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Il suicidio incerto. Blanchot su Dostoevskij

Fyodor Mikhailovich Dostoyevsky, 1876 Giuseppe Zuccarino

Il suicidio incerto.
Blanchot (e altri)
sul Kirillov di Dostoevskij

Una delle figure più singolari e affascinanti del romanzo I demoni ha per nome Aleksèj Nilyč Kirillov[1]. Seguendo una tecnica che gli è abituale, Dostoevskij ci svela solo gradualmente i tratti di carattere e le opinioni del suo personaggio. Kirillov è un ingegnere di circa ventisette anni, da poco rientrato in patria dopo un lungo soggiorno all’estero. Si tratta di un giovane serio e meditativo, che cerca di elaborare teorie proprie, giungendo a strane conclusioni. Nel contempo, però, ama la vita, si dimostra buono ed è sempre disponibile ad aiutare gli altri. Ciò può sembrare in contraddizione con il contenuto del suo pensiero, che ruota intorno all’idea del suicidio. A suo giudizio, se le persone non si uccidono è soltanto per paura del dolore connesso all’atto di togliersi la vita e per timore dell’aldilà, dunque di Dio. Non appena si riuscisse ad acquisire un maggiore dominio di sé e ad abbandonare le idee religiose, nascerebbe un nuovo tipo di uomo: libero, gioioso, trasformato persino fisicamente, un vero e proprio uomo-dio. Finora ciò non è avvenuto proprio a causa dei pregiudizi che inducono le persone a temere la morte. Persino i suicidi, che pure l’hanno affrontata, sono sempre stati spinti da motivazioni individuali e sbagliate, non hanno saputo farlo all’unico scopo realmente valido: quello di vincere la paura e di dimostrare l’indipendenza umana. Continua a leggere Il suicidio incerto. Blanchot su Dostoevskij

Scritti nomadi – di Stefano GUGLIELMIN

Sul nomadismo degli autori

(in Stefano Guglielmin, Scritti nomadi. Spaesamento ed erranza nella letteratura del novecento, Verona, Anterem Edizioni, 2001)

Cap.1, parag. 3
(pag. 20-25)

La biografia ricostruisce un’erranza entro lo spazio condivisibile della parola, rispettando i luoghi in cui la vita s’è accampata. Ma la biografia affiora anche là dove nessuno la chiama; ce lo conferma Borges nell’epilogo dell’Artefice (1960): “Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, d’isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto” (in Tutte le opere, vol. I, Mondadori, 1984, p.1267). Continua a leggere Scritti nomadi – di Stefano GUGLIELMIN