Archivi categoria: saggistica

Milano […] è fatta a cerchio: a proposito della “Città dell’orto” di Stefano Raimondi

Luca-Campigotto-Dalla-Terrazza-Martini-Milano-2013La città dell’orto di Stefano Raimondi viene riproposta (a partire dal mese di giugno 2021) dalla Vita felice di Milano a quasi vent’anni dalla prima pubblicazione presso l’Editore Casagrande di Bellinzona; è questa l’occasione che mi spinge a meditare sul libro, ma cercando di sostenere una tesi che, pur tenendo conto delle più che legittime e corrette interpretazioni anche in chiave biografica che reputo ormai assodate (questo libro è, inoltre, un “quasi esordio” in poesia per Raimondi), considera La città dell’orto traccia profonda dell’avvio alla poesia stessa, itinerario nel corso del quale Stefano Raimondi, prendendo coscienza della e oggettivando in linguaggio la “morte del padre”, inizia il proprio, originale cammino attraverso la scrittura facendo udire una voce immediatamente riconoscibile e peculiare per impostazione linguistica, ritmica e di  pensiero.  Continua a leggere Milano […] è fatta a cerchio: a proposito della “Città dell’orto” di Stefano Raimondi

Il “Discorso su Dante” di Osip Mandel’štam

Marco Ercolani

Negli anni Trenta dello scorso millennio Osip Mandel’štam scrive il suo Discorso su Dante. Proprio all’inizio di questa prosa vorticosa e cristallina scrive: «Dante è un maestro dei mezzi poetici, non un fabbricante d’immagini. È lo stratega delle metamorfosi e degli incroci, non è per nulla un poeta nel senso “paneuropeo”, ossia nel senso culturale, esteriore della parola». Mandel’štam ci ricorda, prima ancora di gettarsi a capofitto nei temi danteschi, che l’immagine esteriore è incompatibile con i mezzi del discorso linguistico, perché la partitura di ogni composizione poetica trascende e trasforma suono e senso, come un “tappeto intessuto di molteplici trame”. Non vi si può costruire un itinerario, precisare un disegno: sarebbe come analizzare un “fiume ingombro d’instabili giunche cinesi variamente orientate”. Osip difende il suo sguardo barbaro e materico sulla Commedia con queste parole: «Cercando di pensare, nei limiti della mia possibilità, nella struttura della Divina Commedia , sono giunto alla conclusione che tutto il poema non è che una sola strofa, unitaria e inscindibile. O meglio non una strofa, ma una struttura cristallina, un solido».

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Char a lume di candela

Giuseppe Zuccarino

Il tema del rapporto fra buio e luce è ben presente nelle opere di René Char. Occorre far notare che la notte da lui conosciuta nell’infanzia era più tenebrosa di quella che possiamo esperire attualmente. Ricorda Marie-Claude Char che in quegli anni, nella casa natale del poeta a L’Isle-sur-Sorgue, non c’era illuminazione elettrica: «Solo lampade a petrolio. Un becco a gas, di fronte al cancello del giardino, illumina la sera. Quando si spegne, il villaggio è immerso nell’oscurità, cosa che obbliga i passanti a spostarsi portando con sé delle lanterne». Tuttavia qualche conforto veniva offerto dalla pallida luminosità diffusa dalla luna, e anche dalle stelle, capaci di rendersi visibili persino nel bosco più fitto: «Ero in una di quelle foreste a cui il sole non ha accesso ma in cui, di notte, penetrano le stelle». E poi, in estate, palpitava un’altra minima e puntiforme luce naturale, come Char suggerisce quando afferma che «una poesia che si svolge di notte dev’essere lapidata di lucciole». Invece nella stagione dal clima più rigido, quando il bimbo passava dall’inquietante buio esteriore al rassicurante interno domestico, si imbatteva subito nel piacevole lucore proveniente dallo sportello della stufa: «Il bambino che, venuta la notte, d’inverno scendeva con precauzione dalla carretta della luna, una volta entrato nella casa balsamica, tuffava d’un sol tratto gli occhi nel focolare di ghisa rossa. Dietro lo stretto vetro incendiato, lo spazio ardente lo teneva completamente prigioniero». […]

Leggi l’intero saggio in “Quaderni delle Officine”, CXIII, Novembre 2021.

Il faut être absolument voyant

Elisabetta Brizio

Tra il 1870 e il 1878 si consumò, per mano di Rimbaud, in quella sua mente giovane e ardente, corrotta e oscuramente virginea, una avventura creativa destinata – per quanto enfatizzata, deformata o strumentalizzata dalle rifrangenze della leggenda e del mito – a improntare e a pervadere di sé tanta parte della modernità poetica. Forse, solo come la vicenda per molti versi analoga di Campana, anch’egli insofferente bohémien, inquieto «uomo dalle suole di vento», «visivo e veggente» (Bigongiari diceva) nelle trasmutazioni verbali dei suoi vagabondaggi. Fu del resto proprio Rimbaud a proclamare che «il faut être absolument moderne», che ci si debba misurare senza schermi e senza infingimenti con la complessità inesauribile, scontornante e incoerente, dei segni della contemporaneità, con l’eclissi del mito e con la sua paradossale ma fatale e necessaria rivisitazione e trasfigurazione in nuove vesti e in nuove chiavi, malgrado ciò possa procurare «souffrances énormes». Talora si tende a vedere Rimbaud il maudit per eccellenza, il poeta ribelle e senza regole («Je ne me sentis plus guidé par les haleurs», Le bateau ivre), quando il suo dérèglement de tous les sens sarà sí pervasivo, ma insieme raisonné, sottoposto a un programma e a un dettame di arte. […]

Tratto da: Elisabetta Brizio, IL FAUT ÊTRE ABSOLUMENT VOYANT
(RIMBAUD TRA INFANZIA SAPIENTE E SOPHISMES DE LA FOLIE),
in “Quaderni delle Officine”, CXII, novembre 2021.

