La convalescenza – Augusto AMABILI

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Augusto Amabili, La convalescenza, prefazione di Davide Nota, Rimini, Fara Editore, 2008

Testi

ci si piega alla lentezza del senso
al compatto del tasto violato,
quanta letizia in una mente non lucida
quanta sozzura inveisce
al dipartito sorriso
bianco, ordinario, postumo.
lo strofinio scoraggiato è indicibile impotenza
ferisce l’estro il significato, l’umano.

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Intervista a Aharon SHABTAI

Intervista al poeta Aharon Shabtai – di Michelangelo Cocco
(Il Manifesto, 5 febbraio 2008)

Per le sue traduzioni dei Tragici, dal greco classico all’ebraico moderno, gli fu attribuito nel 1993 il Premio del primo ministro israeliano. Era il periodo del processo di pace di Oslo e Aharon Shabtai credeva che il governo fosse intenzionato a fare la pace con i palestinesi. Accettò l’ambìto riconoscimento. Qualche settimana fa invece il poeta, uno dei più famosi nello Stato ebraico, ha declinato l’invito rivoltogli a partecipare al Salone del libro di Parigi. Nato nel 1939 a Tel Aviv, autore di una ventina di raccolte di poesie e conosciuto all’estero soprattutto per «J’accuse» – in cui si scaglia contro il governo e la società del suo paese – è uno dei più radicali nella pattuglia di intellettuali «dissidenti». Secondo Shabtai, che ha risposto al telefono alle domande del manifesto, lo Stato ebraico sarebbe in preda a una deriva di destra che potrebbe essere arginata solo da un intervento dell’Europa, il Continente dei Lumi che dovrebbe aiutare «l’apartheid israeliana» a compiere una svolta come quella impressa al Sudafrica dall’ex presidente De Klerk.
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La tomba di Antigone – di María ZAMBRANO

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[Da: Maria Zambrano, La tomba di Antigone / Diotima di Mantinea, traduzione e introduzione di Carlo Ferrucci, con un saggio di Rosella Prezzo, Milano, La Tartaruga Edizioni, 1995, pag. 69-74 (La tumba de Antìgona e Diotima de Mantinea, 1983)]

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Il lascito che vince la morte (II)

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(Verona, Ottobre 2003, premiazione della XVII edizione del premio Lorenzo Montano)

Rifugiati nelle cose che restano
dopo di te e contro la tua morte:
vegliano la tua vita e ne sono
del tutto estranee. Non ti sanno
e per questo ti conserveranno.

***

Il campo, il territorio, poco prima,
ma prima di morire, tu guardi
dove sei stato, in quale
mai parte della terra e se,
ti chiedi, hai un senso in essa
come l’albero e il sasso
e se in essa rimani
come un atto della natura.

[Sul blog di Georgia trovate una pregevole rassegna stampa, con numerosi rimandi, dedicata alla figura e all’opera di Michele Ranchetti. Una bella selezione di testi e una interessantissima intervista sul blog di Giorgio Di Costanzo. Il tutto in corso di continuo aggiornamento. Da parte mia, solo “grazie” ad entrambi.]

Inventario delle macerie – Matteo FANTUZZI


(Eugenio Tibaldi, Points of view, 2007)

[Testi tratti da KOBARID, di prossima uscita presso l’editore Raffaelli di Rimini, con una nota critica di Gilberto Finzi]

I

Perché volendo pure Modena è lontana
e allora uno si chiede: – Quanto tempo?
Un anno. E un anno è poco ma anche tanto,
se a casa sta una moglie a letto con le doglie
con la testa della bimba dietro al corpo col cordone
cinto attorno al capo ed urla “padre, padre”
e il padre sta a combattere la guerra
ad ammazzare i figli di quegli altri
a compiere gli stupri, in modo la sua razza sia difesa
e sia immortale: e salva sia la sua famiglia.

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Quattro metalli – Sebastiano AGLIECO

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(Miriam Rimon, Alla memoria, 2006)

PIOMBO 1

Ogni traccia viene a noi
da un tempo dove abitammo
nella distanza delle mani
nel dolore della casa.

Essere sostanza e tempo
venire, partire, dal cono d’ombra
del piombo, da una casa, nei cerchi.

Riduci la parola a un suono
la parola nel suo apparire
nella distanza dei nomi.

Nell’ombra percepire la bocca
il petto, l’inguine, le presenze che ci
dicono del nostro timore.

(Tratto da: Quattro metalli, Pagina Zero e-book, a cura di Paolo Fichera)

Il lascito che vince la morte

Il testimone si confronta
solo col testimone e acquista
nel trasmettere un senso.
Non è una verità ma un lascito
ciò che da mano a mano
percorre l’esistente.
Nel dare si compone
il tempo delle mani.

Michele Ranchetti
(Milano, 1925 – Firenze, 2 febbraio 2008)

Grazie per quello che hai dato a chiunque abbia avuto la fortuna di conoscerti o si sia fermato, anche un solo istante, sulle tue pagine e sui tuoi versi. Sei parte della memoria vivente che rimane fino all’ultimo respiro dei giorni.

