Archivi categoria: saggistica

La città bifronte

Antonio Devicienti

Credo che pochi Italiani sappiano che per secoli popolazioni di lingua e cultura tedesca hanno abitato accanto alle genti lituane, estoni, russe, polacche quella vasta e interessantissima regione d’Europa affacciata sulle sponde meridionali del Mar Baltico; molti Italiani hanno dimenticato la storia dolorosa degli IMI (Italienische Militär-Internierte – Internati militari italiani), di quelle migliaia di soldati italiani, cioè, catturati dall’esercito tedesco e deportati nei vari campi di lavoro del Reich e che non aderirono alla Repubblica di Salò, ma decisero di restare in prigionia anche se in condizioni terrificanti, ai quali non fu riconosciuto da Berlino lo status di prigionieri di guerra e che, liberati dagli Angloamericani o dall’Armata Rossa a seconda della dislocazione geografica dello Stalag (il campo di lavoro e di internamento) in cui si trovavano, affrontarono spesso un lungo e doloroso ritorno a casa, angosciato molto spesso dalla mancanza di notizie della propria famiglia. […]

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Le lacrime del faraone

Giuseppe Zuccarino

Tutto comincia con una strana vicenda narrata da Erodoto, e relativa al faraone egiziano Psammetico. Si tratta in realtà di Psammetico III, incoronato nel 526 a. C. e rimasto in carica solo pochi mesi, perché sconfitto dai persiani di Cambise II. Ciò è avvenuto dapprima nella battaglia di Pelusio, poi definitivamente con la resa della città di Menfi. Secondo il racconto erodoteo, lo sfortunato faraone si era trovato a dover fronteggiare l’esercito persiano in una guerra iniziata già quando a capo dell’Egitto c’era suo padre Amasi. In ogni caso, dopo il lungo assedio di Menfi, Psammetico cade nelle mani dei nemici assieme alla sua famiglia.

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Fossili di luce

Francesca Woodman: Untitled, Rome, 1977-1978.
Marianne Breslauer: Défense d’afficher, Paris, ca. 1936.

Lightfossil. Sentimento del tempo in fotografia e letteratura di Beatrice Seligardi (Postmedia books, Milano 2020) è un libro bellissimo: per la sua strutturazione concettuale e il percorso sia conoscitivo che espositivo che segue, per il non lieve impegno di pensiero, per lo stile elegante e raffinato, per la bruciante passione che pur ben si riverbera attraverso il rigore e la precisione scientifica sia dello studio che delle fonti documentali di riferimento, per il tema scelto, per gli artisti di cui si discute.
Sono due citazioni a fare da viatico all’opera; la prima è di uno dei migliori intellettuali e studiosi europei viventi, Georges Didi-Huberman, che nell’Immagine insepolta scrive: «[…] l’abito, lo slancio, la passione e la forza sono in movimento. Ma tutto ciò rimane “latente”, come bloccato in una “semi-immobilità”, fissato nella pietra degli antichi bassorilievi»; il secondo esergo è di Deborah Levy (da The Cast of Living): «”We don’t need to tell the past through flashbacks”, I said, but when asked to explain how it might reveal the past in another way, I found myself stuck for words». Continua a leggere Fossili di luce

Il sogno di Giuseppe

Antonio Devicienti

Il sogno di Giuseppe di Stefano Raimondi,
ovvero di cisterne, di transiti, di profondità

Questo scritto prende avvio da un assunto semplicissimo: il personaggio biblico di Giuseppe che ispira il poema di Stefano Raimondi può essere direttamente ricondotto al mito di fondazione del popolo ebraico; escluderò subito gli aspetti strettamente religiosi e teologici che risulterebbero, invece, fuorvianti e non coerenti con una lettura che cercherà di cogliere i nessi del poema con il mito e con le sue metamorfosi o reviviscenze e risorgenze nel contemporaneo. Inoltre cercherò di dimostrare come il Giuseppe dell’opera raimondiana possegga tutte le caratteristiche della Pathosformel warburghiana in quanto figura archetipica che transita dall’essere quella di uno dei Patriarchi d’Israele e incarnazione della predilezione divina a figura capace di esprimere la condizione dell’uomo contemporaneo in quanto espatriato, migrante, escluso, in cerca di approdo; se da un lato il riferimento da parte di Raimondi al Giuseppe biblico è esplicito e pienamente consapevole, d’altro canto il ‘suo’ Giuseppe risulta essere anche una stratificazione plurimillenaria che il poeta milanese fa riemergere nel nostro presente, oltre che un’immagine dinamica in quanto inscindibile sia dalla storia della sua doppia prigionia sia dalla sua capacità d’interpretare i sogni, elementi questi che identificano in maniera univoca e del tutto priva di equivoci il Giuseppe veterotestamentario divenuto il centro del poema di Raimondi. […]

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Leggi il saggio di Antonio Devicienti su
L’Ulisse, n. 23, nov. 2020 (pg. 611-634).

