Archivi categoria: teatro

Le donne nel teatro napoletano

Antonio Scavone

Le donne nel teatro napoletano
(Excursus)

     Nella storia del teatro napoletano sono pressoché infiniti i personaggi femminili che animano la scena da protagoniste, ma, di fatto, sono pochi quelli dotati di uno spiccato rilievo drammaturgico. Nato da farse e pochade francesi, opportunamente rielaborate, il repertorio femminile del teatro napoletano dell’Ottocento è per lo più ancorato ai tipi e ai caratteri classici della tradizione muliebre, in una rappresentazione quasi sempre caricaturale, secondo i canoni di una verosimiglianza convenzionale e di una ripetitiva introspezione di maniera, a tal punto esteriore al personaggio femminile da farlo decadere spesso nell’ovvietà e nella mistificazione scenica e storica. Continua a leggere Le donne nel teatro napoletano

Juif errant

Marco Ercolani

 

Juif errant

1943. Scritta a Genica Athanasiou durante le prove del Juif errant. Artaud, delirante, non recitò la sera della prima.

Genica,
con il Juif errant va malissimo. Sono talmente scoraggiato che non faccio più niente. Recito con un’assenza profonda. Per la prima volta mi rimproverano di essere inerte. Eppure non lo faccio apposta. La mia potenza di espansione si è bruscamente afflosciata. E poi, il regista è di una grossolanità odiosa. Continua a leggere Juif errant

Fiorenza, nostra Matria unica e vera


“Si aboliscono le parole patria, cultura e popolo in tutte le loro declinazioni, pena l’esilio, e si fonda lo Stato Nòvo, la Matria, sul riso tragico, sul pensiero lancinante, sul bene contenuto nel bello, sul libero abbraccio fra di loro delle singole persone”.

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Carne della mia carne

Alessandra Pigliaru

“Io sono Ofelia. Quella che il fiume non ha voluto. La donna con la corda al collo La donna con le vene tagliate La donna con l’overdose SULLE LABBRA NEVE La donna con la testa nel forno a gas. Ieri ho smesso di uccidermi. Sono sola con i miei seni le mie cosce il mio grembo. Faccio a pezzi gli strumenti della mia prigionia la sedia il letto il tavolo. Distruggo il campo di battaglia che era la mia dimora. Strappo le porte perché possa entrare il vento e il grido del mondo. Mando in frantumi la finestra. Con le mani insanguinate strappo le fotografie degli uomini che ho amato e che mi hanno usata a letto a tavola sulla sedia per terra. Do fuoco al mio carcere. Getto i vestiti nel fuoco. Mi strappo l’orologio dal petto che era il mio cuore. Esco in strada, vestita del mio sangue.”

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La morte di Tersite

Nevio Gàmbula

“Dopo anni di solo teatro, torno alla poesia, a quello che è il mio cruccio permanente, la mia protesta in versi. E ci torno passando da quella che è stata la mia partecipazione al progetto àkusma, nato tra il 1999 e il 2000 e che è sfociato in incontri, discussioni, un convegno e una pubblicazione. Come scriveva Giuliano Mesa nella presentazione, l’obiettivo di Àkusma «coincide col suo stesso esistere come occasione di confronto, di dialogo fra alcuni autori che hanno accolto l’invito a reinterrogare insieme le ragioni e modi del loro scrivere e del loro agire. E’ la proiezione – in contatti, incontri, letture, e pagine stampate – del desiderio e della volonta’ di ricominciare dalle opere, dalle poesie, la cui conoscenza diretta e’ stata troppo spesso sacrificata al culto delle poetiche aggreganti, dei precetti teorici, al pregiudicante (e pre-testuale) incasellamento di un autore all’interno di una tendenza o contro di essa, nonche’ alla sua collocazione nel risibile e ultracompetitivo “mercato dei versi”». Continua a leggere La morte di Tersite

