Archivi categoria: samuel beckett

Tra Buster e Samuel

Marco Ercolani

In una pagina illuminante del suo libro, Beckett e Keaton: il comico e l’angoscia di esistere (Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2006) Sandro Montalto scrive: «Non bisogna voler sostenere che Keaton abbia anticipato nelle sue comiche gli elementi tipici della riflessione beckettiana […]. L’azione keatoniana nel mondo non è la conseguenza di una riflessione etica, ma di una pratica comica: egli non vuole minare le fondamenta logiche del mondo come fanno i Fratelli Marx, non vuole mirare al sentimento come Charlie Chaplin […] Con la sua faccia da vittima privata della possibilità di lamentarsi, di sperare in un definitivo riscatto ma anche smettere di tentare, vuole solo sbattere in faccia al pubblico che è una certa crudeltà a scatenare la risata più profonda». Questa risata è quella che Beckett definisce, in Watt, la «risata dianoetica»: «[…] la risata amara ride di tutto ciò che non è buono: è la risata etica. La risata sorda ride di tutto ciò che non è vero, è la risata intellettuale. Ma la risata cupa è la risata dianoetica, giù lungo il grugno… ah!… così. È la risata delle risate, il risus purus, la risata che ride del ridere, quella contemplativa, quella che saluta la beffa più divertita, in una parola la risata che ride… silenzio, prego… di tutto ciò che è infelice».

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Breve saggio sul volto (dedicato a Samuel Beckett)

 

L’unico film sceneggiato da Samuel Beckett è del 1964, si chiama Film e ha come attore protagonista Buster Keaton per la regia di Alan Schneider, fotografia di Boris Kaufman. È un cortometraggio di 22 minuti sul tema della percezione: partendo dall’affermazione di Berkeley “esse est percipi” Beckett scrive una sceneggiatura in base alla quale un uomo, inquadrato sempre di spalle, cerca di sfuggire lo sguardo altrui con il fine di riuscire a svanire nel momento in cui non venisse più, appunto, percepito: nella sceneggiatura lo sguardo che Continua a leggere Breve saggio sul volto (dedicato a Samuel Beckett)

Scrittura e libertà in Beckett e Kafka

Bram Van Velde, Senza titolo, 1954

[Questo post contiene parte della nota introduttiva e i primi due paragrafi di un più articolato saggio di Gianmarco Pinciroli sull’opera di Samuel Beckett (e di Franz Kafka, in parallelo), in particolare sulle opzioni teoriche e le scelte stilistiche entro le quali si dispiega l’universo creativo dello scrittore e drammaturgo irlandese. Vi si presenta l’ipotesi interpretativa avanzata dall’autore, cui seguirà il lavoro completo, disponibile a breve nel volume XXXIII dei Quaderni delle Officine. Con la consapevolezza che fuori dal perimetro della critica accademica e dell’editoria di riferimento esiste una produzione saggistica di altissimo profilo che andrebbe finalmente valorizzata e diffusa. fm]

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Tutta una vita. Gli oggetti in Beckett

Giuseppe Zuccarino

Tutta una vita. Gli oggetti in Beckett

     Il termine «oggetto» si presta ad essere inteso in varie accezioni, e ciò vale ovviamente anche all’interno dell’opera beckettiana. Un primo e più generale significato attribuibile alla parola è quello filosofico, per cui si definisce oggetto tutto ciò che il soggetto conoscente considera come diverso da sé. È vero che Samuel Beckett non ha mai scritto testi che vogliano porsi come filosofici, tuttavia questo tipo di terminologia non gli è affatto estraneo. Lo dimostrano alcuni passi del suo giovanile libro su Proust, importanti perché pongono le basi di una problematica che egli avrà modo di affrontare, come vedremo, a livelli diversi. Continua a leggere Tutta una vita. Gli oggetti in Beckett