Esercizi per accorgersi del mondo

Livio Borriello

vacillamenti della città avellino

Nel mondo rappresentato in cui viviamo, i parametri della positività sono diventati la visibilità e il potenziale di eccitazione psichica. Una catastrofe, una tragedia, può diventare dunque un evento positivo, e tale fu per Avellino il terremoto dell’80. Da oscurissima città di provincia, Avellino divenne per un decennio una città decisiva sul piano politico e sociale, accrebbe enormemente il reddito pro-capite, venne alla ribalta della vita pubblica, insomma da allora cominciò ad essere modernamente, mediaticamente. Preceduto da Sullo, arrivò De Mita, che dominò una lunga stagione, poi Nicola Mancino, i ministri e plenipotenziari vari Maccanico, De Vito, Gargani, Zecchino, Bianco che fu presidente della DC, fino ai rampolli Rotondi e Pionati… lo stesso Mastella fu una geminazione di De Mita. La tv era in mano a Biagio Agnes, che insediò i Marzullo e i Pionati, alla protezione civile c’era Elveno Pastorelli, avellinese di fatto, i servizi segreti erano zeppi di irpini, ai vertici del Vaticano l’altro Agnes, Mario. Continua a leggere Esercizi per accorgersi del mondo

Per Annamaria De Pietro

È venuta a mancare in questi giorni Annamaria De Pietro, poetessa di raro spessore e persona squisita per gentilezza e riservatezza (dico questo per diretta esperienza personale); ripropongo un mio intervento che avevo pubblicato tempo fa su Carteggi letterari; tra i molti libri di cui ho scritto in passato questo Venti fusioni a cera persa è uno dei pochi che ancora conserva per me valore (un grandissimo valore, anzi) e che non mi ha fatto pentire di avergli dedicato tempo e attenzione. Annamaria mi mancherà tantissimo, come artista e come persona e mi auguro che l’eccelsa res publica poetica italica si accorga di questa perdita.

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Quattro sentieri per immaginare

Antonio Devicienti

[…] Immaginare è, per Massimo Rizzante, il liquido amniotico in cui nascono il pensiero e la sua eticità, perché immaginare per lui non è affatto un andare alla deriva o un navigare a vista tra i continenti del sogno e dell’invenzione, ma la capacità, che è anche sentimento dell’esistere, di accogliere dentro di sé il mondo e le persone che lo abitano. Questo, infatti, è soprattutto un libro popolatissimo di individui, dei loro pensieri, dei loro sentimenti e delle loro storie, che con coraggio fa i conti con la Storia, che per Rizzante è sempre un mostruoso, immane mattatoio che, spesso, dilania quei medesimi individui.

(Continua a leggere su Doppio Zero)

Foucault e Manet

Giuseppe Zuccarino

[…] Già in un saggio su Flaubert datato 1964, Foucault ha introdotto un parallelismo fra il narratore e il pittore ottocenteschi: «Flaubert è, rispetto alla biblioteca, ciò che Manet è rispetto al museo. Essi scrivono e dipingono in un rapporto fondamentale con quel che è stato dipinto e scritto – o piuttosto con ciò che della pittura e della scrittura rimane indefinitamente aperto. La loro arte si edifica là dove si forma l’archivio. Non in quanto segnalino il carattere tristemente storico – gioventù diminuita, assenza di freschezza, inverno delle invenzioni – con cui ci piace stigmatizzare la nostra epoca alessandrina; ma essi fanno emergere un fatto essenziale per la nostra cultura: ogni quadro appartiene ormai alla grande superficie quadrettata della pittura; ogni opera letteraria appartiene al mormorio indefinito di ciò che è scritto. Flaubert e Manet hanno fatto esistere, nell’arte stessa, i libri e le tele». In effetti, lo scrittore – specie in opere come La tentation de saint Antoine o Bouvard et Pécuchet – aveva costruito dei volumi che erano il frutto di innumerevoli letture, così come Manet presupponeva nello spettatore delle proprie tele la capacità di riconoscere analogie e differenze rispetto ai capolavori pittorici dei secoli precedenti, a cui non di rado si ispirava. [Continua a leggere qui]

Massimo Rizzante: il geografo e il viaggiatore

In occasione dell’uscita di un nuovo libro di Massimo Rizzante mi fa piacere riproporre qui un mio intervento già apparso il 21 novembre 2017 su Zibaldoni e altre meraviglie in forma solo leggermente diversa.

