guardare i luoghi che conosco. Nessuna patina di vecchiezza o di già visto. Come tutte le città del mondo è cieca e, sullo schermo, non appaiono segni della sua, della mia infanzia. Questa smemoratezza calma il mio sguardo, non mi opprime. Perdòno tutto. Non comparirà mia madre né il mio amore buono, che stanno nel dolce abisso dei morti. Sono quattro storie, una nell’altra. La donna che riscalda il tè per il padre e lo guarda con un amore notturno; l’uomo guarda la figlia con una quieta eternità negli occhi. L’uomo ha due tubicini infilati nel naso, racconta l’anima dei pesci; le finestre di quella casa sognano la neve. La figlia, sui quarant’anni, esce per andare al lavoro, fa la cubista in un locale notturno. Bella, immersa in un dolore di seta. La vediamo ballare in una sala affollata. Non sopporto le scene girate  in una discoteca, provo un senso di repulsione, sempre. Ma lei balla da regina del disamore che si dona. Il suo corpo lacera l’eternità che, finalmente, perde sangue. In un altro episodio, un uomo torna a casa, è ancora  e sempre notte, si toglie le scarpe nell’ingresso, con una malinconia aliena, come se tutti i gesti possibili, sulla terra, si fossero addormentati, per prendere pace, nella pietà di un bambino-fantasma che non sta, da tempo, al gioco disperato della disperazione del tempo e ne ha solo pietà. Sale il chiarore del giorno. Sono qui, a scrivere, benedetto dal sonno di Angela sulla mia testa. [Rocco Brindisi]

Piergiorgio Welby (di Rocco Brindisi)

3125927086_31d49f242dPiergiorgio Welby viveva in un letto da 17 anni. Non poteva muovere neanche un dito, del proprio corpo; riusciva a parlare solo attraverso la sua voce pensata: un artificio elettronico. Con la sua voce pensata,  diceva che la vita è una passeggiata notturna con un amico, il vento nei capelli, un amore che ti lascia…. Aveva chiesto più volte di poter morire, perché  il suo corpo era diventato cieco, non aveva più memoria di sé. La sua mente, invece, aveva una memoria struggente delle cose, delle persone che aveva sfiorato, toccato, chiamato per nome, con la sua voce, amato. Non trovava naturale essere prigioniero di un corpo insensibile, avere labbra ornamentali, che non servivano a baciare, a socchiudersi per un improvviso stupore, una meraviglia; non trovava naturale essere attraversato da tubi; non sopportava di non provare, da un tempo immemorabile, la piccola, fraterna felicità di comandare alla vescica di sgonfiarsi; rifiutava la tristezza di addormentarsi senza poter mai reclinare il capo da un lato; non era stato facile rassegnarsi all’assenza di odori, sapori; doveva rinunciare, per sempre, al gesto  tenero, involontario, di spettinare un amico, una donna. Aveva chiesto di morire, come, da assetati, si chiede un bicchiere d’acqua. “Avete letto dove è scritto Non voglio sacrificio ma misericordia!“, si grida nel Vangelo; ma i preti gridarono  allo scandalo per il suo rifiuto di patire. Quando un altro essere umano lo liberò dall’umiliazione di non morire, i preti non gli concessero i funerali religiosi, perché la Chiesa riteneva non si fosse trattato di suicidio, per il quale si presuppone sia venuta a mancare –  la piena avvertenza e il deliberato consenso –  Per la Chiesa, Welby aveva chiesto, coscientemente, di essere “ucciso”.  [Rocco Brindisi]

Se penso agli amici… (di Rocco Brindisi)