Profilo minore

Profilo minore di Federico Federici (Nino Aragno Editore, Torino 2021) è il risultato attuale di diverse riscritture, sovrapposizione di palinsesti che, in maniera del tutto cosciente, non hanno mai aspirato a una qualche definitività. Profilo minore vive, a mio parere, sotto il segno e nello spirito del principio d’indeterminazione di Heisenberg, inverando, al tempo stesso, l’imperativo rimbaudiano secondo il quale «Il faut être absolument moderne»: Federici non insegue alcuna moda né alcun mito della modernità, sia subito chiaro, ma è assolutamente moderno perché ha piena consapevolezza e ferma volontà di muoversi secondo il necessario (ormai impossibile da ignorare) cambio di paradigma (l’espressione, è noto, appartiene a Marco Giovenale) e in tal senso le descrizioni (o i tentativi di descrizione), le rappresentazioni, i modelli descrittivi dei fenomeni fisici secondo quanto continua a fare la scienza moderna da Heisenberg, Bohr, Pauli, Planck in poi impongono un paradigma di scrittura radicalmente altro rispetto a un passato più o meno recente, più o meno nobile, più o meno trascorso. […]

[Tratto da “La materia ruvida del testo: su Profilo minore di Federico Federici“, di imminente pubblicazione in “Quaderni delle Officine”, vol. CX, settembre 2021.]

La Biblioteca di RebStein (LXXXIII)

La Biblioteca di RebStein
LXXXIII. Settembre 2021

AA. VV.
(a cura di Giuseppe Zuccarino)

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Un seminario su Michel Foucault
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Foucault e il piacere della morte

Giuseppe Zuccarino

Foucault e il piacere della morte

1. Nella tradizione filosofica non mancano gli autori che, in maniera occasionale o sistematica, hanno avanzato argomenti in difesa del suicidio. Per citare solo qualche nome, basti pensare a Seneca, Montaigne, Montesquieu, Hume, Schopenhauer e Nietzsche. In ambito novecentesco, un posto a parte spetta a Michel Foucault, il quale, pur non dedicando un’intera opera all’argomento, è tornato ad accennare a esso più volte, nel corso dei decenni. Che per lui non si trattasse soltanto di un tema su cui riflettere, ma anche di qualcosa che implicava un coinvolgimento di natura personale, è dimostrato dalla sua stessa esperienza. È noto infatti che, quand’era poco più che ventenne, aveva tentato per due volte di suicidarsi, nel 1948 e nel 19501.

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In cerca del linguaggio

Presentiamo le prime pagine di uno studio di Antonio Devicienti dedicato all’opera Zong! di Marlene NourbeSe Philip, edita da Benway Series. Il saggio sarà pubblicato integralmente in “Quaderni delle Officine”, CIX, luglio 2021.

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Scrivere con gli occhi: sulle “erasures” di Mary Ruefle

Scrive Beatrice Seligardi a proposito delle erasures di Mary Ruefle: «Aggiungere il proprio tempo a quello che già esiste, evocato come traccia che appare o scompare attraverso sovraimpressione e cancellatura, su superfici di cui si recupera e si sottolinea la temporalità materiale proprio nel momento in cui la si manipola: è attraverso questi procedimenti che si compone un gruppo di opere che possiamo accostare per affinità ai libri d’artista di Woodman. A Little White Shadow (2006) è un libro della poetessa americana Mary Ruefle,  Continua a leggere Scrivere con gli occhi: sulle “erasures” di Mary Ruefle

Calogero, una analisi

Renzo Franzini

CALOGERO, UNA ANALISI (1)

Scrive Calogero in una lettera riportata da Amelia Rosselli, nell’attentissimo saggio che avrebbe dovuto introdurre il terzo volume della Lerici (2): Le mie poesie poi, può darsi che siano prive della più elementare importanza come della più elementare analisi logica e grammaticale.
Un tale rilievo ha guidato l’indagine sugli aspetti grammaticali e sulle loro conseguenze, in Come in dittici (3): il presente articolo ne annota i risultati, attraverso la lettura di Non una vena, testo che funziona in qualità di parte per il tutto, manifestando alcuni dei tratti più distintivi e caratteristici di quanto vagliato.

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L’oggettività del linguaggio poetico

Disapprovo il segreto
di rimanere solo: non era
quanto sognato che un canto
cauto taciuto che vedo dileguare
in trasparenza.

O una bella giornata
è una sollecitudine sognata
tutto l’anno.

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