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La Biblioteca di RebStein (LXXX)

La Biblioteca di RebStein
LXXX. Settembre 2020

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AA. VV.
(a cura di Marco Ercolani)

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Omaggio a Rubina Giorgi
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Un pensiero sorgivo

etretatlibraryyq7Marco Ercolani

Un pensiero sorgivo*

……«Ora è forse morta? No o sì, cosa importa, se da sempre si è già nella magia di morte, nel difetto di vita bramoso di una più che vita – che non consegue alcuna più che vita come risarcimento o ricompensa ma come una regale incomprensibile latenza… Come un frutto – uno di quelli che non si danno a conoscere per tali». Questa frase, contenuta in Una vita imperfetta, ci orienta verso la poetica filosofica di Rubina Giorgi. I libri di Rubina sono contenuti dentro questa «regale incomprensibile latenza», dove a contare non è più la realta definibile della vita o della morte, ma i ritmi di una parola sprofondata in modo sonnambolico nell’ascolto del pensiero. Continua a leggere Un pensiero sorgivo

L’arte, frammento

Jean-Luc Nancy

Il saggio L’art, fragment è apparso dapprima, in traduzione italiana e inglese, nel catalogo della mostra Frammenti Interfacce Intervalli. Paradigmi della frammentazione nell’arte svizzera, a cura di Viana Conti, Genova, Costa & Nolan, 1992, poi in francese, e con varie modifiche, nel volume di Jean-Luc Nancy Le Sens du monde, Paris, Galilée, 1993 (tr. it. Il senso del mondo, Milano, Lanfranchi, 1997). La versione italiana del 1992, che qui si ripropone, era stata condotta a partire dal dattiloscritto, con correzioni autografe, del filosofo. [N. d. T.]

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La cripta e la fiamma

Marco Ercolani

La cripta e la fiamma

……1
……Proust afferma in Contre Sainte-Beuve: «I bei libri sono scritti come in una lingua straniera»1. Questa frase riassume bene l’idea di un viaggio interiore che si emancipa dalla ragione dominante. Il comune senso delle cose esige che esista una lingua originale e una lingua tradotta, ma la sensazione proustiana di una “lingua straniera”, aliena, conquista noi lettori, come se non appartenessimo mai totalmente a noi stessi ma sempre abitassimo al di qua o al di là dei nostri limiti, dentro una lama di luce obliqua che fa apparire il testo letto come uno strano meteorite, precipitato casualmente nella pagina, e che solo l’intuizione ci permette di gustare. L’intuizione, nel momento in cui è nostra, è anche lo strumento che ci guida fuori di noi. Continua a leggere La cripta e la fiamma

Filosofia del nome in Agamben

Luigi Sasso

Filosofia del nome in Agamben

……L’indagine sul linguaggio, sugli elementi che lo compongono, accompagna la storia del pensiero occidentale. Agamben ci ricorda, in Che cos’è la filosofia?, che il mondo antico non poteva riferirsi alla realtà delle cose in un modo che si pretendesse indipendente da come il mondo stesso «si rivelava nella lingua»1. E non a caso molti passaggi dell’opera di Platone, per ricondurci all’esempio più autorevole ‒ dal Cratilo al Sofista, dalla Settima lettera a un brano delle Leggi ‒ si soffermano sull’origine del linguaggio e in particolare dei nomi, sulla loro qualità (da alcuni ritenuta naturale, da altri convenzionale), sul rapporto tra nome e definizione, sulle possibilità che il linguaggio è in grado di offrire alla conoscenza. Continua a leggere Filosofia del nome in Agamben

Warburg e Agamben

Viana Conti

Il canto di Mnemosyne
per una Ninfa danzante.
Warburg e Agamben

……Ninfa. È il piede nudo, sollevato nel lieve incedere della fanciulla di un bassorilievo marmoreo trovato a Roma, quello che eccita il delirio erotico di Norbert Hanold, il giovane archeologo che ne chiede un calco al museo. Non cessando di contemplarlo, mentre la giovane avanza da tempi remoti, trattenendo, con grazia, le pieghe dell’ampio peplo bianco, Norbert le attribuisce il nome di Gradiva, «colei che risplende nel camminare». La figura di quell’archeologo nymphóleptos, posseduto dalla Ninfa, colto in un delirio feticistico, è protagonista del racconto di Wilhelm Jensen del 1903 intitolato Gradiva. Continua a leggere Warburg e Agamben

Quaderni delle Officine (XCIX)

Quaderni delle Officine
XCIX. Settembre 2020

quaderno part_ b_n

AA. VV.
(A cura di Giuseppe Zuccarino)

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Spazi di pensiero.
Un seminario su Giorgio Agamben

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