Lisa SammarcoSe penso agli amici che mi ha dispensato il destino mi sale un groppo di felicità in gola. E a volte piango. In aggiunta, se non credo in Dio, e non credere in Dio vuol dire, per me, non credere nella sua Innocenza, amo i bambini che pronunciano il suo nome con una voce mille volte più pura del silenzio degli astri. Amo il sonno dei miei amici, i loro risvegli, la pigrizia in amore dei loro mattini. Gigi guarda la donna che gli sta accanto, ama teneramente il lenzuolo che non la copre, il guanciale, il suo respiro impercettibile, la somma dei giorni. Giuliano pensa all’amico lontano, va alla finestra e sente il cuore di questo autunno spezzarsi senza un gemito.  Piero legge il Libro delle Ore, nell’albergo di Lisbona; stanotte ha sognato di impastare la lingua del figlio e, con la lingua, la sua voce; più tardi si recherà in ospedale con gli altri due figli, Luigi e Giovanni,  consolerà quella città con la sua preghiera danzante. Giorgio accenderà una delle sue sigarette nei viali dei morti. Carlo si ricorderà di amarmi e sorriderà di avere una porta da aprirmi, quando sarà. Anche lì, le lune si spegneranno come lampade su un libro che ci ha dato una gioia misteriosa. Angela dorme. Anna mi ha chiamato per dirmi che vuole parlarmi, ma io non ho nessuna voglia di parlare: desidero solo che le mie figlie si amino, passeggiando. Potrei dirle questo e nient’altro. [Rocco Brindisi]

Un bambino è morto di freddo in una foresta polacca (di Rocco Brindisi)

Intorno alle 17.50 ricevo da Rocco Brindisi questo messaggio; lo ringrazio anche perché da giorni meditavo di scrivere delle persone tenute in condizioni inaccettabili alle frontiere dell’Europa, ma Rocco l’ha fatto come io non sarei stato mai capace di fare:

 

Un bambino è morto di freddo in una foresta polacca.

La sua morte è l’inferno?

Ma questa parola, la parola “inferno”, è un termine astratto.

Questa parola non esprime nulla.

Allora?

La morte del bambino è.

Il cadavere del bambino è.

La madre lo solletica, perché, se ride, il figlio respira.

Il bambino non ride, perché la morte gli ha gelato il cuore.

I poliziotti giocano con lo spray al peperoncino.

Il freddo, il gelo fedele della notte,

il sonno ombra, il sonno ammazzato come un cane,

il sonno torturato (i poliziotti polacchi fanno risuonare le sirene tutta la notte, drizzano il cazzo alle loro motociclette, felici come poliziotti felici).

La parola “notte” s’impiglia nel filo spinato senza cacciare un lamento.


Angela, Anna e le tane d’ombre (di Rocco Brindisi)

campigli_donna_in_bluQualcuno dovrebbe avere una foto di Dio bambino; non del bambino chiamato Cristo, ma un ritratto del Creatore del mondo, sorpreso nella sua infanzia, mentre guarda malinconicamente la propria eternità.  Mia madre non ha mai pensato di fissare un momento della mia vita, di  bloccarlo; non ha mai sognato  di conservare quell’istante, per ritrovarlo chissà quando. Non succhiava “ il volto, lo sguardo dei figli”. Si ritraeva, quando le mostravano una foto, quando un conoscente le chiedeva di cercarne una, dentro casa. Non l’ho mai vista guardare un ritratto, non l’ho mai sentita nominarne uno. È notte.  Continua a leggere Angela, Anna e le tane d’ombre (di Rocco Brindisi)

Breve saggio su “morte di un amico che guardava”

brindisi_messoriMorte di un amico che guardava di Rocco Brindisi e Nella città del pane e dei postini di Giorgio Messori (di quest’ultimo ho già scritto qui) andrebbero letti a incastro, non importa se prima l’uno o l’altro, meglio insieme (una, due, tre pagine dell’uno e una, due, tre dell’altro) – ovviamente non mi riferisco a un incastro tra le “trame” dei due libri, ma penso a un incastro d’idee e di atmosfere, di modi di porgere la parola narrativa (che spesso è anche poetica per ritmo e per pause), di corrispondenze sentimentali, memoriali, geografiche.  Continua a leggere Breve saggio su “morte di un amico che guardava”

