Archivi categoria: teoria

Derrida e la metafora

Giuseppe Zuccarino

Derrida: l’avanzare-ritrarsi della metafora

     Nel 1971, Jacques Derrida pubblica sulla rivista «Poétique» un ampio saggio, La mythologie blanche, ripreso l’anno dopo all’interno del volume Marges – de la philosophie(1). Argomento del saggio è il rapporto tra filosofia e retorica, e più in particolare il ruolo che va assegnato, in quest’ambito, alla metafora. Continua a leggere Derrida e la metafora

Floema – Esplorazioni della parola

Floema

“…l’arte e l’epos greco […] continuano a suscitare in noi un godimento estetico e costituiscono, sotto un certo aspetto, una norma e un modello inarrivabili.”

Karl Marx: “L’arte greca e la società moderna
(Grundrisse, 1857-1858)

Nella società in cui viviamo, dove è più facile abbattere un albero per costruire un marciapiedi o un rondò, invece che girargli intorno, mantenendo l’erettile architettura, f l o e m a si propone di mostrare ciò che la sega, se meglio adoperata, poteva evitare: la sezione di un tronco.
Nessuna postura pseudofuturista o rivoluzionaria, sappiamo di essere piccoli e forse minoritari, ma ciò che ci spinge a ritagliarci uno spazio nel mare magnum della rete e della cultura nazionale e oltre è la necessità di mostrare che “si possono suonare le foglie”, e lo si può fare probabilmente anche grazie a ciò che sta dentro il tronco.

(Continua a leggere qui…)

Il corpo tragico della storia

Pier Paolo Pasolini

Carla Benedetti

Come nelle antiche tragedie, le immagini di repertorio che Pasolini ha montato nel film La rabbia (1962), tratte dai cinegiornali del tempo, portano in scena i conflitti, le vittorie gioiose e i lutti della storia recente dell’umanità, colte in una prospettiva ampia, planetaria e universale. La voce fuori campo che le commenta, ora in prosa ora in versi, ha il ruolo di un coro tragico. Pasolini ha messo in scena alcune tragedie antiche (Medea, Appunti per un’Orestiade africana). Ma in questo film fa qualcosa di più: secondo l’ipotesi di lettura che qui propongo, “La rabbia” ricrea la forma della tragedia con i mezzi specifici del cinema, in particolar modo il montaggio.

(Leggi il saggio di Carla Benedetti su Il Primo Amore:
qui la prima parte e qui la seconda parte.)

Quaderni delle Officine (XXVII)

Quaderni delle Officine
XXVII. Luglio 2012

quaderno part_ b_n

Giuseppe Zuccarino

______________________________
Il Libro, il mimo, il dono (2012)
______________________________

 

***

Il Libro, il mimo, il dono. Derrida e Mallarmé

Giuseppe Zuccarino

Il Libro, il mimo, il dono. Derrida e Mallarmé

     1. Una delle prime opere del filosofo Jacques Derrida, L’écriture et la différence, si apre con una singolare epigrafe virgolettata: «le tout sans nouveauté qu’un espacement de la lecture»(1). Non viene indicata la paternità della formula, bensì soltanto il testo da cui è tratta, vale a dire la prefazione a Un coup de dés, il che basta a far riconoscere l’autore, il poeta ottocentesco Stéphane Mallarmé. Per capire il senso del segmento frastico prelevato da Derrida, occorre risalire al contesto originario. Continua a leggere Il Libro, il mimo, il dono. Derrida e Mallarmé

Simon e la verità letteraria

Giuseppe Zuccarino

Simon e la verità letteraria

     Claude Simon non ha mai voluto presentarsi come un teorico della letteratura, bensì semplicemente come un narratore. Tra i volumi da lui pubblicati, solo il Discours de Stockholm del 1986 (una plaquette che contiene il discorso tenuto l’anno prima, al momento di ricevere il premio Nobel) può essere considerato un’esplicita dichiarazione di poetica. Nonostante ciò, il suo pensiero sull’arte del romanzo ci è ben noto, grazie alle numerose interviste che ha concesso e a qualche altro testo, come ad esempio la premessa a un’opera narrativa del 1970, Orion aveugle. Specie negli ultimi due decenni di vita, però, gli è capitato spesso di essere invitato a tenere conferenze, in Francia e all’estero. Un volume recente, Quatre conférences (Paris, Éditions de Minuit, 2012), propone alcuni di questi scritti, databili fra il 1980 e il 1993. Continua a leggere Simon e la verità letteraria

