Luogo del sigillo

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Il poema ininterrotto

Nino Iacovella
Francesco Tomada

“Una allucinata somiglianza, una serie progressiva di variazioni, lega le poesie del suo unico libro, che sembrano vivere una dentro l’altra, intrecciarsi e districarsi come un “registro di fragili danze”, come voci «nella traccia di vento / del nostro svanire all’approdo». Sembra che le poesie si rincorrano e si ricombinino in “fuochi di caduta”, in una “incurabile misura del guardare”, all’interno di un dolore che non trova sollievo: «alle tue spalle immagina / con quale lingua il deserto / racconta la piaga dove premeva / la lama della luce il varco / dove precipita il respiro». Ma una speranza resta: «basta un’eco una reliquia di voce / affiorata all’insaputa delle labbra / e il confine è la tua mano». La speranza è sempre, con violenza, «la pupilla / esplosa di un fiore». Lo sguardo origina dalla cecità.”

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Discôlç viers inniò

Pierluigi Cappello
(8 agosto 1967 – 1 ottobre 2017)

Inniò

E cuan’ che tu sarâs già muart, ma muart
chês tantis voltis dentri une vite
ch’a si à di murî, alore slargje ben i tiei vôi
a la cjavece dal sium
e clame cun te ogni bielece ch’a ti bisugne
e intal rispîr di chel mont, met dentri il to:

cjamine pûr cun pîts lizêre e sporcs
come chei di chel che sivilant al va par strade
ma tant che cjaminant su un fîl di lame fine
e al indulà che tu i domandis
lui, ridint, a ti rispuint
cence principi o pinsîr di fin:
«Jo? Jo o voi discôlç viers inniò»,
i siei vôi il celest, piturât di un bambin.

[In nessun dove
E quando tu sarai già morto, ma morto / quelle tante volte dentro una vita / che si deve morire, allora allarga bene i tuoi occhi / alla cavezza del sogno / e chiama con te ogni bellezza di cui hai bisogno / e nel respiro di quel mondo, metti dentro il tuo: // cammina pure con piedi leggeri e sporchi / come quelli di chi fischiettando va per strada / ma come camminando su un filo di lama sottile / e al dove vai che tu gli chiedi / lui, sorridendo, ti risponde / senza inizio o pensiero di fine: / «Io? Io vado scalzo verso inniò», / i suoi occhi il celeste, pitturato da un bambino.]

In hora mortis

Thomas Bernhard

Perché temo il mio invecchiare
la mia morte che mi assale
il grido?
Me temo Signore
temo la mia anima
e il giorno che mi sorregge al muro
e mi dilania
Signore
me temo
temo già la notte
che sta dinanzi ai villaggi
e dietro la casa
che nelle mucche strepita
e danza con le stelle
Dio me temo
al Tuo cospetto
al cospetto della mestizia
che mi lacera la bocca
temo Signore
la mia tomba
e il mio destino nell’oscurità
la morte Signore.

(Traduzione di Luigi Reitani)

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Maldoror

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“L’uomo cerca la verità. La verità agisce nella sua opera. Ogni uomo è un criterio di verità. Date queste premesse, l’oggettività non esiste, e l’idea che si mette a fuoco è sempre una tappa, mai un traguardo.
Chi difende per partito preso le proprie idee, senza verificarne la rispondenza al vero sui piani variamente intersecati della realtà materiale e dell’azione umana, s’irrigidisce stupidamente in un uso strumentale e nevrotico della conoscenza.
L’uomo si mette in opera, trasforma il mondo, nega l’esistente e lo ricrea. Eppure, lo scopo sostanziale della sua ricerca non è l’opera in sé, ma la verità del suo mettersi in opera, ossia la verità pratica della sua opera, dove per “verità” non si deve certo intendere l’affermazione di un contenuto ideale e statico, bensì il movimento (la pratica) che trova una rispondenza fedele e sensibile nell’esistenza degli individui, e che concretizza nel suo sviluppo – in sprazzi di vita davvero vissuta (tautologia meschina, ma quanto necessaria!) – l’azione autonoma e consapevole della volontà; giacché la verità, se non è giudizio morale, né tanto meno valore assoluto, deve farsi piena adesione al movimento di una materia umana che si vuole come relazione e libertà.”

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Creazione continua, III

Giuseppe Feola

Sole
ἐκπύρωσις

La bianca
luce da cui si schiude il vento, all’alba,
la pietra da cui erompe
verde fiamma d’erba nella notturna
vertigine del tempo, il riluttare
insonne
di ogni sentimento, nello scorcio
tagliente
di vita che rimane

– che sarà mai domani tutto questo,

di fronte
all’esistenza del tuo occhio immane,
immagine visibile del Tutto

da cui creati siamo,
dal cuï sguardo il
povero nostro incerto
incedere nell’ombra, tardi o presto

sarà infine distrutto?

Tratto da: CREAZIONE CONTINUA, III

L’ano solare

Georges Bataille

Traduzione di
Giacomo Cerrai

E’ chiaro che il mondo è puramente parodistico, nel senso che ogni cosa che si osserva è la parodia di un’altra, o ancora la stessa cosa sotto una forma deludente.
Da quando le frasi
circolano nei cervelli occupati a riflettere, si è proceduto ad una identificazione totale, poiché con l’aiuto di una copula ogni frase lega una cosa all’altra; e tutto sarebbe visibilmente legato se si scoprisse a colpo d’occhio nella sua totalità il tracciato lasciato da un filo d’Arianna, che conduce il pensiero nel suo stesso labirinto.
Ma la
copula dei termini non è meno irritante di quella dei corpi. E quando io esclamo: IO SONO IL SOLE, ne risulta una completa erezione, perché il verbo essere è il veicolo della frenesia amorosa.

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Odin Le Roc

Les milles métiers se ressemblent;
Tous les ruisseaux coulent ensemble,
Bande d’incorrigibles chiens,
Malgré vos oreilles qui tremblent
Sur le tourment de votre chaîne.

Le juron de votre seigneur
Est une occasion de poussière,
Bêtes, qui durcissez le pain
Dans la maigreur de l’herbe.

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Non potendo cantare il mondo che lo escluse, Reb Stein cominciò a leggerlo nel canto.

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