Come da copione

Antonio Scavone

Come da copione
(Le didascalie teatrali)

Shakespeare scriveva solo “Enter” (Entra) ed “Exit” (Esce) e nient’altro: nessun accenno al tono di una battuta, ad un movimento del personaggio, ad un evento scenico. Salvo rarissime eccezioni, i toni delle battute – per Shakespeare come per altri commediografi elisabettiani – erano di per sé automatici, inequivocabili oppure affidati alla sensibilità e al talento degli interpreti, che si preoccupavano, fra l’altro, di rendere vivi e visibili sulla scena gli effetti di una tempesta, di un’alba, di un martirio.
     Gli spettatori del Globe Theatre avvertivano sulla scena i rumori dei tuoni e i lampi del temporale ma gli autori non ritenevano di dover scrivere anche queste preziosità infra-testuali. Le ritenevano, probabilmente, superflue e fuorvianti se non eccessive, giacché gli interpreti di personaggi storici o leggendari erano talora gli stessi autori per cui stabilivano che la storia o la leggenda rappresentata non avesse bisogno di ulteriori sussidi per l’interpretazione. Continua a leggere Come da copione

Qui si vende storia

Nevio Gàmbula

Questo libro è un doppio esercizio critico, condotto sul piano della scrittura drammaturgica e di quello della teoria letteraria, e che ha come bersaglio principale il New Italian Epic e alcune delle “mode” letterarie più invasive del momento. Gli autori, ognuno secondo la propria modalità espressivo-discorsiva, contestano che la letteratura sia concepibile soltanto all’interno delle maglie stritolanti del mercato editoriale, così come si pongono in conflittualità frontale con le forme più evidenti di intrattenimento, dal noir, al fantasy, al recupero della fiction impegnata o storica. Il libro si costituisce quindi come critica radicale del senso comune e, al contempo, come sperimentazione linguistica che si affida alla forza dirompente della parodia. Quel che conta, per gli autori, è la pratica “grottesca” della parola, il gesto profanatorio che istituisce il linguaggio come “rivolta disalienante”.

Il sito delle Edizioni Odradek.

Il sito di Nevio Gàmbula
e i suoi Esercizi di scrittura.

Ti canto, o Diva (ovvero il Sé Letterario)

Antonio Scavone

Ti canto, o Diva
(ovvero il Sé Letterario)

     Da un certo punto in poi della loro attività letteraria o della loro esistenza, gli scrittori si confrontano con il mito o con i miti della tradizione classica: perché? È il segno di una scelta che scaturisce dall’autobiografia letteraria degli autori o dalla loro biografia personale, quindi dall’età che si accumula? È un segno di rifondazione progettuale o di senescente disincanto? Continua a leggere Ti canto, o Diva (ovvero il Sé Letterario)

Æschylus, Agamemnon

Nanni Cagnone

Θεοὺς μὲν αἰτῶ τῶνδ’ ἀπαλλαγὴν πόνων, / φρουρᾶς ἐτείας μῆκος, ἣν κοιμώμενος / στέγαις Ἀτρειδῶν ἄγκαθεν, κυνὸς δίκην, / ἄστρων κάτοιδα νυκτέρων ὁμήγυριν, / καὶ τοὺς φέροντας χεῖμα καὶ θέρος βροτοῖς / λαμπροὺς δυνάστας, ἐμπρέποντας αἰθέρι / ἀστέρας, ὅταν φθίνωσιν, ἀντολάς τε τῶν…

“Questo è un teatro mnemonico, ove pretende ancora d’accadere il già accaduto, di far ritorno l’incompreso, e una necessità fa spreco del possibile. Perché questa genealogia dei dolori, questi sentimenti inferiori? Sudditi della Storia, siamo preceduti. Ricordiamo. E poiché ricordare invita in alcun modo ad obbedire, la memoria sarà la causa prima, e cosa ereditaria il nostro passato.”

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