Carne della mia carne

Alessandra Pigliaru

“Io sono Ofelia. Quella che il fiume non ha voluto. La donna con la corda al collo La donna con le vene tagliate La donna con l’overdose SULLE LABBRA NEVE La donna con la testa nel forno a gas. Ieri ho smesso di uccidermi. Sono sola con i miei seni le mie cosce il mio grembo. Faccio a pezzi gli strumenti della mia prigionia la sedia il letto il tavolo. Distruggo il campo di battaglia che era la mia dimora. Strappo le porte perché possa entrare il vento e il grido del mondo. Mando in frantumi la finestra. Con le mani insanguinate strappo le fotografie degli uomini che ho amato e che mi hanno usata a letto a tavola sulla sedia per terra. Do fuoco al mio carcere. Getto i vestiti nel fuoco. Mi strappo l’orologio dal petto che era il mio cuore. Esco in strada, vestita del mio sangue.”

Continua a leggere Carne della mia carne

Palinsesto. I modi del discorso letterario e filosofico

Giuseppe Zuccarino

Nell’aneddotica relativa a Platone, una scena può apparire singolarmente memorabile. La riferisce Diogene Laerzio, poco dopo aver richiamato una testimonianza secondo cui il filosofo, in età giovanile, si sarebbe dedicato – ancorché in modo non esclusivo – alla poesia, scrivendo «prima ditirambi, poi anche canti lirici e tragedie». Il prodursi, in Platone, di un diverso orientamento, viene fatto coincidere appunto con la circostanza cui si alludeva, che Diogene riferisce, brevemente, così: «Mentre si accingeva a partecipare con una tragedia all’agone, udita la voce di Socrate, dinanzi al teatro di Dioniso, bruciò l’opera esclamando: “Efesto, avanza così: Platone ha ora bisogno di te”. Da allora, dicono, – e aveva vent’anni – fu discepolo di Socrate fino alla sua morte»(1). Continua a leggere Palinsesto. I modi del discorso letterario e filosofico

Il nome e il desiderio. Su Roland Barthes

Luigi Sasso

Il nome e il desiderio. Su Roland Barthes

Non si riesce mai a parlare di ciò che si ama
R.B.

I due volti del nome

Il nome è la nostra etichetta sociale. E’ la parola che ci definisce e ci accompagna in ogni incontro quotidiano, il suono, la forma grafica della nostra presenza e della nostra assenza. E’ il dato intorno al quale confluiscono e si annodano i nostri altri segni personali, e particolari. Continua a leggere Il nome e il desiderio. Su Roland Barthes

Il filo del racconto

Walter Nardon

Di cosa parla una storia che si conclude con un fallimento? Potremmo dire: della forma concreta di un’illusione. Di ciò che l’illusione è diventata, in mano ai personaggi, nello spazio e nel tempo: della sostanza di cui è fatta la loro vita. In altre parole, appunto, del loro “cimento”.

Continua a leggere Il filo del racconto

L’onestà ritmica del silenzio

Domenico Ingenito

[Le note che seguono sono state scritte su un taccuino a Cracovia, in un momento di concentrazione peripatetica: scrivendo, camminavo seguendo il riflesso del sole sui binari del tram. Tornato in stanza, poi, ero felice. Perché la consapevolezza dell’emergere di un nuovo tempo si affacciava alla mia coscienza come il fremito della stanza e di tutte le pareti, la finestra e le lampade al passaggio del tram. Come quei sussulti leggeri che percepisci dentro, come se il cuore e i polmoni facessero da cassa di risonanza a un’intuizione luminosa. Seguiranno anni molto belli.]

Continua a leggere L’onestà ritmica del silenzio