Voynich – di Massimo ORGIAZZI

[I testi di “Voynich” sono apparsi sul n. 47 della rivista Atelier]

Geometrie inconsistenti dell’anno solare

Sto parlando di un sole finto
che conserva il senso
di attraversate in cresta
tra nuvole che incrociano di bianco
il genere delle giornate, di una festa.
Si tratta di parti di una geometria
fondata sugli assiomi precedenti minuscole tempeste
e dei pezzi di lune costruitesi da sole su orbite deflesse. Continua a leggere Voynich – di Massimo ORGIAZZI

Anne SEXTON tradotta da Rosaria LO RUSSO

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(Joel Peter Witkin, Las meninas, 1987)

Traduzioni da Anne Sexton

Da Poesie d’amore, Firenze, Le Lettere, 1996

SONG FOR A RED NIGHTGOWN

No. Not really red,
but the color of a rose when it bleeds.
It’s a lost flamingo,
called somewhere Schiaparelli Pink
but not meaning pink, but blood and
those candy store cinnamon hearts.  Continua a leggere Anne SEXTON tradotta da Rosaria LO RUSSO

La lingua del primo stupore – Ida TRAVI

Ida Travi

Le ombre

C’è una realtà che si manifesta ai sensi nudi. E’ una realtà a misura di quello che gli esseri umani sono, in natura e senza mezzi. E’ modellata sulle loro qualità. Dura, indomabile. E’ una catastrofe permanente.
Un essere povero e nudo nell’impatto con il reale viene gettato in alto, nel movimento contrario alla spinta che, nel nascere, lo gettò in basso, e fuori. Dal punto alto in cui viene lanciato con spinta contraria a quella di nascita, in controluce, l’essere povero e nudo proietta sul mondo la sua stessa ombra. E attraverso l’ombra riattrae il mondo a sé. Lo solleva, lo sospende, lo raddoppia.
Nel mondo doppio, sospeso, l’essere povero e nudo vive impermanente, ombra tra le ombre, in quell’ombra di realtà – impermanente – che confina in ogni punto con l’immaginario.

Continua a leggere La lingua del primo stupore – Ida TRAVI

La pozza del mendico – di Miguel Ángel ASTURIAS

[Miguel Ángel Asturias, La pozza del mendico, traduzione di Emilia Mancuso, Roma, Veutro Editore, 1966 (El Alhajadito, Buenos Aires, Editorial Goyanarte, 1961)]

Parte seconda (pag. 133-138)

E’ necessario andare molto lontano. Un luogo che non raggiungono né la vista, né il mare. Andammo là. Sotto le stelle che paragonate ai granelli di sabbia della spiaggia si vedevano grandi, parlò il Parroco. La sera, conclusa la predica, il viso gli rimase come una roccia. Chiamavano Parroco quell’uomo, un miscuglio di uccello e di uomo, perché era stato nominato dal Vescovo a dirigere la parrocchia dalla quale uscimmo verso questa spiaggia che non raggiungono né la vista, né il mare. Continua a leggere La pozza del mendico – di Miguel Ángel ASTURIAS

Perché un ordine antico è sconvolto – Gianmario LUCINI

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(Michele Guyot Bourg)

Testi inediti di Gianmario Lucini

Io sono Giobbe e parlo dal passato.
Icona e mito,
àfono
chiamo per nome la Giustizia.
Troppi uomini saggi hanno svuotato gli oceani
e non abbiamo che baratri. Continua a leggere Perché un ordine antico è sconvolto – Gianmario LUCINI

Miklós Radnóti: alla radice del cielo – di Katia Paoletti

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Miklós Radnóti: alla radice del cielo di Katia Paoletti
(tratto dal numero 10 della rivista “PaginaZero-Letterature di frontiera”)

[…] Penso tanta letteratura centroeuropea e/o europeista e perdo il senso dell’orientamento. La terra come patria, rifugio, casa. Poeti, drammaturghi, narratori italiani, ungheresi, turchi: la rivolta estenuante, la lotta, la primavera dei popoli. Un triangolo nato per gioco, per simmetrie e affinità ma anche per quel chiaroscuro tra i cui veli prende forma una sensibilità lirica lontanamente bucolica che, nella maturità, si trasforma in sentimenti umani di rabbia e vendetta con forme espressionistiche crude che del fonema assumono sembianza. E dai labirinti del paradosso alle estremità corpose del non senso, per le deviazioni e le contraddizioni crudeli di ogni forma da natura umana toccata, si risale per i cunicoli fangosi nell’altro cielo che, per rotazione, torna nel primo: quello pastorale del canto, del ricordo, dell’infanzia. In tal senso, l’intera opera del poeta ungherese Miklós Radnóti proietta il ciclo evocato con una radice tragica e chiaramente esistenziale:

Le poesie saranno compiute con la morte. L’opera strutturata nel corso della vita con la morte diventa completa. La composizione, il messaggio poetico, che è stato svelato dalla vita superficiale, dal corpo, col cadere del corpo nella fossa della tomba diventa visibile, l’opera s’innalza e comincia a dare luce.

[Continua a leggere qui.]

Mai scenda il silenzio

“La memoria costruisce templi contro la morte.
Dio non è che materia filata dai ricordi.”

(In memoria di M.M. e A.M.)

    Il ghetto di Terezin durante la seconda guerra mondiale fu il maggiore campo di concentramento sul territorio della Cecoslovacchia. Fu costruito come campo di passaggio per tutti gli ebrei del cosiddetto “Protettorato di Boemia e Moravia”, istituito dai nazisti dopo l’occupazione della Cecoslovacchia, prima che gli stessi venissero deportati nei campi di sterminio nei territori orientali. Più tardi vi furono deportati anche gli ebrei della Germania, Austria, Olanda e Danimarca. Nel periodo in cui durò il ghetto – dal 24 novembre 1941 fino alla liberazione avvenuta l’8 maggio 1945 – passarono per lo stesso 140.000 prigionieri. Proprio a Terezin perirono circa 35.000 detenuti. Degli 87.000 prigionieri deportati a Est, dopo la guerra fecero ritorno solo 3.097 persone.
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Non potendo cantare il mondo che lo escluse, Reb Stein cominciò a leggerlo nel canto.

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