Ho steso le mutandine alla fune (di Rocco Brindisi)

campigli_55Ho steso le mutandine alla fune: le mie e quelle di Angela. Dormiamo nel lettone. A volte (non sempre), quando devo scoreggiare, scendo nel bagno. Abbranco l’asta che arriva al soffitto e faccio le scale, un passo dopo l’altro, lentamente. Dovessi inciampare, finirei contro i radiatori, e l’urto potrebbe risultare letale. Nel bagno mi libero, sorridendo, quando lo sfiato è devastante. Torno a letto. Il volto di Angela, che intravvedo nella penombra, è quello dei suoi dodici anni, evito di fissarlo perché mi stringe il cuore questa magia che ha qualcosa di crudele. In questi giorni mi passa le pillole, le compresse, gli sciroppi, le vitamine; servono per portare il virus alla consunzione. Mi appaiono, d’improvviso, le sue piccole mani, il palmo spalancato; mi porge un bicchiere di carta pieno di un liquido bluastro. Al citofono, le amiche buddiste di Angela; lasciano i sacchetti sulIe sedie, al secondo piano. Il vicino di casa, Gianluca, ci ha fatto un paio di volte la spesa; mi piaceva starmene con lui sul ballatoio: gli dicevo di accostarsi, mi divertiva vincere la sua timidezza; lo invitavo a sedersi, gli chiedevo di arrotolarmi un po’ di tabacco. Sono ancora capace di avventurarmi nel mistero dell’altro, e non lo faccio per diradare il respiro avariato della solitudine. Una sera  se n’è venuto con due bicchieri di vino: l’amicizia tra un vecchio signore, che ama Tetsuro O Hara,  musa di Ozu, e un giovane che insegna Economia al Politecnico. Ieri mi sono affacciato sulla porta, con una coperta di lana che mi copriva la testa, le spalle. Mi ha guardato con la compassione, la fiducia di un ragazzo che sognava lunghe conversazioni, nella luce, o più o meno notturne, con  l’uomo incatarrato, che gli aveva nominato Grushenka dei Fratelli Karamazov. Angela parla al telefono con un amico lontano: vorrei attraversare la città, una di queste notti; salire al secondo piano, in via Barbaroux, al numero 16 e, ancora prima di bloccarmi davanti alla porta, sentirla ridere con qualcuno, un uomo felice di vederla ridere; un uomo che scoppia a piangere davanti alla maestà, inerme, di questa  meravigliosa amica dei giorni. Ricorderei, a un tratto, di essere morto, non cercherò la chiave nelle tasche, mi siederò ad ascoltare.

Tre piccoli sguardi autunnali (di Rocco Brindisi)

        saxophone

 

         In strada. Una coppia di sessantenni. Tengono per mano un ragazzo. Passeggiano. Non può essere che il figlio. Il ragazzo non fiata. Si lascia guidare senza opporre resistenza. Ai due lati, il padre e la madre conversano. Il ragazzo è robusto, nel suo volto nessuna traccia di gioia, sembra tranquillo. Il suo sguardo è una tenebra senza respiro, senza età. I genitori parlano di lui in maniera sommessa. Nelle loro voci, in quello che si dicono, una straziante allegria delle parole; la scoperta che le parole servono a raccontare, che la loro fedeltà resta, per sempre, una magia indolore. Parlano di lui, di qualcosa che ha fatto quella mattina. Si raccontano alcuni gesti del figlio, accennano a quando ha preso la tazza del latte e se l’è accostata. Uno dei due informa l’altro, senza dirlo, del segreto di amarlo. Il racconto di quel gesto è un vestito d’oro.

