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Io abito un dolore

………………….René Char

……Non lasciare che a guidare il tuo cuore siano quelle tenerezze parenti dell’autunno che ne ripetono la placida andatura e l’affabile agonia. L’occhio fa in fretta ad invecchiare. La sofferenza conosce poche parole. Prova a coricarti deponendo ogni affanno: sognerai del giorno che viene e il tuo sonno sarà tranquillo. Sognerai che la tua casa non ha più finestre. Sarai impaziente di unirti al vento, al vento che percorre un anno in una notte. Altri canteranno di unioni armoniose, di corpi che personificano soltanto la maledizione della clessidra. Tu condannerai la gratitudine che diventa un rituale. E domani ti identificheranno con qualche gigante dissociato, signore dell’impossibile.

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Libera nos, Domine

René Char

              À Nicolas De Staël

Avvicinati alla rosa, trafitta,
la cui morte senza turbamento
ti propone una medesima sorte.
Gira intorno a lei, l’eletta;
tu la consideri ordinaria
anche se è figlia di un nobile roseto.
Il lino, il giunco, il cisto selvatico
rimangono i tuoi fiori preferiti,
quelli nei quali i tuoi occhi riconoscono
il fuggevole, l’abbandono.
Ma la rosa! Colpita proprio stanotte.
Il foro delle lusinghe si distingue appena
alla radice del suo corpo annodato.
Che muoia, la rosa!
Anche se la sua vera distruzione
si compirà con la scomparsa del sole.
Cercava l’aria umida della notte,
l’ascolto di un raro passante. Che arrivò.
Ora entrambi mostrate la stessa ferita.
La tua forma ha cessato di essere intatta
sotto il velame del giorno.
Per te nessuna remissione,
per lei nessuna discrezione.
Il colpo silenzioso vi ha raggiunti
nello stesso punto, un colpo d’ala
e di becco, simultaneamente.
O abissale sparviero!

                          René Char, Libera II
                          (Effilage du sac de jute, 1978-79)

Senza solennità

René Char

 

Bout des solennités

Affermi par la bonté d’un fruit hivernal, je rentrai
le feu dans ma maison. La civilisation des orages gouttait
à la génoise du toit. Je porrai à loisir haïr la tradition,
rêver au givre des passants sur des sentiers peu vétilleux.
Mais confier à qui mes enfants jamais nés? La solitude
était privée de ses épices, la flamme blanche s’enlisait,
n’offrant de sa chaleur que le geste expirant.
Sans solennité je franchis ce mond muré. J’aimerai
sans manteau ce qui tremblait sous moi.

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Margine

Margine

Sul margine interno
della pagina, nel bianco
sabbioso che costeggia
la selva di ciò è scritto
qualcuno attende
rannicchiato
con sguardo da sordo
con ansia da miope
che la parola dica
in futuro arcaico
in un suono, con la sua voce
qualcosa
che somigli al canto
naturale degli uccelli
o almeno al rumore di uno spillo
che cade di punta sulla cresta
del mondo.

(Versione libera di Margen, 1947,
di Augusto Roa Bastos.
Immagine: opera grafica di Davide Racca.)

Fuga

Sopra il ferro dimenticato sfioriscono le viole.
E sopra il ferro crescono sospiri e addii,
le orme musicali del cuore del vento
che cerca lontananze per scordare i suoi boschi.

Un cervo trasparente sogna squarci di fuga.
Ma il sogno s’infrange contro sentori di morte.
Non basta il profumo del nardo a placare
la fronte dove gemono smeraldi e addii.

Dove ha sepolto il sole il suo cerchio splendente,
la sua corolla ardente, in quale sabbia, in quale notte,
se tutto rimane in silenzio: vento, fiore e battito,
se tutto è ormai immobile tra le alte torri?

Il cervo trasparente giace sotto la nebbia.
Gli occhi morenti nell’umidità salmastra
guardano tra le ombre del fumo e della lama
il suo sangue che si rapprende nella notte.

(Versione libera da “Huida
di Augusto Roa Bastos, 1947)

Il giardino di pietre

Lorand Gaspar

Il giardino di pietre
(Le jardin de pierres)

Nous vivions dans la fraîcheur d’aller
porteurs d’images au jardin des pierres
le vaste empire répandu, éventé.
Ce qui reste au large d’années
souffles bleuis, violences calcaires
énorme pays de vies muettes
craquements verts dans les doigts de craie
peu à peu nous apprîmes à écouter
quelque part la chute du jasmin –

viviamo con l’istinto di andare
portatori di immagini al giardino di pietre
il vasto dominio diffuso, arioso.
respiri azzurrati, violenze calcaree
un’enorme distesa di vite ammutolite
scricchiolii verdi nelle dita di gesso
è quello che resta della corsa degli anni.
passo dopo passo imparammo ad ascoltare
da qualche parte lo schianto del gelsomino

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Odin Le Roc

Les milles métiers se ressemblent;
Tous les ruisseaux coulent ensemble,
Bande d’incorrigibles chiens,
Malgré vos oreilles qui tremblent
Sur le tourment de votre chaîne.

Le juron de votre seigneur
Est une occasion de poussière,
Bêtes, qui durcissez le pain
Dans la maigreur de l’herbe.

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Aube / Alba

Montagna e aria si avvinghiano come giovani amanti
per fondersi nelle corde vocali del poeta,
per diventare insieme il suono che trascorre,
che entra e si allontana, passa e prosegue
modellando le valli nel cammino.

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