 

          La donna che urla, davanti alla chiesa della Sindone. Il suo strillare infelice non spaventa il sole. Gli astri invisibili mormorano: “La nostra bellezza non tramonterà”. Le urla della donna non somigliano a nulla; non c’è cosa al mondo che vorrebbe imparentarsi alle sue urla. I libri della sua infanzia la corteggiano senza speranza. La stessa donna vide, bambina, la donna che urlava frasi sconnesse sul sagrato della Sindone. La donna gridava, vestita e nuda, a due passi dal Cristo morto impresso su una tela. L’infanzia della donna è un’ombra assassinata. Il suo sguardo, perduto, invidierebbe quello di un cane cieco. Il Cristo del lenzuolo, nel frattempo, è tornato a essere Dio, e non ricorda come impastare terra e sputo per passarglielo sugli occhi. Niente è più triste di una donna che si veste, ogni mattina, della propria nudità infelice. L’amante che morde il suo collo è la follia. Un amante sdentato, che pure non fatica a morderla. Un amante mille volte più esangue della morte. Il cielo è di un azzurro orrendo e senza scrupoli.

 

          L’uomo che suona il sassofono, la schiena poggiata al muro. E’ stanco. Ha messo una ciotola per terra. Gli ho parlato, qualche giorno fa, durante una pausa del suo assolo. Mi ha confessato, sorridendo, di amare John Coltrane. Sorrideva di quell’amore che non lo avrebbe mai tradito.  [Rocco Brindisi]

La pedofilia, il papa, la chiesa, i cattolici (di Rocco Brindisi)

Maren Krusche, Schwarze Sonne, 1993Dagli anni 50 a oggi, 300 mila casi di violenza su bambini da parte del clero francese. Clero e laici impegnati nella Chiesa. Il Papa chiede perdono. Chiedere perdono a 300 mila persone, che furono bambini, non è difficile. Chiedere perdono a uno di loro, dopo averlo guardato in faccia, presume che la persona che chiede perdono rinunci al potere; in questo caso, al potere di essere perdonato, cosciente che nemmeno Dio, se questa persona parlasse in nome di Dio, ha il diritto di perdonare e di chiedere perdono. Dovesse farlo, non gli resterebbe che scomparire perché nella sua onnipotenza ha scelto la libertà dell’uomo. Per me, che non credo in Dio, resta un atto di superbia, più o meno diabolica, chiedere perdono e conservare il potere. Il Papa confessa di vergognarsi, ma la vergogna, quando non è un estremo, disperato abbellimento, richiede una sola conseguenza: il coraggio di mettersi da parte, svestirsi dell’innocenza di Dio, della sua presunta misericordia, riflettere sull’atroce mistero della vita. Se un bambino può essere dannato alla tristezza, alla pietrificazione dello sguardo e della memoria; se può essere ingannato (quasi tutti i preti che hanno violentato bambini gli sussurravano, nell’affanno, il nome di Dio) al punto da confondere il ricordo della parola Dio con la bava di chi li stava abbracciando, chiedergli perdono è una bestemmia, se questa richiesta è fatta, ancora una volta, nel nome di Dio. Non esiste altra via di uscita: la fede, razionale, nell’orrore. Ma il Papa  è convinto, come tutti i cattolici, che la Chiesa continui a essere il Corpo di Cristo, nonostante tutto. [Rocco Brindisi]

“Non mi piace parlare dei film che non amo” di Rocco Brindisi

tre-pianiHo il piacere e l’onore di pubblicare quest’intervento di Rocco Brindisi (che ringrazio) sul film di Nanni Moretti  Tre piani. [A. D.]

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Non mi piace parlare dei film che non amo. Ho amato “Bianca”, “La messa è finita”, “Caro diario”, “Habemus Papam”. ”Ecce bombo”. Mi ha commosso il breve, struggente film sull’ultimo giorno di attività di una farmacia in un quartiere di New York. Il film-documentario sul Cile di Allende ha uno sguardo dolente, fraterno, senza un’ombra di retorica, sui cileni che si ribellarono alla dittatura feroce di Pinochet.

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